Gli antichi scrivevano sopra cuojo o foglie di palma, o sul libro, cioè sulla seconda corteccia delle piante: dipoi si preparò carta o colle fibre del papiro, canna propria dell’Egitto, ovvero con pelle di pecora, la quale chiamossi pergamena perchè a Pergamo inventata o perfezionata. Tracciavano i caratteri con bocciuoli di canna, aguzzati e intinti nell’inchiostro: le scritture di maggior conto incidevansi su pietra, legno, metalli: per gli usi giornalieri sovra tavolette cerate notavasi con uno stilo acuto, e si cancellava colla sua estremità ottusa. Que’ papiri e quelle pergamene coprivansi da un lato solo, appiccicando un foglio a piè dell’altro sinchè fosse compiuto un libro, poi rololavansi (volume), e si fissavano con un bottone. Giulio Cesare fu il primo che scrivesse sulle due faccie della pergamena le lettere al senato, e divulgò l’uso di piegarla al modo de’ nostri libri. Lisciare i fogli coll’avorio, profumarli coll’olio di cedro, miniare e dorare le iniziali, le costole, il taglio, gli attaccagnoli, era servigio degli schiavi libraj e grammatici, de’ quali ogni ricco teneva uno o più: altri il facevano liberamente per venderli.

Tutto ciò operavasi a mano; e poichè alle mende inevitabili s’univano quelle varietà capricciose e quasi istintive che ognuno insinua trascrivendo, differenti e scorrettissimi riuscivano i codici: chi volesse qualche testo emendato, l’esemplava di proprio pugno, come fecero pochi diligentissimi grammatici, o qualche dottore della Chiesa, rendendo famose certe edizioni d’Omero e della Bibbia.

Col cristianesimo l’arte dello scrivere passò dagli schiavi ai monaci, per la necessità di diffondere dottrine, polemiche, orazioni; san Benedetto pose obbligo a’ suoi il copiarne; monache vi si esercitavano pure. Quanto dell’antichità possediamo, ci arrivò quasi solo per man di essi; onde è ingratitudine e illiberalità il querelarli se, meglio degli autori classici, si piacquero trascrivere i santi Padri ed opere di teologia. Intanto è vero che degli autori lodatici dagli antichi per sommi, nessuno forse ci manca, e di questi possediamo il meglio; com’è vero che, già prima della caduta dell’Impero occidentale, rarissimi erano fatti alcuni, a cagion d’esempio Aristotele, di cui a’ migliori giorni di Roma non era avanzato che un solo esemplare; talchè gran merito reputavasi il farne estratti o compendj, come usarono Floro, Giustino, Plinio, Costantino ed altri. L’agevolezza procacciata da questi compilatori recava a prendere minor cura delle opere originali dopo che se n’era stillato il buono e il meglio, laonde lasciaronsi andar perdute.

Il guasto degli autori classici cominciò dunque assai prima de’ Barbari; le guerre e gl’incendj di questi ne mandarono a male altri assai; zelo de’ buoni costumi, che lascio ad altri il condannare, fece da ecclesiastici distruggere alcuni scandalosi ed immorali. Era difficile il trarre d’Egitto il papiro; poi divenne impossibile dacchè gli Arabi l’ebbero occupato. La pergamena, già costosa, crebbe allora smodatamente di prezzo; onde si ricorse ad uno spediente già noto agli antichi: ciò fu di raschiare le scritture antecedenti, onde sovrapporvene di nuove[164]. Buon frate, per te aveano suprema importanza un antifonario, una raccolta di preghiere, un trattato della confessione; e quando per essi coprivi o la Repubblica di Cicerone o il codice Teodosiano, vi avevi tanto diritto quanto oggi n’abbiamo noi d’usare l’opposto.

Gli antichi valeansi di lettere majuscole e senza interpunzione; più tardi per espeditezza si raccorciarono, in modo da venirne il carattere minuscolo. Per la ragione medesima s’introdussero certe abbreviature o note, le quali furono portate fino a cinquemila, e col loro mezzo poteano i notari tener dietro a qualunque discorso per accelerato[165]. Raccoglievano questi dapprima le decisioni del senato e delle pubbliche adunanze, o le ultime volontà; onde passò il titolo di notaro a indicare chi è rogato a mettere in iscritto un atto spettante a fede pubblica. I veri caratteri tachigrafi caddero in dimenticanza tale nei secoli venturi, che un salterio trovato a Strasburgo dal Tritemio era registrato nel catalogo come di lingua armena.

Le iscrizioni già al tempo dell’Impero aveano preso caratteri d’inelegante magrezza, com’è a vedere su pei muri di Pompei e d’altrove, e peggio nelle catacombe cristiane e ne’ tempi oscuri; pure continuarono le lettere tonde. Ma nel XII secolo, mentre s’introduceva il gusto gotico nell’architettura, anche i caratteri si fecero angolosi, poi s’ingombrarono di ghirigori; usanza durata fin nel secolo XV, quando ripigliò la buona calligrafia con gran varietà di caratteri[166]. Jacopo fiorentino, frate camaldolese, dopo il 1300 è ricordato come il migliore scrittore di lettere romane che fosse prima o poi, sicchè la sua mano fu conservata in un tabernacolo. Angelo Pezzana negli Scrittori parmensi noverò sedici calligrafi valenti, ai quali poi ne aggiunse altri otto nella Storia di Parma, tutti del secolo XV o circa.

Vi si associò il lusso delle pitture, quasi ogni pagina portando profili, cornici, figure, stemmi, lettere bizzarre (Cap. XCIX), talchè un libro divenne il complesso di tutte le arti belle; poesia e retorica nel comporlo, calligrafia nel trascriverlo, miniatura nell’ornarlo in oro, carmino, oltremare, pellicceria nel prepararne la coperta, cesellatura nell’abbellirlo di borchie, oreficeria ad incastonarvi gemme, doratura a lisciarne i margini.

Qual meraviglia se i libri salirono a prezzi ingenti? Da’ cataloghi che i libraj esponevano, e dalle tasse determinate dalle università siamo informati d’alcuni di questi; ma non vuolsi dimenticare che spesso li rincarivano le miniature. Nel 1279 a Bologna si diedero ottanta lire (L. 435) per copiare una Bibbia; ventidue per l’Inforziato[167]. Melchiorre, librajo di Milano, chiedeva dieci ducati d’oro per una copia delle epistole famigliari di Cicerone. Alfonso d’Aragona scrisse da Firenze al Panormita, che il Poggio aveva a vendere un Tito Livio per cenventi scudi d’oro; il Panormita alienò una masseria per acquistarlo; e il Poggio ne comperò una col prezzo ritrattone. Borso d’Este nel 1464 pagava otto ducati d’oro a Gherardo Ghislieri di Bologna per avere alluminato un libro intitolato Lancellotto; nel 69, quaranta ducati per un Giuseppe Ebreo e un Quinto Curzio; la famosa sua Bibbia, due grandi volumi in pergamena, dove ogni pagina porta miniature diverse, per opera di Franco de’ Rossi e Taddeo Crivelli, gli costò milletrecento settantacinque zecchini[168]. Piccola cosa doveano dunque essere le biblioteche d’allora, e re e papi erano scarsi di libri quant’oggi un cherichetto[169].

Nondimeno certuni aveano potuto raccorne di molti, in Italia specialmente, e di qui li cercavano gli studiosi, massime da Roma e da’ conventi rinomati della Novalesa, della Cava, di Montecassino. La biblioteca del cardinale Giordano Orsini nel 1438, composta di ducencinquantaquattro codici, stimavasi duemila cinquecento ducati d’oro[170]. Tommaso da Sarzana ne comperava a credenza, ed accattava per pagare copisti e miniatori. Il Petrarca lagnavasi che in tutto Avignone non si trovasse un Plinio; ma una scelta biblioteca erasi egli formata, che poi cedette per tenue compenso alla Repubblica veneta: fra quei libri sono un Omero, donatogli da Sigeros ambasciatore dell’Impero d’Oriente; un Sofocle, avuto da Leonzio Pilato, colla traduzione dell’Iliade e dell’Odissea fatta da questo, ed esemplata dal Boccaccio; un Quintiliano; tutte le opere di Cicerone, ricopiate dal Petrarca stesso: forse è di suo pugno il Virgilio che si conserva alla biblioteca Ambrosiana. Alla Marciana di Venezia servirono di fondo i libri che il cardinale Bessarione avea compri per trentamila zecchini, e che lasciò a quella «città retta dalla giustizia, dove le leggi regnano, la saviezza e la probità governano, abitano la virtù, la gravità, la buona fede». Cosmo de’ Medici, esulando colà, donò la sua al convento di San Giorgio; poi in Firenze colla libreria privata diede origine alla Laurenziana. Nicolò Niccoli gareggiava, secondo sua fortuna, con esso nell’adunar libri, e ottocento volumi possedeva fra greci, latini e orientali, esemplandoli egli stesso, riordinando e correggendo testi malmenati dagli amanuensi, onde il chiamarono padre dell’arte critica: lasciò quei libri ad uso pubblico, e furono messi ne’ Domenicani di San Marco con una disposizione che servì di modello alle future. Coluccio Salutato, lagnandosi del guasto de’ codici, proponeva biblioteche pubbliche, dirette da dotti che discernessero le lezioni migliori; e fece acquistarne una a Roberto di Napoli. Altri signori l’imitarono; e rammentano un Andreolo de Ochis bresciano, che venduto avrebbe beni, casa, donna, se stesso per aggiungere libri ai molti che possedeva.

I lamenti per le scorrezioni delle copie cresceano quanto più cresceva il desiderio di leggere; e Petrarca esclamava: — Chi recherà efficace rimedio all’ignoranza e viltà dei copisti, che tutto guasta e sconvolge?.... Nè fo querela dell’ortografia, già da lungo tempo smarrita.... Costoro confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono un’altra cosa affatto diversa, sì che tu stesso più non riconosci quanto hai dettato. Se Cicerone, Livio, altri egregi antichi, singolarmente Plinio Secondo, risuscitassero, credi tu che intenderebbero i proprj libri? o che non piuttosto ad ogni piè sospinto esitando, or opera altrui, or dettatura dei Barbari li crederebbero?.... Non v’ha freno nè legge alcuna per tali copisti, senza esame, senza prova alcuna trascelti: pari libertà non si dà pei fabbri, per gli agricoltori, pei tesserandoli, per gli altri artigiani».