E noi da queste trasportiamoci in quelle città per adocchiarne a minuto le costumanze ed i caratteri.
Ai Francesi, nelle diverse loro calate in Italia, appongono i cronisti l’avere insegnato ai nostri a surrogare alle avite usanze novità sempre varie, cercar di parere belli anzichè buoni, e ambire non tanto la lode delle opere e dell’ingegno, quanto la vana e folle gloriola delle frastaglie e del vestire acconcio, e variare portature, e quel lusso che preferisce gli oggetti dilettevoli ai necessarj. Le carrozze furono sostituite ai giumenti ed alle cavalcature, fin dagli uomini: sciali nel vitto, nel vestire, nelle spese nuziali, nelle donazioni; perfino artefici plebei, dice l’aulico pavese, usavano alle mense maggior varietà e raffinata delicatura che non i nobili d’una volta; nè le donne vulgari la cedevano alle ricche e gentili. E l’autore della vita di Cola Rienzi, in suo favellar romanesco: — Di questo tempo cominciò la gente ismisuratamente a mutare abiti, sì de vestimenta, sì de la persona. Cominciò a far li pizzi de li cappucci lunghi; cominciò a portare panni stretti alla catalana e collari, portare scarselle a le correggie, e in capo portare cappelletti sopra lo cappuccio. Po’ portavano barbe grandi e folte, come bene gianetti spagnuoli vogliano seguitare. Dinanzi a questo tempo queste cose non erano anco; se radeano le persone la barba, e portavano vestimenta larghe e oneste; e se ciascuna persona avessi portata barba, fora stato avuto in sospetto d’esser uomo de pessima ragione, salvo non fosse spagnuolo ovvero uomo de penitenzia. Ora è mutata condizione, idea, deletto: portano cappelletto in capo per grande autoritate, folta barba a modo di eremitano, scarsella a modo di pellegrino. Vedi nuova divisanza! e che più è, chi non portassi cappelletto in capo, barba folta, scarsella in cinta, non è tenuto covelle, ovvero poco, ovvero cosa nulla. Grande capitana è la barba: chi porta barba è tenuto».
Del 1388 Giovanni Musso dipingeva i Piacentini sontuosissimi in tutto, specialmente negli abiti. Le donne portano vesti lunghe e larghe di velluto di seta di grana, o di panno di seta dorato, o di panno d’oro o di lana scarlatto o pavonazzo, con ampie maniche fin a mezza la mano, ed altre che pendono fin in terra, aguzze a maniera di scudi. E sopra vi si pone talvolta da tre in cinque once di perle, che costano dieci fiorini l’oncia; o nastri o cerchi d’oro al collo, a guisa dei colletti dei cani; e in vita belle cinture d’argento dorato e di perle, da valere venticinque fiorini ciascuna; e con tanta varietà di anelli e pietre preziose pel costo di trenta in cinquanta fiorini: a tacer quelle che portano le cipriane, vesti larghissime al piede e strette indecentemente dal mezzo in su, e tutte impomellate dalla gola fin ai piedi con bottoni dorati o perle. Ricchissimi poi sono i vezzi del capo. Alcune usano mantellette che coprono appena le mani, foderate di vajo e di zendado, e belle filze di coralli o d’ambra: le matrone e le vecchie un mantello ampio, rotondo e crespo, sparato davanti, se non che una spanna verso la gola ha bottoni d’argento dorato: e ognuna ha tre mantelli, un cilestro, un pavonazzo, uno di camelloto ondato. Le vedove istesso, ma tutto bruno senz’oro o perle. I giovani hanno gabbani lunghi e larghi fin a terra con belle fodere di pelli domestiche e selvatiche, di panno i più, altri di seta e velluto: e sotto han vestiti corti e assettati, e dappertutto galloni di seta o d’oro, e talvolta con cinture. Gli uomini maturi usano cappucci doppj di panno e sovr’essi berrette di grana fatte a ferri; i giovani non portano cappuccio che d’inverno, con becco lungo fin a terra; bianche le scarpe, e talvolta con punta lunga fin tre once, imbottita di borra; rasa la barba da mezzo l’orecchio in giù, e gran zazzera di capelli rotonda. E tengono cavalli fin a cinque, e servi, a ciascun de’ quali si dà fiorini dodici l’anno e il vitto.
Giovan Villani non volle «lasciare di far memoria di una sfoggiata mutazione d’abito, che recarono di nuovo i Francesi che vennero in Firenze il 1342. Chè colà dove anticamente il vestire ed abito era il più bello, nobile ed onesto che niun’altra nazione, al modo dei togati Romani, sì si vestivano i giovani una cotta, ovvero gonnella corta e stretta, che non si potea vestire senza ajuto d’altri, e una coreggia come cinghia di cavallo, con isfoggiata fibbia e puntale, e con isfoggiata scarsella alla tedesca sopra il pettignone, e il cappuccio a modo di sconcobrini (giocolieri) col battolo infino alla cintola e più, ch’era cappuccio e mantello con molti fregi e intagli. Il becchetto del cappuccio lungo sino a terra per avvolgere al capo per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme. I cavalieri vestivano con sorcotto ovvero guarnacca stretta, ivi suso cinti, e le punte de’ manicottoli lunghe infino in terra, foderate di vajo ed ermellini. Questa istranianza d’abito, non bello nè onesto, fu di presente preso per li giovani di Firenze; e per le donne giovani disordinati manicottoli».
Anche Galvano Fiamma, sotto il 1340, deplora che i giovani milanesi sviarono dalle orme dei padri, e si trasformarono in straniere figure; presero ad usare strette vesti alla spagnuola, e chiome tonde alla francese, lunga barba alla barbarica, cavalcare con furiosi sproni alla tedesca, parlare con varie lingue alla tartara. Le donne pure vagano scollacciate, con vesti di seta e talvolta d’oro; acconcio il capo con ricci alla forestiera; succinte in zone d’oro come amazzoni; camminano coi calzari ritorti in su; giocano a tavole e dadi: cavalli da guerra, splendenti armadure, e ch’è peggio, virili cuori, libertà degli animi, sono ornamento delle donne e cure di tutta la gioventù, sprecando le sostanze sudate dai genitori frugali.
Troviamo da altri deriso il farnetico delle donne, ora di ringrandire la persona rizzando sul cucuzzolo i capelli, ora imberrettate, ora colla chioma disciolta sulle spalle, con diverse maniere di bestie appiccate al petto: l’alchimia faceva sua arte coprendone le magagne, e con varj avvisi medicando la pelle. Ora, aperto il collaretto, sfacciatamente mostravano; poi di tratto l’alzavano su fino agli occhi: talora, stretta la cintura, gonfiavano di sotto come pregnanti; tal altra con piombini tenevano intirizzite le guarnacche, a coprire il calcagnino che le rialzava dal suolo; qualche altra poneano mantello a somiglianza degli uomini Veneti, Genovesi, Catalani, che prima serbavano mode proprie, si meschiavano poi talmente, da non distinguerli. I milordini non chiamavansi contenti se l’uno non superava l’altro in novità; sicchè ora s’adattavano la berretta notturna, ora strozzati alla gola e allacciati di corde come fossero balle, tantochè non potevano sedere che non ne schiantassero alcuna: sempre anelanti dietro foggie straniere l’uno di Sorìa, quello di Arabia, un terzo pareva d’Armenia, un altro portava il farsettino all’ungherese; e chi larghi manicottoli, e gabbani di più versi, con maniche giù dal dosso pendenti come fossero monchi, e larghe punte di scarpe[185].
Queste lagnanze, oltre il solito andazzo di imbellire il passato a rimprovero del presente, a noi sono indizio del crescere della democrazia, per cui non rimanevano le condizioni separate fin nell’abito e nelle guise. Che che poi ne dicano i declamatori, il cangiare foggie non era consueto; e oltre che ciascun paese ne conservava di proprie, per le quali si diceva «Questo è napoletano, questo lombardo, questo genovese», anzi discerneasi il fiorentino dal pisano e dal lucchese, gli abiti bastavano l’intera vita e tramandavansi da una all’altra generazione.
L’addobbo dei Fiorentini ci è bello ed elegantemente descritto da Benedetto Varchi: — Passato il diciottesimo anno, vestivano in città una veste o di saja o di rascia nera, lunga quasi fino a’ talloni, e a dottori ed altre persone più gravi soppannata di taffetà e alcuna volta d’ermesino o di tabì, quasi sempre nero, sparata dinanzi e dai lati, ove si cavano fuori le braccia, ed increspata da capo, dove s’affibbia alla forcella della gola con uno o due gangheri di dentro, e talvolta con nastri e passamani di fuora, la qual veste si chiama lucco. I nobili e i ricchi lo portano anche il verno, ma o foderato di pelli, o soppannato di velluto, e talvolta di damasco. Di sotto poi chi porta un sajo, chi una gabbanella, od altra vesticciuola di panno soppannata, che chiamano casacche, e dove la state si porta sopra il farsetto o giubbone solamente, e qualche volta sopra un sajo o altra vesticciuola scempia di seta, con una berretta in capo di panno nero scempia, o di rascia leggerissimamente soppannata con una piega dietro, che si lascia cader giù in guisa che cuopre la collottola, e si chiama una berretta alla civile. Nè ora si portano più sajoni con pettini e colle maniche larghe che davano giù a mezza gamba, nè berrette che erano per tre delle presenti, colle pieghe rimboccate all’insù, nè scarpette goffamente fatte con calcagni di dietro.
«Il mantello è una veste lunga per lo più insino al collo del piede, ordinariamente nero, ancorchè i ricchi, massimamente i medici, lo portino pagonazzo o rosato, e aperto solo dinanzi e increspato da capo, e s’affibbia con gangheri come i lucchi, nè si porta da chi ha il modo a farsi il lucco, se non di verno sopra un sajo di velluto o di panno e foderato. Il cappuccio ha tre parti; il mazzocchio, che è un cerchio di borra coperto di panno, che gira e fascia dattorno alla testa e di sopra, e soppannato dentro di rovescio, copre tutto il capo; la foggia, o quella che pendendo in sulle spalle, difende la guancia sinistra; il becchetto è una striscia doppia del medesimo panno, che va fino a terra: si piega in sulla spalla, e bene spesso s’avvolge al collo, e da coloro che vogliono essere più destri e più spediti, intorno alla testa. Il pappafico era un altro modo di cappuccio che copriva le gote.
«La notte, nella quale si costuma in Firenze andar fuori assai, s’usano in capo tôcchi, e in dosso cappe chiamate alla spagnuola, cioè colla capperuccia dietro. In casa usa mettersi indosso un palandrano o un catalano, con un berrettone in capo. La state alcune zimarre di guarnello, o gavardine di sajo con un berrettino. Chi cavalca, porta o cappa o gabbano, o di panno o di rasia; e chi va in vaggio, feltri. Le calze tagliate al ginocchio, e con cosciali soppannati di taffetà, e da molti frappate di velluto e bigherate. Mutan ogni domenica la camicia, increspata da capo e alle mani, e tutti gli altri panni fino al cintolo, ai guanti ed alla scarsella. Il cappuccio nel far riverenza non si cava mai, se non al supremo magistrato, a un vescovo o cardinale: e solo a cavalieri o magistrati, o dottori o canonici, chinandosi il capo in segno d’umiltà, s’alza alquanto con due dita dinanzi»[186].