Tutto ci fa sentire che tocca al fine l’età sinora descritta: onde vogliamo fermarci a salutare ancora un tratto questa generazione che passa; generazione di istinto più che d’intelletto, che non avea la conoscenza compiuta della morale verità, nè seppe le passioni trasformare in principj morali.

Le città erano impresse d’un carattere monumentale, che manca alle moderne. Tutte cinte di mura, difesa pubblica; e benchè così frequenti fossero e sieno nel nostro paese, fra l’una e l’altra incontravansi spesso borgate e villaggi, la più parte fortificati, talchè intercettavano o difendevano le comunicazioni. Davanti alle città o nel cuore v’avea quasi dappertutto almeno un ponte, che offriva altri ostacoli al nemico. In ognuna vedeansi i resti delle torri, da cui aveano dominato le prische famiglie signorili, e che la libertà aveva svettate o ridotte a mero ornamento. Dove poi erasi elevato un principe, a difesa propria e offesa altrui aveva elevato una rôcca, la quale doveva incutere tanto sgomento, quanta confidenza ispiravano le chiese.

Queste non pareano mai troppe quando la religione era anima della società; e grandeggiava la cattedrale, che dall’esterno o dai luoghi di primitiva devozione era stata trasferita nel centro degli abitari. Isolarla non sarebbesi pensato, benchè davanti solesse avere una piazza, e in giro un sagrato erboso, talvolta cinto di muro e acconcio alle adunanze. Finchè durò la dominazione de’ vescovi, il palazzo di questi era distinto dalla città, munito, e spesso comprendeva vastissimi tratti; ma dappertutto dovette cedere ai Comuni, salvo Udine e poc’altri: però que’ recinti e gli amplissimi chiostri rimasero sempre luogo d’asilo. Ed ecclesiastici e monasteri possedevano la maggiore e miglior parte della campagna; e aspetto e intenzione religiosa conservavano tutti gl’istituti di pietà e di educazione, fondati e diretti dalla Chiesa o sotto i suoi auspizj.

Le case eransi congegnate malamente di legno, fango, paglia, quali ne mostra ancora tante la pulitissima Francia: non frenato da regolamenti, ognuno invadeva quel più che potesse dello spazzo pubblico, sporgeva i piani superiori e le scale e gli agiamenti sopra le vie, che ne rimanevano anguste e soffogate (Capitolo XCVIII princ.) Di buon’ora però si volle abitare meglio; e la pietra, i mattoni, i tegoli provvidero alla solidità e alla sicurezza. La regolare disposizione delle strade di Torino ne palesa l’origine principesca.

I nomi alle vie applicavansi popolarmente secondo i luoghi cui mettevano e principalmente le chiese vicine: spesso secondo l’industria che vi si esercitava, o la famiglia che v’avea casa: il che pure ci rivela una stabilità di famiglie e di botteghe, oggi svanita. Degli odierni numeri teneano vece o un motto, o uno stemma, o una insegna fabbrile, una pittura, una terra cotta, uno smalto.

Illuminazione notturna non si conosceva; solo in parte supplivano le lampade accese ai frequenti tabernacoli. Fortunate le città che avessero acque correnti per lavarsi, o spesse pioggie! altrimenti la poca cura nel gettare le immondizie, massime nelle intercapedini, i branchi di majali che razzolavano liberamente tra queste, l’abbondanza di stalle donde ogni mattina menavansi fuori le giovenche a pascere, come tuttora accade di vedere in parecchie città di Romagna, impedivano la pulitezza.

Fra le case plebee discernevansi i palazzi signorili, che talvolta abbracciavano vasti quartieri; come in Milano quel de’ Visconti, che giungeva da San Giovanni in Conca fino all’arcivescovado, e quel dei Pusterla da Sant’Alessandro fin alla Vedra. Spesso v’erano annessi portici, o prolungati tutt’al lungo delle strade, come in Bologna, in Mantova e altrove, od isolati, come il coperto de’ Figini e la loggia degli Osj a Milano, la loggia de’ Bardi e le altre di Firenze, ove convenivano i dipendenti d’una famiglia, od un’intera fazione a confabulare, spassarsi, trattare di affari. Una più grande faceva l’uffizio delle borse odierne, e spesso erano sotto alla sala del parlamento, come vedesi ancora nella piazza de’ Mercanti a Milano, nel broletto a Monza, e così a Padova, a Vicenza, altrove.

Il palazzo del Comune, oltre servire alle adunanze, era e una testimonianza della ricchezza del paese, e un deposito de’ suoi ricordi, ornandosi con cimelj antichi e con lapide e monumenti nuovi, massime cogli stemmi o cogli encomj de’ magistrati. Come la chiesa aveva campana, così volle averla il Comune succedutole; ed era vanto il farne elevata o ricca la torre. Sulla piazza stava spesso eretta la forca, feroce simbolo della podestà di sangue. Oltre l’armeria, non dovevano mancare vasti magazzini, ove un’esagerata precauzione riponea gran quantità di grano, di fieno, di vino, spesso imponendo a tutti i possessori della campagna di portarvi la metà o un terzo del ricolto.

Non che le città, ogni borgo aveva istituzioni caritatevoli, massime per infermi e pellegrini, fondate da qualche pio o da una confraternita o da un’arte. Nel secolo che descriviamo si cominciò a concentrare anche la beneficenza, che lo spirito domestico del medioevo aveva sparpagliata, e ne vennero i grandiosi ospedali nelle città, meglio amministrati per certo; se più conducenti al servizio de’ poveri, lo dica altri. Nel 1431, per opera del vescovo, gli ospedali di Palermo furono riuniti in quello di Santo Spirito; a Milano Francesco Sforza dei varj formò l’ospedal Grande, reggia dei poveri; a Como persuase altrettanto il beato Michele da Carcano nel 64; ad Asti nel 55 il vescovo Filippo Roero per quello di Santa Maria; così a Cremona nel 50, e alquanto più tardi a Messina per l’ospedale di Santa Maria della Pietà.

Nella lor cerchia ogni città conservava vita propria, propria politica; mercanti dotati del senso pratico della vita; legulej sottili fino alla malizia; nobili ancora spadaccini, ma già togati; clero basso e mestierante colla sollecitudine del guadagno, ma colla drittura ingenua e l’amor della giustizia; corporazioni laiche, oculatissime a conservare i privilegi; tutti attenti a bilanciarsi fra la brutalità de’ tiranni e la brutalità della canaglia. Spesso ancora, quantunque crescessero gli eserciti, erano chiamati a difendersi dai soldati. Avvicinavasi una banda? Contadini e pastori ravviano alla città i bovi, le pecore, i bufali, vi conducono le scorte, i grani, gl’istromenti rurali. Si chiudono le porte, si ritirano i ponti, si calano le saracinesche, si tendono le catene; gli uni corrono di casa in casa a cercare graticci, materasse, botti da serragliare le vie ed ammortire i colpi; altri vanno ad allogare i poveri e gli avveniticci per le taverne, i conventi, i portici; altri si stringono a consiglio col comandante della piazza sopra i mezzi di difesa; mentre in palazzo si divisano i modi di tenere d’occhio il comandante stesso, e impedire che tradisca, egli mercenario. Quel misto d’eroismo e di paura, d’esaltamento e di codardia, di gonfie minaccie e di accasciata aspettazione, di litanie ed esposizioni in chiesa e di esercizj sul campo che accompagnano l’avvicinarsi del pericolo, suscitano cento aspetti e discorsi differenti, che si mescolano al rintocco della campana, allo squillo delle trombe, ai falsi allarme che poi risolvonsi in risate. Fra ciò arrivano feriti, infermi, spogliati, paurosi; e i loro racconti, avidamente ascoltati, ripetuti, ingranditi, crescono l’ansietà: qualche spavaldo giura vendicarli; qualche sofferente crede e compatisce il coloro soffrire; altri è spedito a patteggiare col nemico, a riscattarsi a denaro dal saccheggio; e ottenutolo, versansi dalla città, abbracciandosi con quei che dianzi erano nemici, bevendo, cantando con loro. Così protraevasi quell’attività febbrile e quell’ansietà giornaliera che costituivano la educazione dell’uomo, e produceano a vicenda esaltamento e prostrazione, slancio irriflessivo o concentrazione devota, ma sempre la coscienza d’essere qualche cosa, di qualche cosa potere; lontano dalla vulgarità in cui cade (noi lo vediamo) una società governata da scettici, o da un despotismo che dà le apparenze di ordine all’anarchia morale.