La carezza della carta e dell’inchiostro (il migliore traevasi da Parigi), la tiratura diligentissima, i lavoranti ancora scarsi, e il piccolo spaccio rendeano rischiose le imprese. Schweinheim e Pannartz nel 1472 esposero a papa Sisto IV di trovarsi ridotti a povertà per avere impresse tante opere senza esitarle; e dalla loro querela appare che di consueto si tiravano copie ducensessantacinque, il doppio per Virgilio, pe’ filosofici di Cicerone, e pei libri di teologia; in tutto essi aveano prodotto dodicimila quattrocensettantacinque esemplari. Anzichè arrischiare copiose edizioni, rinnovavansi; e quasi ogni anno furono da Paolo Manuzio riprodotte le epistole famigliari di Marco Tullio.

Presto ai libri si aggiunsero figure[179]; e già nel 1467 a Roma uscivano le Meditazioni del cardinale de Turrecremata con intagli in legno, dipoi coloriti; nel 72 il Roberti Valturii opus de re militari con macchine, fortificazioni, assalti. Il Monte santo di Dio e la Divina Commedia di Firenze nel 1481 portano disegni di Sandro Botticelli, incisi in rame da Baccio Baldini: un Tolomeo a Roma per lo Schweinheim, ha le carte in acciajo di Arnoldo Buchink, così uno a Bologna, e uno pel Berlinghieri a Firenze.

Gli stampatori in principio furono tenuti da molto, e Sisto IV conferì a Jenson il titolo di conte palatino. Facevano anche da libraj, e primamente in un libro stampato a Ferrara il 1474 si trova il nome di bibliopola. I Giunti, che stamparono a Firenze e Venezia, fin dal 1514 aveano estese relazioni colla Germania[180]. Proteggeasi l’interesse degli stampatori con privilegi; e il senato veneto ne concedeva uno di cinque anni a Giovan da Spira nel 1469 per le epistole di Cicerone, uno ad Ermanno di Lichtenstein nel 94 per lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais: l’anno seguente Lodovico Sforza lo conferiva per le opere del Campano a Michele Ferner ed Eustachio Silber: Aldo il vecchio l’ottenne pel carattere corsivo[181]. Avendo Angelo Arcimboldo trovato a Corbia cinque libri degli Annali di Tacito, Leone X ne privilegiò il Beroaldo, che gl’impresse a Roma nel 1515; nè per dieci anni nessuno potea riprodurli, pena la confisca dell’edizione, ducento ducati e la scomunica.

Decreto di deporre alla pubblica biblioteca una copia d’ogni stampato non conosco prima di quello del senato veneto nel 1603. In quello Stato soprantendevano alla stampa i riformatori dello studio di Padova; e gli editori, facendo registrare le opere che metteano ai torchi, ne ottenevano privilegio per un decennio, purchè l’edizione uscisse al tempo prefisso, e commendevole. I libraj di Bologna e così quelli di Parigi e d’altri luoghi ove fosse università, dipendevano da questa, che li nominava, e che ne esigeva giuramento e cauzione, e determinava i prezzi.

I molti scrivani, rimasti scioperi, strillarono contro un’arte che li riduceva alla mendicità, e che surrogava operaj meccanici agli eruditi che dapprima collazionavano i codici onde sminuire gli errori de’ sonnacchiosi copisti; i miniatori si trovarono tolte le occasioni[182]; i possessori di biblioteche comprate a tesori, ne vedeano di colpo decimato il valore; i dotti gelosi prevedevano reso comune il sapere, che prima, costando denari e fatiche, assicurava onori e privilegi: erano altrettanti nemici della nuova invenzione, e spargeano sinistre voci, sino a tacciarla di magia, pericolosa essere cotesta divulgazione del sapere, agevolare la corruzione degl’ingegni. Anche persone di rette intenzioni se ne sgomentavano; ed Ermolao Barbaro suggeriva che, attesa la frivolezza di molti, non si lasciasse pubblicare veruno scritto se non approvato da giudici competenti. I Governi videro altri pericoli che della frivolezza, e massime in Germania, ove si parlava alto contro la Chiesa: onde ad alcuni libri troviamo apposta l’approvazione superiore, forse per istanza dell’autore o dell’editore; poi una bolla di Leone X, del 4 maggio 1515, portò che nessun libro si stampasse senza previa autorizzazione.

Frattanto i manoscritti cessarono d’aver pregio altro che di curiosità, e le opere divennero ricchezza comune. Ma per quanto si mettesse cura a cercarne, molte dovettero sfuggire all’attenzione, per colpa de’ manoscritti stessi. In questi talvolta si trovavano cucite insieme opere disparatissime, sicchè l’erudito, ingannato dal titolo del primo, i minori lasciava inosservati. Altri erano copiati colle abbreviature e note che dicemmo, talchè riusciva difficile il dicifrarle: e davvero al vederle si direbbero caratteri cinesi, a tratti verticali più o meno inclinati, connessi, traversati con altri di forma e posizione varia. Benchè Giulio II, a insinuazione del Bembo, avesse proposto un premio a chi vi riuscisse, i Benedettini nella Scienza diplomatica lamentavano che sì poco si adoperasse a ottenere la chiave delle note tironiane. Quando Tritemio scoprì un Lexicon di queste e un salterio stenografato, si sperava rivelato l’arcano; ma l’effetto non rispose all’aspettazione; finchè nel 1817 Knopp pubblicò la storia della stenografia antica, l’analisi e la sintesi delle note, e un dizionario di circa dodicimila segni, disposti per alfabeto[183].

Son dunque appena cominciati i lavori sui manoscritti di tal natura, e può sperarsene frutto: ma qui non consistono tutte le difficoltà presentate dagli originali. Apprendiamo da Dioscoride che l’inchiostro degli antichi faceasi con gomma e nerofumo stemprati nell’acqua, sicchè bagnando la pergamena, facilmente si cancellava. Al tempo di Plinio, per mordente vi si aggiungeva aceto, indi vitriolo; ma nessuno di questi neri resiste al tempo, sicchè le scritture ci arrivarono sbiadite e illeggibili. Un’infusione di noce di galla ripristina il colore, e meglio nella scrittura di tempi più remoti, quando l’inchiostro teneasi denso di gomma, e grossi erano i tratti, scritti con una canna.

Difficoltà maggiori presentano i palimsesti, dove, per tornare ad altro uso il foglio, venne raschiata la scrittura anteriore. Molteplici sperimenti si fecero per ristaurare i caratteri di prima, e alfine la chimica ne trionfò. Ma qui nuovo incidente. Scomponendo i fogli del manoscritto antico onde prepararli a un nuovo, talvolta si erano allontanati due brani contigui, talaltra un foglio si adoprò ad un lavoro, e il seguente ad un tutt’altro; poi si tagliarono in due o più pezzi, o si tosarono per adattarli al sesto del nuovo libro. Dopo dunque che l’esercitato occhio con buona lente rilevò l’antico sotto al nuovo carattere, comincia la fatica del riordinare il lavoro, ravvicinare le parti scostate, supplire alle lacune, far che le sparse ossa rivivano. Son queste le pazienze intelligenti, alle quali andiamo obbligati delle recenti scoperte di molti classici[184].

Un altro meraviglioso congegno fu quello di svolgere e leggere i rotoli di papiro sepolti in Ercolano. Quando quella città venne scoperta, trovaronsi in una stanza molti cilindri, che si gettarono come carbone, finchè si avvertì essere papiri avvoltolati. Arrise dunque la speranza di recuperare altre parti della eredità intellettuale degli antichi; ma la lava gli avea carbonizzati, e solo i perseveranti studj del padre scolopio Antonio Piaggio insegnarono a svolgerli e copiarli, e con lunghissima attenzione cavarne nuove ricchezze letterarie e archeologiche. E quante ne rimangono ancora sepolte, cura e compiacenza de’ nostri nepoti!

CAPITOLO CXXIII. Costumi cittadini, signorili e mercantili. Lusso crescente. Cultura estesa. Origini del teatro.