Anche a Genova, per testimonio di Franco Sacchetti, «le nozze durano quattro dì, e sempre si balla e canta, e mai non vi si proffera nè vino, nè confetti, perocchè dicono che profferendo il vino e’ confetti è uno accomiatare altrui; e l’ultimo dì la sposa giace col marito e non prima».

E poichè dalle donne ben s’argomenta ai costumi d’un tempo, già ricordammo (t. VII, p. 563) la Cia degli Ubaldini, che lasciata dal marito Francesco Ordelaffi a difendere Cesena, perseverò governatrice e capitana, finchè, ormai tutta ruine, la rese a patti onorevoli pe’ suoi soldati; per sè le bastò la protezione che la generosità ritrova anche presso i nemici. È pure nota per le tradizioni Bianca de Rossi moglie di Giovan della Porta governatore di Bassano, la quale, morto il consorte, difese la città contro Ezelino tiranno: presa colle armi in pugno, Ezelino cercò farle onta, ed essa precipitatasi da una finestra si ruppe una spalla: guaritane e per forza vituperata, appena libera di sè corse all’avello del marito, e messo il capo sotto il coperchio, se lo schiacciò. Margherita da Ravenna, divenuta cieca a tre anni, acquistò tanto estese cognizioni, che era consultata su punti di teologia e di morale, e morì il 1505. Morata, figlia di Danese Orsini e di una Beccaria, a Stradella levata al battesimo da Filippo Visconti, sposata in Jacopo de’ Saracini di Siena, invece di danzare, la festa divertivasi a leggere, e venne un portento di sapere come di virtù. A Siena, nel pomposo incontro fatto a Federico III e sua moglie, ella parve vestita troppo modestamente; ma a chi glie ne faceva appunto rispose: — Le matrone senesi non devono far pompa che di modestia». E interrogata quale fra tanti cavalieri che faceano corteo agli sposi, le paresse il più leggiadro, — Io non guardo che mio marito». I Senesi l’ebbero in concetto di santità, e quando il conte Jacopo Piccinino li minacciava di sterminio, essa li rassicurò del pronto soccorso di Maria Vergine, e che il conte non tarderebbe a scontar la pena, come avvenne. Di virtuose potremmo gran numero schierare ricorrendo al leggendario.

Voltiamo il quadro. La padovana Speronella, figliuola di Delesmanno, a quattordici anni era già maritata in Jacopino da Carrara, quando il conte Pagano, lasciato dal Barbarossa a governare Padova, se ne invaghì, e presto l’ebbe rapita e sposata. I suoi, irritati, levarono popolo contro lo straniero, che dovette cedere le fortezze e la libertà. Allora la Speronella fu maritata ad uno de’ Traversari, col quale rimasta alquanto, passò a Pietro Zausanno: e dopo tre anni ne fuggì per isposare Ezelino da Romano. Questi, accolto a Monselice con ogni guisa di miglior cortesia da Olderico di Fontana, come tornò a casa, non sapeva finire di lodare alla moglie le gentilezze dell’ospite e le maschie bellezze di esso: di che tanto desiderio si accese nella malonesta donna, che per messaggi fu presto d’accordo col Fontana, e da Ezelino se ne fuggì ad esso. Così passava di marito in marito, mentre il precedente vivea ancora; poi lasciò un lungo testamento, il quale non è che un catalogo di chiese e spedali, fra cui distribuiva ogni aver suo; venti soldi a questa, quaranta a quella, stramazzi, coltri, lenzuoli, coperte di pelle; a un ospizio i piumacci su cui ella dormiva, e tovaglie e salviette ai pellegrini d’oltremare; campi e denari a vescovi per riparare se mai avesse ad alcuno recato nocumento[196].

Donnina amica di Bernabò, e Nisotta di Gian Galeazzo Visconti, aveano al loro servizio cortigiani, musici, minestrelli; ai principi vicini e nominatamente ai duchi di Savoja mandavano a regalare cani, cavalli, cappelline, e ne riceveano il ricambio[197]. Agnese, figlia di Bernabò e maritata in Francesco Gonzaga signore di Mantova, al marito non voleva bene, e vie meno dacchè il vedeva amico ed alleato di Gian Galeazzo uccisore del padre di lei. Presto s’intese con Antonio di Scandiano, cameriere fidatissimo del Gonzaga; ma questo, saputa la tresca, dissimulò lungamente il torto, poi ne volle un regolare processo, da cui essendo apparsa la costoro reità, lui fe impiccare; lei decapitare il 1391, benchè moglie d’un principe, cognata di due re.

Per delitto d’infedeltà poteano il duca Filippo Visconti e il Gonzaga di Mantova mandare al patibolo la moglie, Nicola marchese di Ferrara la sua Parisina Malatesti col figlio Ugo, Ercole Bentivoglio processare Barbara Torelli: forse tutte innocenti, ma è un gran caso il vedere i mariti dimostrarle ree pubblicamente, essi, cui non erano vergogna le concubine e gli sterponi. Galeotto Manfredi principe di Faenza sposò Francesca di Giovanni Bentivoglio, la quale ben presto sospettò il marito d’altri amori, e per accertarsene origliò quand’esso conferiva secretamente con un astrologo. Intese invece come si macchinasse contro di suo padre; e non sapendo frenarsi, entrò nel gabinetto inveendo. Galeotto rispose, e la battè; ed essa ne informò il padre, che nottetempo avvicinatosi in armi a Faenza, la tolse seco: preparavasi anche a far guerra al genero, quando Lorenzo de’ Medici, mediatore di tutte le paci, li riconciliò, e ricondusse la donna al marito. Essa però, stimolata a vendetta da nuove gelosie, ordì d’ammazzarlo: si finse malata, e com’egli entrò a visitarla, il fece scannare da sicarj appostati.

Un atto singolare ci resta, dove Galeazzo Maria Sforza, attesi «gl’ingenui costumi, la vita pudica, la somma bellezza» di Lucia de Mariano, e l’immenso ardore con che esso duca la ama, in parte fa, in parte conferma amplissime donazioni a lei ad a’ figliuoli che essa gli generò o genererà; e saldato il dono coi più sacri giuramenti, le pone patto che «viva in divozione nostra, e non abbia mai da che fare, non che con altro uomo, neppure col marito se non abbia da noi speciale licenza in iscritto»[198]; gravi minaccie aggiunge a sua moglie Bona, se mai rechi a costei il minimo disturbo. E quest’atto è rogato da notari, sottoscritto dal consorte e da una schiera di gran nobili e cavalieri milanesi.

Siffatta puzza non viene dalle case plebee, ma dai palazzi principeschi. E ben diverso dal borghese era il vivere de’ signori, molti de’ quali tenevansi ancora ne’ castelletti, rubando e scialando come nel cuore della feudalità. Sino dal 1272 i Bolognesi aveano battuto i conti di Mangona che svaligiavano i viandanti nelle foreste di Ripaverde: ma ancora al 1391, nelle vicinanze della loro città, molti castellani viveano del rubare ai contadini e ai buoni campagnuoli. Il conte Garreto da Panìco con altri suoi compagni faceva tal vita, or a spalle dell’uno, or dell’altro gavazzando: côlto poi un Mengoccio del Borgo, ricco agricoltore, costoro lo trassero in prigione per tormentarlo finchè ne smungessero un grosso riscatto: fortunatamente una vecchia se n’accorse e ne avvertì i parenti, che, prese l’armi, corsero a liberarlo. Il senato bolognese ordinò che tutti i conti, capitani e altri nobili abitanti in villa, e che non attendevano di propria mano alle faccende agresti, dovessero fra quindici giorni venir abitare in città con tutti i parenti, pena la confisca dei beni: ordine esagerato che attesta la gravezza del male, e che fu poi ristretto alle famiglie pericolose.

Altro famoso malfattore, Alberto Gallucci, tutto il Bolognese empiva di scelleraggini, nè per pubblici bandi o per ammonizioni del padre, di amici, di religiosi volle mettersi al dovere. Si promisero dunque mille fiorini d’oro a chi lo facesse prigioniero; chi l’uccidesse, se era bandito avesse remissione; se alcuna comunità il pigliava, restasse immune da collette per venti anni: si destinarono quattro persone apposta con ducento cavalli per catturarlo, e ordine ai Comuni che, qualora egli apparisse, toccassero a stormo. Alberto si pose a cavalcione dei confini, donde ogni giorno peggio faceva ai Bolognesi. Azzo, padre di lui, fu obbligato dar duemila lire per sicurtà che il figlio non farebbe alcun danno; poi assoltone per la sua gran bontà, egli medesimo risolse liberarne il paese, e coltolo il diede al magistrato perchè eseguisse la legge. Il consiglio, mosso dall’insolito caso, prendea pietà della canizie del padre e della sventataggine del giovane, e volea commutar la pena in carcere perpetuo; ma Azzo insistette caldamente perchè la giustizia avesse corso, e lui presente fu decapitato[199].

Nicolò III d’Este signor di Ferrara nel 1414 volendo passare in Francia, fu arrestato dal marchese Del Carretto, finchè pagasse grosso riscatto. Galeazzo Maria Sforza, ch’era in Francia quando morì suo padre, seppe che il duca di Savoja l’appostava per prenderlo ed obbligarlo a cedergli qualche pezzo di Lombardia; e parte travestito, parte difendendosi in una chiesa, parte ajutato da qualche fedele, a grave rischio riuscì a traforarsi nel suo dominio. Gli Ubaldini contano tra i loro fasti molti spogliamenti fatti tra val di Sieve e val del Santerno. Uberto di Campagnatico assaliva tutti gli amici della repubblica di Siena, finchè alcuni Senesi in veste di frate s’introdussero nel cassero di lui e l’uccisero. Ghino di Tacco da Torrita dal castello di Radicofani molestava i passeggeri, celebre per la novella del Boccaccio. Il Piccinino porta rancore ad Eusebio Caimo milanese, ch’era stato mezzano del matrimonio di Bianca con Francesco Sforza, e lo fa pugnalare nel duomo di Milano. L’ingordigia de’ principi apriva poi modo ai signori di scontare i delitti a denaro; e Lazzarone della Rovere, signore di Vinovo, nel 1377 avendo ucciso Florio suo cugino, ne pagò al conte di Savoja tremila fiorini, oltre perdonargliene mille che gli doveva.

Milano nel 1288 contava quarantamila nobili, cioè uno ogni venticinque abitanti; Firenze, nel 1336, settemila cinquecento, cioè uno ogni venti; Venezia, dopo il 1500, seimila cencinquantadue, cioè uno ogni ventidue: ma il nome di nobile significava cosa ben diversa in ciascuno di questi paesi. Generalmente la democrazia aveva abraso le distinzioni originarie e i privilegi legali: in tanto rimescolamento di fazioni, di conquiste, d’esigli, di tirannidi, molte famiglie antiche o perirono o si confusero colle borghesi, dalle quali poi sorsero alcune più ricche, e costituirono una nobiltà nuova. Ogni famiglia era ormai contraddistinta da un cognome; ma se non fosse divenuto celebre per qualche titolo o per credito commerciale, facilmente lo cambiava per capriccio, per un’eredità, per far grado a un protettore, a un padrino. La nobiltà nuova non poteva opporre alla tirannia quegli argini, che solo dal tempo acquistano solidità: quella poi creata dai tiranni non valea nulla più che i diplomi, eccitava gelosia, mancava di efficacia.