I maestri vetraj ornaronsi di ricchi scarlatti, foderati di vajo e d’altri ricchi drappi, gli uomini carichi di loro lavorii, cioè guastade ed oricanni ed altrettali vetrami gentili, e le coppe d’argento e le fiale piene di vino. Si misero alla via cantando novelle canzoni, nelle quali si diceva di Lorenzo Tiepolo e di suo padre, di cui abbia l’anima Dio, che doge era stato. A tale gioja ed a tale festa se ne andarono due a due molto bene arringati sotto il lor gonfalone cantando e diportando sino al palagio. I maestri orafi addobbaronsi di perle e d’oro e d’argento e di ricche e preziose pietre, cioè di zaffiri, smeraldi, diamanti, topazj, giacinti, ametiste, rubini, diaspri, carbonchj e d’altre pietre di gran valuta; e loro sergenti anch’essi molto riccamente, e di cosa in cosa fecero come gli altri.

I maestri pettinajuoli v’andarono pure, menando gran gioja: quando furono al doge, Ughetto, savio maestro, si mise avanti e disse: — Sire, io prego Gesù Cristo e sua dolce madre e san Marco vi donino la sanità, vita e vittoria, ed a governare lo onorato popolo veneziano in vittoria e ad onore per tutta la vostra età». E il doge risposegli molto saviamente, e quelli gridarono tutti insieme: — Viva nostro signore, il valente messere Lorenzo Tiepolo, il nobile doge di Venezia». Que’ maestri pettinajuoli aveano con loro una lanterna piena d’uccelli di diverse maniere; e per allietare il doge, ne aprirono la portina per dove gli uccelli uscirono fuora tutti, volando qua e là a loro talento[189].

Mi apporrete che questi particolari nulla ingeriscono alla storia d’Italia? Ma scopo nostro è conoscere gl’Italiani, nè credo che una persona si mostri qual è ove s’ignorino i suoi abiti e i costumi suoi: altri poi ha detto non conoscere un popolo chi non lo osservò nelle sue feste. In quella che or descrivemmo, dovette parere vi passasse davanti il medioevo, con quella libertà non individuale ma collettiva, dove, piuttosto che uno Stato, erano a vedersi molti gruppi di famiglie, di corporazioni, di Comuni, di chiesa, di nobiltà, ciascuno con leggi e norme e divise sue proprie. E delle feste di Venezia potrebbe farsi un libro, anzi fu fatto, ogni avvenimento pubblico essendovi commemorato con solennità di devozione e di patriotismo (Cap. XCVIII).

Poichè il santo patrono usavasi sovente pel nome del Comune stesso, dicendo San Marco, Sant’Ambrogio, San Pietro, per Venezia, Milano, Roma, la festa di quello era altrettanto civile quanto religiosa. Lo Statuto di Modena prescriveva che il giorno di san Geminiano d’ogni famiglia dello Stato venisse uno alla città con un cero in mano, e vi restasse fino a terza del domani; e così da ogni Comune forense vi si portasse il vessillo, seguìto dagli uomini della villa o del castello. A Ferrara, chiunque possedesse da cento lire in su doveva, la vigilia di san Giorgio, portare un cero a mattutino. A Milano per la natività di Maria doveano convenire tutti i Comuni dipendenti, col proprio gonfalone: alla festa poi di sant’Ambrogio, secondo il Decembrio, presentavasi all’altare di lui una gran mole di fiori ed erbe, di uva matura con pampani verdi, tutto fatto di cera. Di tali convegni non manca nessuna città dominatrice, e principalmente solenne era il san Giovanni a Firenze. A Montecatino, quando per le litanie di san Marco il clero scende alla pieve di Niévole, le donne continuano il giorno intero, come in recuperata libertà, a sonar quelle campane, sensibili per tutta la valle: la mattina di Risurrezione il celebrante benedice molti corbelli di pane e di carne d’agnello, che poi sono generosamente distribuiti a ciascheduno quasi in ristoro del digiuno quaresimale[190].

Le feste religiose spesso avevano del beffardo, come le sculture delle chiese. Tal era la cornomania che si celebrò a Roma fin verso il Mille, avanzo di qualche solennità pagana. Il sabato dopo pasqua, quando si aveano a cantare le litanie al papa, gli arcipreti delle diciotto chiese diaconali colle campane convocavano il popolo; il sacristano metteasi la cotta e una ghirlanda di fiori con corna, e in mano un finobolo, canna di bronzo grossa quanto un braccio, e per metà ornata di campanelli. Così andavasi processionalmente a San Giovanni Laterano, e ciascun arciprete formando circolo colla sua plebe, si cantava al pontefice: — Su, preghiere; Iddio per la tua prosperità; Maria madre di Dio; su, preghiere. Buon giorno, o padrone; apriteci le porte; noi veniamo a vedere il papa, vogliam salutarlo e fargli onore, e cantargli le litanie, come si usava ai Cesari. Bravo, uom benigno, papa che governi tutte cose al posto di Pietro; il cielo risplendette, le nubi si dissiparono». Frattanto il sacristano pirovettava in mezzo a ciascun circolo, scotendo le corna e il finobolo. Finite le litanie, un arciprete s’avanzava traendosi dietro un asino, allestito dai famigli della corte; un cameriere reggeva sopra la testa della bestia un bacino con venti denari d’argento; e quell’arciprete, rovesciandosi tre volte indietro, colla mano abbrancava più soldi che potesse da quel piatto, e quanti ne pigliava erano suoi. Gli altri arcipreti seguivano col clero deponendo ghirlande a’ piedi del papa; quello di Via Lata deponeva insieme una volpe, che non essendo legata fuggiva; e il papa davagli un bisante e mezzo: quel di Santa Maria in Aquiro, un gallo colla corona, e riceveva un bisante e un quarto: l’arciprete di Sant’Eustachio un cerbiatto, e toccava egual compenso: un solo bisante gli altri, e la benedizione del pontefice. Reduci alla propria chiesa, il sacristano nell’arnese stesso, con un prete e due compagni, portando l’acquasantino e rami d’alloro e chicche, iva di porta in porta col finobolo, benedicendo le case, mettendo foglie d’alloro sul fuoco, e distribuendo le chicche ai fanciulli, cantando una cantilena in lingua barbara, che cominciava: Jaritan, jaritan, jajariasti. Raphayn, jercoyn, jajariasti; e il padrone della casa dava qualche mancia[191].

I banchetti erano solennità popolari e aristocratiche. Uno magnifico fu imbandito, quando Gian Galeazzo Visconti fu investito duca di Milano, nel cortile dell’Arengo, dove ora sta il palazzo reale; e, secondo il Corio, da prima si presentò a ciascuno de’ convitati acqua alle mani, stillata con preziosi odori; poi seguitarono le imbandigioni, tutte accompagnate con trombe ed altri diversi suoni. La prima delle quali fu marzapani e pignocate dorate con l’arme del serenissimo imperatore e del nuovo duca, in tazze d’oro con vino bianco; indi pollastrelli con sapore pavonazzo, uno per scodella e pane dorato; poi porci due grandi dorati, e due vitelli parimenti dorati. Indi vi furono portati grandissimi piattelli d’argento; e per cadauno pezzi due di vitelli, pezzi quattro di castrato, pezzi due di cignali, capretti due interi, pollastri quattro, capponi quattro, prosciutto uno, somata uno, salsiccie due, e savore bianco per minestra, e vino greco. Dopo furono portati altri piattelli di simile grandezza con pezzi quattro di vitello arrosto, capretti due interi, lepri due intere, piccioni grossi sei, uccelli quattro; poi pavoni quattro, cotti e vestiti; orsi due dorati, con sapore citrino e vino leggiero. Vennero quindi altri grandissimi piattelli d’argento con quattro fagiani per cadauno, vestiti; a quelli seguitavano conche grandi d’argento, con un cervo indorato, un daino similmente indorato, e capriuoli due con gelatine. Poi piattelli come di sopra, con non poco numero di quaglie e pernici con sapore verde; poi torte di carne indorate con pere cotte. Data alle mani acqua, fatta con delicati odori, seguitavano pignocate in forma di pesci inargentate; poi pane inargentato e malvasia, limoni siroppati inargentati in tazze, pesce vestito con sapore rosso in scodelle d’argento, pastelli d’anguille inargentati; poi piattelli grandi di argento con lamprede e gelatina inargentata, trote grandi con savore nero, e storioni due inargentati; indi torte grandi, verdi, inargentate, mandorle fresche, persiche, e diversi confetti a varie foggie. Compiuto il desinare, furono portati in su la mensa vasi d’oro e d’argento, con fermagli, collane, anelli, e molte pezze di panno d’oro, di seta, di porpora; il che tutto, secondo il grado, fu presentato ai signori.

Dal Corio stesso ci sono divisati i regali che, vent’anni di poi, corsero a quella Corte per le nozze della figliuola di Galeazzo Visconti in Lionello d’Inghilterra. Cento taglieri furono disposti nella sala maggiore pei primati, nelle altre i restanti; e tanto era il sonare, che altro non s’udiva. Le imbandigioni venivano recate a cavallo; e la prima messa furono porcellini dorati, con due leopardi riccamente forniti e dodici coppie di segugi. Alla seconda lepri e lucci dorati, cui seguivano sei coppie di levrieri, ornati di argento, e sei astori. Alla terza vitello e trote, col presente di sei stivieri con collari di velluto e fibbie dorate e cordoni di seta nera. Alla quarta venivano pernici, quaglie, temoli dorati e dodici sparvieri con sonagli d’argento, e dodici paja di bracchi. Per quinta diedero anitre, cisoni e carpani, e dodici falchi, col cappelletto messo a perle. Venne alla sesta carne di bove e capponi, con savore d’agliata e storioni. Era la settima di vitelli e capponi con limonea e tinche, e dodici arnesi da giostra, dodici lancie, altrettante selle dorate. All’ottava portarono carne di bue, pesta e impastata con formaggio e zucchero, ed anguille; poi dodici ricchi fornimenti da guerra, compiti in tutto punto. Comparvero poscia carni e polli, e pesci in gelatina; e dodici pezze di tôcca d’oro, altrettante di seta colorata. Indi corni di gelatina saporita e grosse lamprede, col dono di due doglie di vino, sei bacili ed altrettanti mortaj d’argento dorato. Consistette l’undecima portata in capretti e paperi e agoni, col donativo di sei corsieri bardati, ed altrettante lancie, targhe, cappelline d’acciajo, una delle quali guarnita di bellissime perle. La duodecima fu lepri e capriuoli in savore, con pesce zuccherato, accompagnati da sei destrieri, altrettante lancie, e cappelli. Seguitarono carni di bue e cervo con savore di zucchero e limone, tinche ed altri pesci, e sei palafreni riccamente bardati: poi tinche, polli e sei destrieri da giostra: indi piccioni, cavoli, fagiuoli, lingue salate, carpione, ed un cappuccio e giubbone lavorati a compasso e soppannati d’ermellino. La sedicesima fu di conigli, pavoni, cisoni, anguille con savor di cedro, e un vasto bacile d’argento, un chiavacuore di rubino e diamante, con una perla d’ingente prezzo, e quattro cinti d’argento dorati. La decimasettima furono giuncate e formaggi, e il dono di dodici bovi. La frutta venne allo sparecchio coi vini, e poi cencinquanta cavalli per donare a baroni e signori, ed altre varie robe e gioje. Ai buffoni toccarono cencinquanta vesti; e dopo molto torneare e bagordare, lieto ognuno si partì.

Lungo sarebbe dire le stravaganze, di cui volevasi far pompa in tali pasti. Qualche volta, al primo pungere del coltello dello scalco, il tacchino creduto arrostito saltava bell’e vivo, scompigliando i trionfi: qualch’altra di sotto un pasticcio sbucava un nano, facendo le meraviglie della bella adunata. Questi tripudj rinnovavansi non infrequenti; ed i cronisti si compiaciono talmente a descriverli, che a noi non sarebbe parso di bene interpretarli se non gli avessimo in ciò secondati; e tu rimani stupito quando nella pagina medesima essi ti fanno il racconto d’un incendio, d’una sconfitta, d’una morìa, e insieme di una solennità sfarzosa, alla quale mezzo mondo prese parte.

Dante si lagnava che il tempo e la dote fossero all’età sua usciti di misura[192]; al qual passo Benvenuto da Imola spiega come per lo innanzi un ricchissimo padre dava in dote alla figlia due o trecento fiorini, mentre allora duemila o millecinquecento; le pulzelle maritavansi ai venti o venticinque, ora a dodici o quindici. A Milano, dove Landolfo il vecchio asseriva che sull’entrare del secolo X non si contraevano matrimonj prima dei trent’anni, le Consuetudini più tardi abolivano quelli conchiusi prima dei sette[193]. Pel 1348 abbiamo «le spese di Bartolomeo di Caroccio degli Alberti: per lo costo delle nozze e un desinare che si fece innanzi alle nozze a’ servitori, e denari che ebbero i trombadori e altri buffoni, e denari dati a’ portatori, e confetti, e tramutare masserizie, e per altre spese che a nozze si richiede, lire cennovantasei; per la lettiera, cassa, cassone e tettuccio, lire diciotto; per due para pianelle e due para scarpette, lire una e soldi sedici». Ma le doti e i corredi delle signore e principesse sorpassavano ogni credenza, e ne toccammo poco sopra. Si hanno in sei volumi i Monumenti della casa Del Verme, ove, tra molte altre curiosità, trovansi due corredi di spose, che vogliamo qui riprodurre per esempio: — Nel 1474 Francesco degli Stampa di porta Ticinese, della parrocchia di Santa Maria Valle a Milano, come corredo della Bartolomea de’ Guaschi, riceve ducento sessantaquattro perle, stimate ottanta ducati d’oro in oro; quattr’oncie di perle formate a rete, per ventiquattro ducati; otto pezze di tela di lino fino per far camicie, una di tela di stoppa (revi) per far tovagliuoli pel capo; quattro pezze di fazzoletti (panetorum) che sono cinquantotto; diciotto camicie da donna; trenta monete de tenere in testa; libbre nove e mezzo di refe di lino bianco; uno specchio grande e uno più piccolo; tre pettini d’avorio; un uffizietto della beata Vergine co’ suoi guarnimenti; un cofanetto, dorato di sopra; un corriginus di broccato d’oro cremisino co’ suoi fornimenti, e uno di broccato d’oro cilestro col suo fornimento e con perle; un chiavacuore d’argento dorato col suo agorajo d’argento dorato; due fodere lavorate in oro; sei cuscini verdi di tappezzeria; dodici fodere di tela di lino fina co’ suoi lavori intorno; una veste di damasco bianco coi fornimenti dorati e col collare a perle; un’altra di drappo morello di grana colle maniche strette, e con fornimenti dorati e con perle; un’altra di drappo scarlatto di Londra colle sue balzane di velluto nero al collare, alle maniche e ai piedi; una gamurra o socca di velluto cilestro, e un’altra di drappo di lana rosso; un par di maniche di broccato d’argento cilestro; un vestito di zetonino cilestro colle maniche strette, e ricamato al bavaro e alle maniche; un vestito di scarlatto colle maniche strette e ricamate, e col bavaro fatto di punticelli; un vestito turchino colle maniche strette, ricamato alle maniche e al bavaro; un vestito di velluto morello con maniche serrate e guarnizioni fatte a telajo alle maniche; un vestito rosa secca con maniche al modo stesso; uno di drappo verde scuro; una giubba di velluto cremisino; una socca scarlatta, e una di drappo turchino; un par di maniche di drappo d’oro riccio, un cremisino, e uno d’argento cremisino, e uno di cilestro; un par di maniche di zetonino cremisino, e uno di morello; uno di velluto cremisino, e uno di verde; un corrigino d’argento dorato fatto a raggi (a raziis); un chiavacuore d’argento dorato coi coltellini; una coreggia con tessuto d’oro e guarnizioni d’argento dorato, ecc. Di tali doni rogò Francesco di Besozzo, notajo di porta Comasina.

Molto più ricco è il corredo di Chiara Sforza, rimaritatasi il 1488 a un Campofregoso. Nel solo ricamo sopra una manica vi sono da trentasei in quarant’oncie di perle, stimate ducati quattrocento; sessantasette perle da un ducato l’una; diciannove da tre carati il pezzo, a ducati otto l’una; quattro da carati dodici in quattordici, a ducati cento il pezzo; una di carati venticinque a ducati trecento; due rosette di rubino, da sessanta ducati il pezzo; un rubino da tavola con quattro perle, ducati settanta; quattro smeraldi in tavola, a ducati quindici il pezzo; uno smeraldo quadro a faccette, ducati venti; oltre un filo di trecento diciassette perle, da un ducato al pezzo. C’è una perla a pero, di carati ventuno, stimata mille ducati; un mazzo di cinquantaquattro giri di catena d’oro, pesante quarant’oncie; un pendente con un balascio in tavola in mezzo, una punta di diamante e una perla a pera, valutati ducati duemila; un altro fermaglio con un balascio in tavola, ducati mille e seicento[194].[195]