Agli eccessi del lusso continuavano ad opporsi leggi suntuarie (t. VII, p. 125), ma la ripetizione ne rivela l’inutilità: predicatori e moralisti declamavano, e intanto le pompe crescevano di più in più. S’aprivano talvolta corti bandite, ove i signori accorreano come a rare occasioni di riunirsi e sfoggiare; i cavalieri a romper lancie, ed a meritare in premio del valore l’applauso e i sospiri delle belle; i popolani alle mense apprestate a tutti, ai vini che talora perfino zampillavano da artifiziose fontane: abiti si regalavano a profusione, e mille persone furono vestite dalla moglie di Matteo Visconti nelle nozze di Galeazzo suo figlio, con Beatrice d’Este. La quale usanza di regalar cose utili, anzichè un anello o una tabacchiera, a lungo fu conservata.

Buonamente Aliprando, il quale stese la cronaca di Mantova nelle più rozze terzine che uom possa leggere, descrive la corte bandita dai Gonzaga menando tre spose in una volta. Assai baronia venne da tutte parti, ognuno portando un dono di vesti di velluto, o di mischio di lana, o di vajo e scarlatto, foderate quale d’agnello, quale di volpe o coniglio, quale di vajo, con bottoni d’argento: ed erano non meno di trecentrentotto, le quali furono compartite a buffoni e a magistrati. D’argenteria chi donava coppe, chi cucchiaj, chi bacini, in tutto pel peso di ducencinquanta marchi. Altri presentò taglieri e ciotole di legno, quante bastassero a tutta la corte; la comunità de’ mercanti regalò mille ducati; chi recò carne e pollame, chi superbi destrieri. Essi Gonzaga poi regalarono ventotto cavalli, del valore di duemila ducento ducati: le altre spese del fieno, dell’avena, del mangiare, sommarono a cinquantaduemila lire. Venticinque cavalieri di nobiltà furono vestiti: ed otto giorni si durò fra tornei, giostre e bagordi, e sonare, ballare, cantare numerandosi fino a quattrocento sonatori, con buffoni che se ne tornarono contenti di robe e di denaro.

Fu spettacolo nuovo, alla pace celebrata in Vicenza nel 1379 fra Bernabò Visconti e gli Scaligeri, il vedere fuochi d’artifizio, pei quali tutti stavano cogli occhi verso il cielo[187]. Nel 1397 Biordo de’ Michelotti, signore di Perugia e delle circostanti città, ordinò feste per menar moglie Giovanna Orsini. — E primieramente (leggesi ne’ Diarj del Graziani) fu ordinato che ogni famiglia del contado facesse un presente, e poi che ogni comunità, villa e castello facesse il suo presente, che furono paglia, biada, legne, grano, vino, polli, vitelli, castrati, ova, cacio. Biordo fece bandire per tutte le terre, che ciascuna persona che non fosse ribelle o condannata del Comune di Perugia, potesse venire alle dette feste sicuramente; ed invitò tutti i signori circonvicini, ordinando corte bandita per otto giorni; e inoltre fece venir per guardia della sua vita moltissime genti delle sue terre. Tutte le terre d’intorno gli mandarono ambasciatori con onorevolissimi doni, e anche Venezia e Fiorenza; e quel di Fiorenza menò dodici uomini d’arme per giostrare. Madonna contessa entrò con un vestimento d’oro tirato, con molte gioje in testa; davanti andavano tre paja di cofani, e sei donzelle con loro vestimenti di drappo. Ella portava in capo una ghirlanda di sparagi; venivano con essa lei a cavallo messer Chiavello signor di Fabriano, gl’imbasciatori di Venezia e di Fiorenza. Tutte le gentildonne onorate le si fecero incontro ballando, vestite a porta per porta secondo la sua divisa; e quelle che non erano atte a ballare, andavano lor dietro.

«La comunità di Perugia donò ad ogni compagnia dieci fiorini d’oro. Innanti ci era una gran moltitudine di trombe, le quali sonavano di maniera che invitavano ciascuno a festa: fu fatto un bando che, durante detta festa, non si aprisse bottega alcuna; che fu per lo spazio di otto giorni. Fu fatta la mensa nella sala papale, e intorno ci erano collocate assaissime tavole, ed eravi il luogo apposta per le torcie. La tavola di Biordo era in capo, più eminente; alle altre furono per ciascheduna fiata posti trecento taglieri; e fu allora raccontato che in Toscana non si trovò mai la più bella corte. Le donne tutte s’erano radunate in casa di Biordo, ed erano una compagnia reale.

«Il giorno seguente tutte le città, terre e luoghi le ferono presenti e doni singolarissimi: e prima l’imbasciator di Venezia l’appresentò un dono che valeva ducento fiorini d’oro; quel di Fiorenza le dette un palio di scarlatto ed un cavallo covertato; quel di Città di Castello un altro palio ed un cavallo; Castel della Pieve un altro cavallo; Orvieto un finimento intero da tavola tutto d’argento; Todi il medesimo, e di più due pezze intere di velluto; gli altri tre imbasciatori fecero il simile. Oltre questo, ci furono moltissime donne che si vestirono alla divisa di Biordo, e tutte quasi fecero tre vesti per ciascuna, e andavano ballando per la piazza. Il mercoledì si giostrò una barbuta con l’armi del Comune dietro; e si continuò fino a notte, onde fu d’uopo adoperarvi le torcie».

Nelle feste delle città commercianti la principale toccava alle arti, distribuite in maestranze; e la cronaca del Canale ci divisa quelle del 1268 per l’assunzione del Tiepolo in doge di Venezia. La prima festa (dic’egli molto più prolissamente in francese) fu fatta in mare davanti il palazzo del doge, e Piero Michele capitano fece apparecchiar le galee, e navigare tutto davanti il palazzo anzi ch’egli se ne andasse, e alzare l’applauso al doge in tale maniera: — Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera: a nostro signore Lorenzo Tiepolo, la Dio grazia inclito doge di Vinegia, Dalmazia e Croazia, e dominatore della quarta parte e mezzo dell’imperio di Romania, salvamento, onore, vita e vittoria: san Marco, tu lo ajuta». Simil lode levarono e cantarono quei delle altre galee; e poi le fece il capitano navigare per mezzo Venezia; e se ne andarono a vedere la dogaressa, che li ricevette a lieta ciera.

Di poi tutti i mestieri un dopo l’altro, riccamente apparecchiati, andarono a vedere il lor signore e la donna di lui. Primieramente quei di Torcello e delle altre contrade armarono il naviglio proprio e vennero al doge e alla dogaressa. Quei di Murano aveano in nave galli vivi[188], perchè si conoscesse donde fossero, e le loro bandiere erano issate per mezzo il naviglio. I maestri fabbri e tutti i loro serventi andarono insieme sotto un gonfalone, ciascuno una ghirlanda in capo, e trombe ed altri strumenti con loro: montarono di sopra il palazzo, e salutarono il doge augurandogli ciascuno vita e vittoria; ed egli rendette loro salute e buone avventure. Discesi come erano andati, se ne vennero fino a Sant’Agostino, ove la dogaressa era, e la salutarono, ed ella rese loro salute siccome donna. I maestri pellicciaj d’opera selvaggia addobbaronsi di ricchi mantelli di ermino e vajo ed altre ricche pelli selvatiche, e i loro garzoni e fattorini guernirono molto riccamente; misersi innanzi una bella bandiera, e dietro quella vennero due a due. I maestri pellicciaj d’opera vecchia misero lor gonfalone avanti, e le trombe, gli stromenti, le coppe d’argento e le fiale piene di vino: e guernirono loro corpi molto riccamente di drappi di sciamito e di zendado, di scarlatto e di molte altre ricche robbe soppannate di vajo e di grigio e d’altre ricche pelli; ed i loro serventi piccoli e grandi guernirono anche molto bellamente. Poi i pellaj di pelli agnelline si misero il lor gonfalone avanti, le trombe e gli stromenti e le coppe d’argento e le fiale caricate di vino, ed i maestri e tutti i loro fattorini. I tesserandoli di nappe e tovaglie misero davanti il gonfalone, e addobbarono i corpi loro e quelli de’ calcolajuoli e serventi molto bellamente, e fecersi precedere da cembali e trombe e coppe d’argento e fiale di vino, e sotto di buoni conducitori se ne andarono cantando canzonette e cobbole pel doge; e venuti che furono al palazzo, montarono i gradini, e lo salutarono cortesemente, ed egli rese loro la salute molto bellamente; poi andarono a far lo stesso colla dogaressa.

Allora comincia ad inforzare la gioja e la festa; chè primieramente si vestirono di novello dieci de’ maestri sartori tutto di bianco a stelle vermiglie, cotta e mantello foderati di pelliccerie: i maestri lanajuoli col solito gonfalone e le trombe e le coppe d’argento e le fiale di vino, e ciascuno un ramo d’ulivo nella mano, ed in capo ghirlande pur d’ulivo: i maestri cotonieri che fanno i frustagni di cotone, addobbaronsi tutto di nuovo, di cotte e di mantelli de’ frustagni che fanno, pellicciati riccamente: e così i maestri che fanno le coltri e le giubbe: e fece ciascuno una nuova cappa di color bianco sparsa di fiordalisi, e le cappe aveano ciascuna un capperone, ed essi aveano ghirlande di perle operate ad oro sulle teste.

I maestri di drappi a oro se ne posero di ricchi, e i loro fattorini pur di drappo a oro o di porpora e zendado, e in testa i capperoni indorati e ghirlande di perle e di fregetti d’oro: misero il lor gonfalone e bandiere avanti, e trombe e cembali. I calzolaj e loro serventi ebber sulle teste delle ghirlande di perle e di fregetti a oro. I merciaj andarono a vedere il lor signore con ricchi drappi, e le teste e le robbe di fregetti a oro e di sete e di tutte beltà che l’uomo potrebbe divisare. Quei che vendono i camangiari di carni salate e formaggi, fecero lor gonfalone, avendo molto ricchi drappi tinti in scarlatto ad oricello o in risanguine od altri colori, pellicciati di vajo e di grigio, e sulla testa ricche ghirlande di perle e di fregetti a oro. Succedono quelli che vendono uccelli di riviera e pesci del mare e dei fiumi.

Poi i maestri barbieri ebbero con loro due uomini a cavallo, armati di tutto punto, come i cavalieri erranti, e seco traevano quattro damigelle, addobbate molto stranamente. Venuti al palazzo, ascesero, salutarono il doge, ed egli rendette loro la salute; e immantinente discese uno di quelli che a cavallo erano armati di tutte armi, e disse al doge: — Messere, noi siamo due cavalieri erranti, che abbiam cavalcato per trovare avventure; e tanto ci siamo penati e travagliati, che abbiamo conquiso queste quattro damigelle: or siamo a vostra corte venuti, e se ci ha nessun cavaliere che di quinc’entro venisse avanti per provare suo corpo e per conquistare le strane damigelle da noi, noi siamo apparecchiati per difenderle». Immantinente rispose il doge, fossero i ben venuti, e che Domeneddio li lasci gioire di loro conquiste; e — Ben voglio che voi siate onorati a mia corte, ma punto non voglio che nullo di qui entro vi contraddica, e sì ve ne quieto del tutto». Montò allora il cavaliere errante, e gridaron tutti: — Viva nostro signore Lorenzo Tiepolo, nobile doge di Venezia»; poi se ne ritornarono a dietro, grande gioja dimostrando, e se ne andaron tutti in tale maniera a vedere la dogaressa, che molto bene li ricevè.