Dappertutto poi restavano distinti i costumi de’ principati da quei delle repubbliche, in quelli i signori, in queste apparendo i cittadini. Udiamo accagionare quei borghesi, che idolo si facessero del denaro. È vera l’accusa? è ragionevole? Nell’età barbara e nella feudale la ricchezza era mal distribuita in Italia, ma il clero colla limosina, la feudalità col suo sminuzzamento prevennero quella piaga, che oggi infistolisce col nome di pauperismo. Crebbe poi e si diffuse la ricchezza; ma se questa è cattiva allorchè (come avvenne nell’età romana) provenuta da mezzi immorali, e, sparsa con disuguaglianza, apre un abisso fra le varie classi, e perciò aguzza le passioni sovversive, essa torna giovevole all’individuo e alla società quando sia frutto di lavoro onesto e di liberi contratti, e si spanda in tutte le classi.
Sta bene ai nostri tempi battaglieri e rivoluzionarj lo sbertare i mercanti, e ripetere le ingiurie che Buonaparte scaraventava all’Inghilterra: sta bene il rammentare che, quando Marsiglio Carrara esulava a Firenze, la Signoria lo dichiarò esente da ogni molestia per debito, salvo che fosse verso Fiorentini. Ma il mercante acquista prudenza, attività, energia per mettersi in grado di accumulare il capitale; col creare questo si ottiene l’agiatezza, la quale lascia campo alla coltura dell’intelletto e dei costumi, ed elevando i salarj fa progredire verso l’uguaglianza. Ricordiamoci che erano mercanti Marco Polo, che primo ci descrisse l’Asia centrale e il Giappone; il Fibonacci, che introduceva le cifre arabiche; Giovan Villani, il migliore cronista del nostro e forse d’ogni altro paese, il quale, se non il fare ingenuo e pittoresco di Joinville e Froissart, mostra però la scienza positiva e il fermo tocco di chi maneggiò gli affari prima di raccontarli. Non sono i mercanti fiorentini che vollero combattere i venturieri quando i principi non sapeano che mercatarli?
Quegli operosi commerci rivelano abbastanza un vivere ben differente dalla convulsiva inazione de’ giorni nostri, quando si cerca tutto fuorchè il modo di essere contento del proprio stato; non si oziava tanto sui caffè; non si camuffava d’amor di patria la poltroneria del non mutar cielo; non si logoravano la salute e la ragione a fare e a leggere giornali e romanzi. Lungi dal tenere disonorante il commercio, vi accudivano in persona cittadini primarj. Archinti, D’Adda, Castiglioni, Crivelli, Lampugnani, Melzi, Visconti, Vimercato erano matricolati fra i mercanti di Milano; «il padre di Antonio Giacomini (dice Machiavelli) fu mandato a Pisa, a faccende di mercatare, nella quale tutta la nobiltà di Firenze si esercita, come nella cosa più utile e più reputata nella patria loro»; Cosmo, già capo della Repubblica fiorentina, non interruppe gli affari di banco, ne’ quali si esercitavano e Strozzi e Pazzi e Guicciardini e Borromei e Rinuccini e Salviati. Ne contraevano quelle abitudini casalinghe insieme e forbite, che contrastavano colle fastose e rozze dell’aristocrazia forestiera; e quest’agevolezza personale, questa energica risoluzione, quest’operare sicuro, questa grazia nativa davano all’Italiano grande superiorità sugli stranieri, e in conseguenza lo facevano più ammirato che amato, anzi temuto, la finezza parendo astuzia, la galanteria corruzione, la franchezza dispregio.
Lo spirito d’economia, lo sforzo delle classi industri per migliorare la propria condizione, la frugalità nei godimenti, bastavano a bilanciare le nobili profusioni nelle arti e le folli nella guerra; e Smith le paragonava a quella che i medici chiamano forza medicatrice della natura, che spesso restaura l’infermo a malgrado del male e delle medicine. Avrebbe Firenze potuto repulsare tante nimicizie, e tanto abbellirsi, quando non l’avessero soccorsa i cittadini che teneano fondi nei magazzini di Venezia, di Parigi, d’Anversa, di Londra, e sulle navi del Mediterraneo, dell’Eusino, dell’Oceano? Nè mai ne erano avari per la libertà e pel decoro della patria. Reciprocamente il tesoro pubblico era una specie di serbatojo per vantaggio di tutti: nel 1466 gli argenti della Signoria di Firenze erano dati a prestanza a Luigi di Piero Guicciardini e a Piero Capponi perchè con maggior pompa potessero celebrare nozze[204].
E in Firenze, fors’anche perchè maggiormente e meglio ci è descritta, appajono consuetudini affatto borghesi. La ristrettezza del territorio obbliga ad usufruttarlo con ogni attenzione, e al lavoro de’ campi unire l’industria; obbliga il proprietario a risparmiare e a speculare. Quando altrove i nobili firmavano le carte colla croce non sapendo scrivere perchè baroni, i Fiorentini stendeano i processi verbali anche delle adunanze delle arti e mestieri; mercanti e manufattori rendeano i proprj pareri per iscritto. Dino Compagni racconta che sulla venuta di Carlo di Valois fu richiesto il parere dei settantadue mestieri, imponendo loro «che ciascuno consigliasse per iscrittura se alla sua arte piaceva che si lasciasse entrare a Firenze». Lo statuto dei tesserandoli di seta a Lucca ordina che ogni tessitore o tessitrice abbia un libro dove notare le tele che avrà dai mercanti, per poterlo scontrare col libro di questi. Lo statuto dell’arte di Calimala del 1332 parla ogni tratto di scrivani, di registri, di rendiconto, di bullettini. Chi può contenersi dalla maraviglia nel vedere i Fiorentini, occupati in bottega a pesar lana e misurar drappi, fare poi nel consiglio esperimento di tutte le possibili forme di costituzione, porgere magistrati insigni dentro, accortissimi ambasciadori fuori; insieme colle balle di mercanzie richiedere manoscritti, spacciare lettere al merciajuolo e ai maggiori dotti; sul libro mastro, insieme coi crediti registrare la storia della patria o del mondo, introdurre la scrittura doppia, le cifre arabiche, l’algebra, fondare la prima cattedra di greco, la prima di latino, la prima di leggere Dante? Segretarj della repubblica erano un Bartolomeo Scala, un Carlo Marsuppini, un Coluccio Salutati, un Bonaventura Munaci, ben presto un Nicolò Machiavelli.
Qual prova maggiore di civiltà che i tanti scrittori? Leggete il Governo della famiglia, e sentirete continuo quell’alito dell’economia casalinga, che si briga delle particolarità senza negligere le cose importanti, e risparmia un soldo, ma non si arretra dallo spendere le migliaja di fiorini. L’autore diceva a’ suoi figliuoli: — Tutto l’anno accadono spese, cresce la gioventù, apparecchiansi le doti; e volendo colla possessione soddisfare, non basterebbe. E però è da intraprendere qualche esercizio civile, utile, comodo a voi, atto ai vostri, col quale guadagnando possiate supplire al bisogno. Potrebb’essere la mercatura; ma per mio riposo eleggerei cosa più certa, e mi darei più volentieri a quegli esercizj, ne’ quali si adoprano molte mani, e nei quali il denaro in molte persone si sparge, e a molti bisognosi ne viene utilità. È officio del mercante avere sempre la penna in mano; imperocchè indugiando lo scrivere, le cose si dimenticano e invecchiano, e il fattore ne prende ardire e licenza d’essere cattivo, vedendo il superiore negligente. Niuna cosa tanto giova, niuna fa tanto buoni fattori, quanto la provvidenza e sollecitudine del principale: stolto è veramente colui il quale non saprà favellare de’ fatti suoi se non per bocca d’altri, e cieco colui il quale non vedrà se non pegli occhi altrui... Le spese io le considero necessarie o no. Chiamo volontarie quelle senza le quali si può onestamente vivere, com’è avere bei libri, nobili corsieri, argenterie, arazzi. Ora quel ch’è necessario, mi piace subito averlo fatto, non fosse altro che per avermi scarico quel pensiere: epperò fo le spese necessarie presto, e le volontarie con modo buono ed utile, ch’è d’indugiare quando posso, per vedere se quella voglia cessasse in quel mezzo, e non cessando, ho spazio di meglio pensare in che modo spenda meno, e meglio mi soddisfaccia». E con che senno virile, con che bontà senza sdulcinature, con che superiorità senz’arroganza non tratta egli la donna! — Il marito e la moglie devono fare come quelli che fanno la guardia sulle mura per la patria loro; se alcuno si addormenta, colui non ha a male se il compagno lo desta. Così l’uomo deve avere molto per bene se la donna, vedendo in lui mancamento, ne lo avvisa. Quando io menai moglie, le dissi: Donna mia, sopratutto a me sarà a grado che tu faccia tre cose: la prima, che qui in questo letto tu non desideri altr’uomo che me solo; ella arrossì ed abbassò gli occhi: la seconda, che abbi buona cura della famiglia, e la tenga con onestà e pace; la terza, che provveda che le cose famigliari non si trasferiscano male. E fui avvertente nel persuaderla di mostrarsi ne’ suoi portamenti onesta, nè d’altra qualità o colore che naturalmente ella si fosse: La onestà della madre, le dissi, sempre fa parte di dote alle figliuole; piace una bella persona, ma un disonesto cenno subito la rende vile e brutta. Donna mia, tu non hai da piacere se non a me: pensa non poter piacermi volendomi ingannare, mostrandomiti quella che tu non fossi. Tutte le mogli sono a’ mariti obbedienti quando eglino sanno essere mariti. A me non piacque mai sottomettermi alla donna mia; nè mi sarebbe paruto potermi far da lei obbedire avendole dimostrato d’esserle servo».
V’era persone di buona casa che scriveano d’agricoltura come il Vettori, o d’arti come il Neri, o del vivere civile come il Palmieri; e chi sfogliasse i Ricordi di cose famigliari, i Quaderni de’ conti, i Prioristi, come chiamavano una specie di mastro sul quale annotavano i priori di quell’anno e insieme i principali accadimenti, stupirebbe d’incontrare tanto estesa la maturità del buon senso e l’acume del vedere. L’educazione pubblica era compita dalla domestica, poichè il babbo o la nonna insegnavano al figliuolo a leggere, e il latino allora necessario, e gli affari e la storia del paese; la servente vi aggiungeva i racconti di fate e di ladri; tutto mescolato di proverbj, non senza grossolanità e offese al costume. Faceasi musica a orecchia, col flauto, il clarinetto, la mandòla accompagnando le canzoni per istrada, o i rispetti e le ballate; spesso novellavasi, e si ridiceano i proprj viaggi e quelli di Marco Polo.
Fin gente digiuna di lettere poetava, e nella barberia di un tal Burchiello in Calimala convenivano fior di cittadini a discorrere, celiare, improvvisare: ed egli fra loro sempre in buon tempo e sulle burle, facea versi, tutti riboboli popoleschi e idee or da trivio or da bordello, ma che si rileggono per quella naturalezza, che tanto scarsa incontrasi fra i nostri. Gli accoppieremo Dino di Tura, anch’egli poeta alla carlona; e Antonio Pucci campanaro, contemporaneo del Sacchetti, che nel Centiloquio ridusse in terzine la storia del Villani, ogni canto facendo di cento terzine, e acrostica la prima lettera di ciascun canto. Alquanto più tardi il Lazzero barbiere, bel capo e bizzarro, stendea componimenti di scelto e pulito parlare.
E questo è particolare ai Toscani, che, mentre tutt’altrove non accade quasi menzione se non della vita signorile, fra essi il notajo, il mercante hanno storia in siffatti libri, a tacere anche qualche vita, estesa per famigliare onoranza. Moltissime di quelle carte giacquero dimentiche, molte furono edite, e ci porgono la più schietta dipintura del vivere domestico d’allora. Ed erano talvolta opera di gente minuta, che si gloriava del proprio mestiere, come altri farebbe del blasone. Uno scrive: — Io ebbi un avolo, e fu maniscalco, e fu tenuto il sommo della città sua; ebbe tre figliuoli. Cristofano appresso il padre tenne il pregio della mascalcìa, e avanzollo; mio padre avanzò Cristofano dell’arte in sua vita; onde, volendo il padre che appresso sè uno de’ figliuoli rimanesse all’arte, convenne a me lasciare lo studio della grammatica, come piacque a lui, e venire all’arte. Onde dinanzi a me furono di mia gente sei l’un presso all’altro, ciascuno maniscalco; ed io fui il settimo»[205].
Guido dell’Antella, cominciando dal 1298, scriveva i casalinghi suoi ricordi, e come principiò a lavorare sotto negozianti, e per essi stette in Provenza, in Francia, a Napoli, in Acri, poi divenne loro socio, e tiene nota delle varie scritte relative a’ negozj e ai possessi suoi, o a’ matrimonj. I figliuoli continuano quelle note: or che si mena moglie con fiorini settecentotrenta d’oro, fra dote e doni; or che si compra una casa per fiorini ducentodieci; or che si prende una fante per fiorini sei l’anno, ovvero una schiava per lire trenta; or una balia per fiorini sedici d’oro che stia in casa; ovvero, se va fuori, le si dà cinquanta soldi il mese, e per corredo una zana, un mantellino con sedici bottoni a scodelline d’argento, un mantellino cilestro, una cioppolina mischia, cinque pezze lane, cinque fascie, quattordici pezze line, una coltricina, un guanciale con due foderuzze. Se s’appigiona una bottega, s’aggiunge al fitto un’oca grassa per l’ognissanti o per pasqua di Natale. Nei poderi si trova già introdotta quella società fra padroni e contadini che dicesi mezzeria, e che assicura al colono una protezione, e lo mette col padrone in comunanza d’interessi, d’affetti, quasi di famiglia: il padrone, oltre dare il fondo, si obbliga anticipare al villano il denaro per comprare buoi.