Galgano Guidini a ventotto mesi restò privo del padre, il quale non gli lasciò che debiti; ma sua madre per allevarlo non si rimaritò più. Il nonno lo tolse in casa, e gl’insegnò a leggere e fin al Donato, poi lo mandò imparar grammatica a Siena: egli ben presto potè mettersi ripetitore, e infine passò notaro. Morto il nonno che aveva fatto un poco d’usura, sua madre fece restituzione. Galgano andò in qualità di notaro coi varj uffizj, e cominciò a guadagnare, far masserizia e comprare. Introdotto presso la beata Caterina, s’infervorò di lei e di Dio, sicchè voleva abbandonare il mondo, se sua madre non si fosse adoperata per fargli invece menar moglie. A Caterina viva e morta conservò sempre devozione, la richiedeva di consigli, tradusse in latino le opere che ella scriveva in italiano, perchè «chi sa grammatica o ha scienza, non legge tanto volentieri le cose che sono per vulgare». Ebbe molti figli, e «al primo (dice) posi nome Francesco, a riverenza di san Francesco mio devoto; e posimi in cuore che, a onore di san Francesco, io il farei frate dell’Ordine suo. E così voglio che sia». De’ figliuoli, i più dette a balia, alcuni la moglie tenne a suo petto[206].
Di bizzarre avventure ci è narratore Bonaccorso Pitti, destro quanto un cavaliere di ventura del secolo passato. Ito in Prussia il 1376 a vendere zafferano, passò a Buda, ove s’infermò in un’osteria. Ed ecco una brigata di beoni che straviziavano e ballonzavano in un salotto vicino, ne odono il piagnucolìo, e lo tolgono dalla coltrice, e l’obbligano a ballare con loro; di che egli suda in modo che guarisce. Due giorni dopo giocando guadagna mille fiorini a un Fiorentino direttore della regia zecca, e procacciatisi sei cavalli, quattro servi, un paggetto, rivolgesi alla patria coll’avanzo di cento fiorini. Ivi prende capriccio per madonna Gemma, che stava a porta Pinti, e tanto fa che può entrarle in casa, e dirle l’amor suo; al che ella risponde, — Or bene, va difilato a Roma». Credendo darle prova d’amore coll’obbedienza, e’ va di fatto, traverso ai soldati papalini allora in guerra con Firenze, e dopo un mese ritorna sperando guiderdone. Ma la donna ridendo, — Non sai (gli dice) che a porta Pinti, quando vuolsi mandare uno colla malora, gli diciamo, Va difilato a Roma?»
Militò col re di Francia alle battaglie d’Ypres e di Mons: arricchitosi in Inghilterra, riede a Parigi, e v’impiega diecimila fiorini in lana; ne guadagna al giuoco cinquemila al conte di Savoja, che non glieli pagò mai; e sposata una Albizzi nel 91, spedisce le sue lane da Parigi in due bastimenti, un per Genova pagando il nove per cento d’assicurazione, l’altro per Pisa pagandone il quattordici. Tornò a Parigi come mastro delle stalle del duca d’Orléans, e seppe ripicchiare le valenterie de’ baroni francesi. Fu de’ priori in Firenze nel 99, quando vagavano le processioni de’ Flagellanti. L’anno seguente fu spedito ambasciadore del Comune fiorentino all’imperatore Roberto, cui mise in guardia contro Galeazzo Visconti, e contro i pugnali e veleni che questo sapeva adoperare; di che Galeazzo gli volle tanto male, che bandì una taglia sul capo di esso. Era de’ consoli sopra la fabbrica di Santa Maria del Fiore, quando fu affidato a Brunelleschi il voltarne la cupola. Nel 1422 fece pubblica perdonanza d’ogni ingiuria ai nemici, e specialmente ai Ruscoli, promettendo essi e lor discendenti trattarsi da amici. Nel 23, stando capitano a Castellaro in Romagna, scopre una congiura, e fa decapitare sette complici. Così prosegue il racconto, intarsiando i fatti pubblici co’ suoi personali, avvenimenti europei coi computi mercantili.
Girolamo da Empoli scriveva la vita di Giovanni suo zio, mercante come lui e figlio di mercanti. A sette anni già leggeva il salterio, a tredici sapeva il latino e un po’ di greco, e suo padre gli facea ripetere le lezioni, e gli avea formato un libriccino dov’erano ritratte molte cose della sacra scrittura, e «su quello lo faceva studiare acciò ch’egli avesse notizia e che s’innamorasse delle cose di Dio». Il dì delle feste andava sempre ad una delle compagnie devote che aveva istituite frà Savonarola. Tirato al banco di suo padre, cambiò monete, delle quali assai forestiere conobbe in occasione che mezzo mondo andava al giubileo del 1500: uscì poi per mettersi ne’ negozj di Fiorentini a Lione, a Bruges a Lisbona, e fu inviato da essi a Calicut pel passaggio di mare frescamente scoperto. Quel viaggio ripetè egli tre volte, e ne mandava ragguagli a suo padre; e quando rivedea la patria, si divertiva con quei che sapevano di mappamondo ad indicarne i luoghi, e applicare i nomi de’ paesi veduti. Più volte tornò a Malacca e fin nella Cina, e morì a Canton il 1518.
Sebbene finto per commedia, pure vedo il tipo dei massaj fiorentini nel Nicomaco atteggiato nella Clizia dal Machiavelli. — Soleva essere un uomo grave, risoluto, rispettivo; dispensava il tempo suo onorevolmente. E’ si levava la mattina di buon’ora, udiva la sua messa, provvedeva al vitto del giorno. Dipoi, se egli aveva faccenda in piazza, in mercato, a’ magistrati, e’ la faceva; quando che no, o e’ si riduceva con qualche cittadino tra ragionamenti onorevoli, o e’ si ritirava in casa nello scrittojo, dove egli ragguagliava sue scritture, riordinava suoi conti. Dipoi piacevolmente colla sua brigata desinava, e desinato, ragionava con il figliuolo, ammonivalo, davagli a conoscere gli uomini, e con qualche esempio antico e moderno gl’insegnava a vivere. Andava dipoi fuora, consumava tutto il giorno o in faccende o in diporti gravi ed onesti. Venuta la sera, sempre l’avemaria lo trovava in casa; stavasi un poco con esso noi al fuoco, s’egli era d’inverno; di poi se n’entrava nello scrittojo a rivedere le faccende sue: alle tre ore si cenava allegramente. Questo ordine della sua vita era un esempio a tutti gli altri di casa, e ciascuno si vergognava non lo imitare».
Nella portata dei beni che presentava il 1378, messer Francesco Rinuccini fa una lunghissima enumerazione di possessi e case: inoltre doveva avere dal Comune fiorini d’oro quattordicimila cinquecensettantaquattro, che sarebbero oggi più di trentottomila scudi; da varj privati duemila cinquecento; e morendo egli testò per cencinquantamila fiorini d’oro in contanti. Una famiglia così doviziosa componeasi del padre, sei figli maschi, una femmina, tre nuore, quattro figli de’ figli, quattro famigli, due fanti per conciare i cavalli, due fantesche, una balia, una cameriera, un ortolano colla moglie e un figliuolo, e otto cavalli.
Nel 1460 Cino di Filippo Rinuccini sposava Ginevra d’Ugolino di Nicolò Martelli, d’anni sedici, ricevendo in dote mille quattrocento fiorini d’oro, mille dei quali stavano sul Monte delle fanciulle, con altri ducento d’interesse, oltre le donora di fiorini ducento. Esso le regalò un vezzo di centotto perle, sei nel pendente, un rubino in tavola, un frenello di dugensessantuna perla, che si chiamava vespajo, da mettere in capo, il tutto in un astuccio di cuojo di Fiandra. Un’altra volta le portò venti perle da fare fruscoli per il capo, che eran once tre, e costarono fiorini dieci l’oncia; e in più volte gliene portò altre assai. Prese egli poi ad uso per sei mesi una collana d’oro con perle e rubini, per cui diede sicurtà di fiorini duecento. Regalò pure alla sposa un fermaglio da testa, un pajo di coltellini col manico d’argento dorato e smaltato alla parigina, un dirizzatojo d’argento colla guaina pur fornita d’argento. Al desinare di nozze furono trenta convitati, e la sposa ebbe in dono otto anelli con gioje che in tutto poteano valere cinquanta fiorini d’oro. Non manca neppur la nota delle donora recate dalla Ginevra[207].
Con tali reggimenti, e col tenersi unite, le famiglie aumentavano di ricchezze, e di queste faceano comodità alla patria, o fabbricavano palazzi che poi divennero residenze di principi. Largheggiavasi pure assai nelle beneficenze, e alla distribuzione d’una limosina a Firenze nel 1330 si presentarono diciottomila mendichi «senza i poveri vergognosi e quelli degli spedali e religiosi mendicanti, che in disparte ebbero la loro parte di limosina, che furono più di quattromila»[208]. Sarà incredibile tanta quantità a chi non rammenti certe distribuzioni che oggi ancora si fanno tra noi per antico istituto, dove non il pitocco soltanto si presenta, ma tutti.
D’altra parte in Firenze stessa troviamo una gioventù scapestrata, sciupona, disonesta, che logora la vita a bere e stripare, e mena a burle e strapazzo chi più ama la quiete. Alcuni s’erano messi insieme per molestare le persone tranquille; andarono da un medico fingendo che Cosmo de’ Medici lo chiedesse, e come fu a un ponte, lo snudarono e gli fecero sconcezze. A un prete collo stesso titolo fecero portare il viatico, accompagnandolo colle torce, poi spentele, il lasciarono al bujo. Il cavaliere del podestà fu preso da costoro, e tuffato in Arno, e legato nudo a una colonna, ove la mattina fu trovato[209]. Chi troppe più volesse sudicerie e frodi, non ha che a scorrere la seconda storia di Giovan Cavalcanti, che prologa dall’inveire contro «la perversa condizione, la insaziabile avarizia e la fastidiosa audacia de’ malvagi cittadini».
Vero è che ciò avveniva quando la repubblica soffogava sotto l’incubo principesco; ma conviene conchiudere che in ogni tempo fu nugolo e sereno. Nè sobrj e pudichi erano i costumi di altre repubbliche; e Venezia, se non osiamo dire che fomentasse, tollerava la corruttela, tanto appiccaticcia in paese di estesi traffici e di accorrenti forestieri: per allettare questi si moltiplicavano le feste, e la maschera porgeva incentivo agli intrighi. Gli storici di Genova deplorano il lusso delle case, tutte a vasi d’argento e d’oro, e delle suntuose villeggiature nelle valli di Polcévera e di Bisagno. Un poeta astigiano, capitatovi verso il 1415, entrando di domenica rimase stupito del pubblico passeggio, le persone di qualità gli somigliarono tanti senatori romani in porpora, le donne tante Veneri col cinto dei vezzi: si scandolezzò d’alcune zitelle che stavano galantemente ai balconi delle case, motteggiando chi passava, presenti le madri. D’inverno e di primavera balli continui, e sin le fornaje vi portavano scarpe di seta guarnite a perle. L’estate uscivano tutti alla campagna, non ritenuti nè da impieghi nè da negozj; ma al fresco orezzo, alla serenità marina davansi all’ozio e alla gola. Anche i poveri volevano scialare i dì festivi; accattavan dal rigattiere un abito vecchio di seta, e per le colline dell’intorno sbevazzavano le limosine raccolte e le mercedi[210]. Il Comune di Torino nel 1436 appigionava una casa a un Ginevrino per tenervi postribolo, esente da alloggi e servizio militare e dalla tassa pel vino che vendeva: le donne non uscissero senza licenza di lui, e non fosse aperto che a sportello: esse doveano portare per distintivo un’aguglietta sulla spalla sinistra, e tutti i giorni andare a messa in San Dalmazzo[211].