I signori di Romagna, maggiormente dediti alle armi, e scarsi di possessi, esercitavano i loro vassalli sia per sostenersi, sia per farne mercato a servigio altrui. A Napoli re Luigi di Taranto istituì la compagnia del Nodo, altri cavalieri, per desiderio di gloria, ne formarono altre, e con insegne diverse andavano come cavalieri erranti mostrando il lor valore dove guerra fosse, legati tra sè di fratellanza; e dal segno che portavano, diceansi della Stella, della Argata (per la nave d’Argo), della Leonza[200].
Però fra noi predominarono sempre le città, e in conseguenza non troviamo quegli alti fatti cavallereschi, di cui si tesse la storia delle famiglie insigni forestiere; que’ nostri signorotti tengono del plebeo, o almeno del soldatesco, nè si gloriano di finezze cavalleresche, nè si peritano a mancar di fede. Sulla politica delle Corti non fa mestieri ripeterci; ma quelle frequenti taccie d’avvelenamenti, veri sieno o supposti, ci rammentano gl’imperatori di Roma, e palesano un ritorno verso la corruzione gentilesca. Le continue rivoluzioni, per cui mezzo gli ambiziosi volevano surrogare il privato dominio alla comune libertà, lasciavano interessi lesi; calde memorie d’un franco stato, del quale non si ricordavano più i guaj; molti i pretendenti, ove unica sanzione era la riuscita; molti gl’intolleranti e dell’ingiustizia e della giustizia, e pochi gl’interessati a difendere l’ordine pubblico. Il grosso del popolo non penò a chetarsi a dominj che gli lasciavano quiete onde applicarsi alle sue arti e gli crescevano sicurezza; ma le famiglie aristocratiche ribramavano la fraudata autorità, e mal soffrivano un altro esercitasse la tirannia ch’essi avrebbero per sè voluta. Le armi portate a servizio di qualche signore, davano la soldatesca fiducia nella spada: del sangue come aver ribrezzo quando la legge e i tiranni stessi ne versavano tanto?
Quindi gli attentati, frequenti quanto mal secondati, e usciti con danno e con vergogna. La sollevazione di Cola Rienzi fra breve fu imitata dal Porcari in Roma. Due congiure a Milano uccisero i principi, senza produrre effetto durevole; altrettanto quella de’ Pazzi; peggio quella de’ baroni nel Reame. In Bologna i Caledoli, beneficati ed emuli di Annibale Bentivoglio, non meno poderoso in Romagna che Lorenzo Medici in Toscana, tramano, e scoperti sono appiccati o banditi. Bernardo Nardi fiorentino occupa Prato per farne piazza de’ repubblicani; ma non sostenuto, è preso e giustiziato con molti. Nicolò d’Este invade Ferrara per ricuperare il dominio paterno; ma il popolo nol favorisce, ed Ercole d’Este lo appicca con venticinque complici. Girolamo Gentile vuol ribellare Genova e Milano, e ne perde la testa. Girolamo Riario, signore di Forlì ed Imola, è pugnalato nel proprio palazzo. Biordo de’ Michelotti è ucciso a Perugia, e i Perugini assalgono gli uccisori e bruciano la badia di San Pietro ove erasi fatto il tradimento, e i traditori fanno dipingere alle porte e al postribolo. Questi frequenti attentati tenevano in sospetto i tiranni, e rendeanli peggiori; e i feroci supplizj che infliggevano a personali nemici, sembravano giustificati dalla necessità dell’assicurarsi.
La costoro vita è un tessuto di fatti ancor più vergognosi che orribili, sfacciata la mancanza di fede, applaudito il tradimento se riusciva. Vedemmo quello a cui restò preso Bernabò Visconti. Paolo Fregoso, cardinale arcivescovo di Genova, invita il doge suo nipote colla moglie e i figliuoli a pranzo, e quivi li fa cogliere, mettere ai tormenti, sinchè il doge non ordina che le fortezze si rendano all’ambizioso zio. L’Oldrado, amicissimo di Gabrino Fondulo, passando fuor di Castiglione, finge si sieno sferrati i cavalli, e manda per un maniscalco. Gabrino, informatone, spedisce a invitarlo che entri e si riposi; ed egli no, aver troppa fretta, rincrescergli di non poter dare un bacio al suo Gabrino. Questo non vuol lasciarsi vincere in cortesia; esce a salutarlo, ed è subitamente circondato dagli uomini dell’Oldrado, il quale entra nel castello, prende la famiglia di Gabrino e i molti tesori, e lui consegna a Filippo Visconti che lo manda al supplizio. Nelle ore estreme confessò, l’unica cosa di cui si pentisse era che, quando l’imperatore Sigismondo e il papa salirono seco sul torrazzo di Cremona, non gli avesse trabalzati entrambi da quell’altezza[201].
Il marchese Alberto d’Este, morendo nel 1393, avea dichiarato successore Nicolò suo figlio naturale; ma Azzo pretendea avervi migliori diritti, e li sostenne collo stipendiare Giovanni da Barbiano. I tutori del fanciullo Nicolò tentarono costui perchè assassinasse Azzo, ed egli il promise, purchè gli si dessero due castelli vicini a Barbiano. Vennero i messi, davanti ai quali fu trucidato Azzo, ed in conseguenza resi i castelli. Ma l’ucciso non era che un servo, e Azzo piombò addosso alle squadre ferraresi e ne fe macello. Poco poi Giovanni macchina d’impadronirsi di Bologna, e scoperto è mandato al supplizio. Mille altri casi simili ci offrirebbe la storia de’ capitani di ventura.
I popoli ne soffrono, e conoscono i vantaggi della libertà, tanto da creder lieve ogni sacrifizio per ottenere che alfine alla egualità innanzi ad un padrone si sostituisse l’egualità innanzi alla legge. Vero è che le sventure d’allora sembrano maggiori perchè tutte si registrano, nè erasi per anco ingenerata quella cascaggine che fa credere ineluttabile necessità il patimento, e virtù il non lamentarsene, e pace una tirannia che degrada senza tormentare. Massime nelle repubbliche riscontriamo elevatezza di caratteri, potenza di sacrifizj fatti al bene generale, maggior fedeltà alla parola: benchè le passioni vi apparissero maggiormente, perchè in numerose masse e meno frenate. E la stessa corruzione e la ribalda politica dei principi non avviliva ancora i popoli, se anche li straziava.
Fra quel movimento frequentavano occasioni di esercitare le forze della volontà e dell’intelletto, il che è sì gran parte della felicità; riceveasi l’educazione dagli avvenimenti, e maestro era il subuglio della città; anche nelle baruffe civili logoravansi alcune vite, ma conosciamo tempi più puliti ove si uccide colla parola, s’induce negli animi il dispetto, vi si formano quelle ulceri, la cui tabe e il puzzo appestano la società.
Furono i nostri che crearono la scienza delle ricchezze e della loro distribuzione, misurarono la potenza del proprio paese e i mezzi con cui farlo agli emuli prevalere, e tolsero a considerare tutt’Europa come un sistema unico, ponderando perciò le forze delle singole parti; e alcuni conti dei loro dogi o podestà potrebbero andar di paro coi messaggi meglio compiuti dei presidenti americani[202]. I Fiorentini volevano dai loro commessi un ragguaglio de’ paesi ove andavano; i Veneziani ricevevano dai loro diplomatici informazioni continue, e da queste possiamo ancora librare la civiltà e la potenza de’ varj Stati.
Quanta ricchezza non indicano nel paese le medesime guerre! Taciamo Venezia, taciamo Genova, di cui non di rado qualche privato diveniva principe, e i Lercari o i Giustiniani tenevano testa alla potenza ottomana; ma Federico I di Sicilia ebbe cinquantotto galee in punto d’arme, con centotredici l’affrontò Roberto di Napoli, e distrutte si rinnovarono quasi per incanto. I nobili milanesi proposero a Filippo Maria di mantenergli diecimila cavalli e altrettanti pedoni, purchè lasciasse loro amministrare le pubbliche entrate, escludendone cortigiani e favoriti. Dal 1377 al 1406 Firenze spese in sole guerre undici milioni e mezzo di fiorini d’oro, da cento ogni libbra[203], tributo di cittadini privati: settantasette case, dal 1430 al 53, pagarono di straordinarj quattro milioni ottocentosettantacinquemila fiorini; e lo stato popolare, dal 1527 al 30, cavò di straordinarj un milione quattrocentodiciannovemila cinquecento fiorini. I tiranni pure e gli oligarchi facevano gara di prosperare il proprio paese, sì pel vantaggio che a loro medesimi ne ridondava, sì per emulare i vicini, sì per palliare la servitù. Francesco Sforza scavava il canale della Martesana ed ergeva l’ospedal grande a Milano; Gian Galeazzo ardiva cominciarvi il duomo e la certosa di Pavia; i Medici, i Pitti, gli Strozzi si eternarono per elegante magnificenza.
Ma in fatto di costumi e d’opinioni men che in niun’altra cosa si può considerare l’Italia come una sola nazione; e se anche oggi, con sì poche caratteristiche e con tante comunicazioni, immenso divario corre dal Torinese, per esempio, al Siciliano, quanto più allora? In Romagna poca attenzione si dà all’agricoltura e all’industria, le ricchezze traendosi d’altronde che dalla terra; i suoi fiumi non sono navigabili, ed essiccando lasciano esalazioni pestilenziali; talchè l’uomo si scosta da quei paesi, che così peggiorano col cessare della vegetazione artifiziale, e disordine e abbandono invadono le valli inselvatichite e i piani deserti, per la cui ampiezza pochi casali s’incontrano, perciò opportuna alle masnade; e il popolano, sentendosi necessario al padrone che ne trae guadagno di stipendj militari, acquista orgoglio e fierezza, quasi con ciò attesti discendere dai conquistatori del mondo. Il Veneziano invece è indocilito dal sentimento della dipendenza, che mal si confonderebbe con quella pulizia che cerca sedurre ma senza bassezze; egli venera il denaro, ambisce i godimenti, e gli aspetta da chi può procacciarli a lui, il quale nulla può ripromettersi dagli onorevoli sudori versati sulla terra. All’incontro il Genovese le falde delle Alpi e dell’Appennino a forza d’arte vestì d’ulivi, aranci, vigneti, e non bastandogli lo scarso territorio, s’avventura al mare, e dice, Io vengo da Caffa, così come se fosse tornato dal porto. A Napoli il Governo svigorito lascia crescere la colà prepotente inclinazione di isolarsi; e da un lato si trincerano i baroni, dall’altra i popolani, non partecipandosi i frutti del convivere sociale; la scarsa industria, l’indolenza, il non curare del domani sono conseguenza del clima, de’ pochi bisogni e de’ facili soddisfacimenti; come i vulcani del paese, dalle esaltazioni si passa rapidamente all’inerzia, con poca costanza e vacillante condotta; l’immaginazione fa ricorrere alle superstizioni, l’inosservanza delle leggi lusinga a vendette private. La Toscana, divisa in piccoli territorj, sembra fatta per la vita individuale delle città, che in fatto ebbero ciascuna una storia particolare: nella parte montagnosa si ricoverarono i signorotti, e trovarono buoni soldati; il resto è coltivato con indefessa cura: e perchè a gran fatica basta alla popolazione, questa si dedica anche all’industria, e così si sviluppa quel vigore intellettuale, quella coscienza di se stessi, per cui i Toscani si presentano come in una virilità matura, ma tutta robusta.