Se la scorrezione sgarbava ne’ libri di letteratura, diveniva importantissima in quelli che concernono la coscienza e la fede. Pertanto fra gli Ebrei ogni esemplare della Bibbia doveva esser riveduto dai rabbini; i quali dalla Massora sapevano quanti versetti, quante parole, quante lettere contenesse il sacro libro, e quante volte ciascuna fosse ripetuta; e se trovassero qualche lettera di meno, o scritta con inchiostro impuro, o su membrana preparata da incirconcisi, bastava per dichiarar guasto quel testo e distruggerlo.
Rinfervorato l’amore degli studj, più vivo fu sentito il bisogno di qualche succedaneo alla carta di membrana e di papiro, e dai Cinesi i Tartari e gli Arabi, da questi gli Spagnuoli impararono a farla di cotone, cui dopo il Mille si surrogarono i cenci di lino. Se fosse vero che quella non si discerna da questa, come pretende il Tiraboschi, n’avremmo una prova della sua perfezione, e poco monterebbe il disputarne. Ad ogni modo erra il Cortusio differendo al 1340 l’invenzione della carta di lino, la quale chiamossi papiro, a differenza della bambagina[171]; e Pace da Fabriano, cui egli ne ascrive il merito, forse non fece che trapiantare nel Trevisano questa manifattura, già fiorente a Fabriano nella marca d’Ancona. Nè ha fondamento l’asserire che la Repubblica fiorentina invitasse con larghissimi privilegi quei di Fabriano a stabilire cartiere a Colle di val d’Elsa, poichè in una carta del 6 marzo 1377 trovasi allogata per venti anni una caduta d’acqua a favore di Michele di Colo da Colle, con gora, casalino et gualcheriam ad faciendas cartas, la quale già prima era affidata a Bartolomeo di Angelo della Villa[172].
Dapprima adoperata solo per lettere ed istromenti, alla diffusione delle dottrine non contribuì che nel secolo XIV, quando vi si trascrissero libri. Dovettero questi allora rendersi men rari, e qualche mercante ne troviamo alle Università di Germania e di Parigi; a Firenze il Vespasiano nel 1446, un Melchior a Milano, Giovanni Aurispa a Venezia poco dopo negoziavano di libri.
Pare condizione vitale della società che le scoperte vengano appunto quand’essa ne ha bisogno per ispingersi con nuovo slancio. Allora dunque che l’amore per la letteratura classica volgeva a cercar con passione e riprodurre gli esemplari, e che le grandi controversie dei re e della Chiesa faceano moltiplicare scritture, comparve l’arte più mirabile fra le moderne, la stampa.
Dello scopritore si disputa. Pare i Cinesi la conoscessero da antichissimo; stampe stereotipe faceansi in Europa, non per uso letterario, bensì per figure di santi e carte da giuoco[173]; e Venezia nel 1441 dava un privilegio, atteso che l’arte di far le carte da zugar e figure dipinte stampade era venuda a total defection, in grazia della gran quantità che n’entrava di forestiere. A quel modo Lorenzo Coster di Harlem impresse facciate intere. Le prime stampe furono dunque xilografiche, e la maggior parte veniva occupata da figure; del che l’esempio più conosciuto è la Bibbia de’ poveri, di quaranta fogli stampati da un lato solo: tutti poi son poco voluminosi, eccetto i Mirabilia Romæ, specie d’itinerario a comodo degli oltramontani che pellegrinavano alla gran città, e che consta di centottanta facciate. Presto si avvisò potersi alle tavolette sostituire caratteri mobili: e così se ne intagliarono di legno, poi di piombo per arte di Giovanni Guttenberg da Magonza[174], cui l’orefice Giovanni Faust somministrò capitali. Pietro Schöffer di Gernsheim al piombo sostituì un metallo duro, e trovò l’inchiostro untuoso da ciò: ancor più fece inventando i punzoni, sicchè, invece d’intagliarli uno ad uno, si fusero i caratteri per mezzo di matrici. Il primo libro stampato con caratteri mobili pare la Bibbia detta Mazarina, dalla biblioteca in cui fu trovata, ed è del 1450 o 52 o più veramente 55: alcuni esemplari sono sovra pergamena; bell’inchiostro, bei caratteri, sebbene non sempre uniformi. Del 1454 si ha un opuscoletto di quattro carte per esortare i Turchi con indulti di Nicola V; poi un almanacco del 57.
Presto quell’arte giunse in Italia[175], e del 1465 abbiamo l’edizione di Lattanzio e del Cicero de oratore a Subiaco per Corrado Schweinheim e Arnoldo Pannartz, coll’assistenza di Giovanni Andrea Bussi di Vigevano, poi vescovo di Aleria; ma dicesi preceduta da un Donatus pro puerulis. In Roma al 70 erano uscite almeno ventitre edizioni di antichi. Giovanni da Spira, collocatosi a Venezia nel 69, vi lavora quanto a Roma; e così Vindelino suo fratello, poi il francese Nicolò Jenson. Fino al 1500 s’erano stampate a Parigi settecencinquantun’opere; in Italia quattromila novecentottantasette, di cui a Firenze trecento, a Bologna ducennovantotto, a Milano seicenventinove, a Roma novecenventicinque, a Venezia duemila ottocentrentacinque; altre cinquanta città aveano stamperie. Anche borgate vollero averne, come Sant’Orso presso Schio, Polliano nel Veronese, Pieve di Sacco nel Padovano, Nonantola e Scandiano nel Modenese, Ripoli presso Firenze. Le opere di Cicerone furono delle prime; edite dallo Schweinheim a Roma e dal Jenson a Venezia; ma in un corpo non comparvero che nel 98 a Milano pel Minuciano. Un Livio imperfetto era appartenuto al Petrarca, poi l’ebbe Cristoforo Landino, e su quella forma andò la prima stampa fattane a Roma forse fin dal 69, poi nel 72; indi a Milano nel 78 dal Lavagna, e nell’80 dallo Zarotto; e già a Venezia da Vindelino nel 70, a Roma ancora nel 71 e 72 da Udalrico Gallo, a Treviso nell’80 e 83 da Michele Mazolino co’ tipi di Giovan Vercelli, a Milano di nuovo nel 95: ma completo, almeno quale ci resta, si vide solo a Magonza nel 1518. Di Vitruvio un esemplare si aveva a Montecassino, e fu stampato a Roma nell’86, e commentato nel 95 da Silvano Morosini veneziano.
I copisti a mano erano di molta valentia e credito in Genova; e temendo lo scapito che all’arte loro verrebbe dai torchi, ottennero che quella Signoria li proibisse. Pertanto Mattia il Moravo, che vi si era stabilito, passò a Napoli; e Giovan Bono tedesco, che a Savona avea stampato Boezio, si trasferì a Milano. In conseguenza maestro Filippo da Lavagna, ricco mercante innamorato di quest’arte, non potè fondarla in patria, e la pose a Milano, primo stampatore nostrale che si ricordi[176]. Gli disputa tale primato Antonio Zarotto di Parma, che a Milano nel 1471 pubblicava Festo De verborum significatione, e la Cosmografia di Mela; l’anno dopo formava società con prete Gabriele degli Orsoni, Pier Antonio da Borgo di Castiglione, Cola Montano e Gabriele Paveri Fontana professori d’eloquenza, obbligandosi egli a fondere caratteri, tenere in ordine i torchj, far l’inchiostro, dirigere la tipografia. Fu il primo che stampasse libri liturgici col celebre messale del 1475, e intagliasse punzoni di greco per la grammatica del Lascari[177], mentre prima s’inscrivevano a mano. Vi tennero dietro la Batracomiomachia nell’85, l’Omero di Firenze nell’88 a spese di Lorenzo Medici, l’Esiodo e Teocrito nel 93, l’Antologia nell’84, Luciano, Apollonio, il Lessico di Suida: ma al 1495 non passavano la dozzina i libri greci stampati in Italia.
Il primo stampato italiano fu l’opera del Cennino orafo. A Reggio di Calabria stamparonsi in ebraico i commenti di Jarchi sul Pentateuco nel 75; a Soncino nel Cremonese, per cura di Nathan Ismaele, il Pentateuco nell’82; nell’86 i commenti del famoso Kimcki sui Profeti; nell’88 l’intera Bibbia con bellissimi caratteri, della quale non più che cinque o sei esemplari si conoscono. A Cremona poi nel 1556 Vincenzo Conti stampava i Toledot e il salterio ebraico commentato dal Kimcki; e in quella città, d’ordine dell’Inquisizione romana, si dice siano stati abbruciati dodicimila esemplari di libri talmudici. Tipografie ebraiche v’ebbe pure a Casalmaggiore e Sabbioneta. I primi caratteri arabici si adoperarono a Fano da Gregorio Giorgi nel 1514 nelle sette ore canoniche, poi da Pier Paolo Porro milanese.
A ristorare la deteriorata calligrafia sorse Aldo Manuzio di Sermoneta. Dopo il Museo, prima opera da lui edita in Venezia nel 1495, il dotto tipografo continuò venti anni attorno a classici latini e greci[178]; e si stupisce pensando che stampò per la prima volta Aristotele, Aristofane, Tucidide, Sofocle, Erodoto, Senofonte, Erodiano, Demostene, i Retori, gli Oratori, Platone, Ateneo, Dioscoride..... Adoprò il carattere corsivo, detto italico dai Francesi, ed inciso da Francesco di Bologna, che tolse a modello la scrittura del Petrarca. Aldo stesso le più comode e men dispendiose forme del dodicesimo, ossia piccolo ottavo, sostituì alle solite in-folio: forse soltanto in Italia usavasi l’in-quarto. Via via s’introdussero i registri dei fogli, prima che si numerassero le pagine o le facciate; s’imparò a compartire gli spazj in modo che le linee riuscissero eguali, senza code alla lettera finale; poi vennero le virgole, poi le chiamate, e passo a passo la perfezione presente.
La carta doveva emulare la pecora e il vitello (vélin), onde si facea con cenci scelti di lino e di canapa, non imbianchita col liscivio che oggi snerva la fibra vegetale: la pasta trituravasi lentamente colle pile: ed il foglio, fatto a mano colla trecciuola, veniva incollato fortemente colla gelatina, la quale lo induriva in modo che fin ad oggi ne troviamo inalterate le qualità.