Di rozzi sentimenti, vale a dire senza rispetto alla dignità dell’uomo, ci sono prova i feroci supplizj, consueti siccome sa chi appena scorse una storia o cronaca qualunque. Nei registri della Camera dei conti di Torino è notato che Giovanni Gujoto falsomonetiere fu tenuto in cattura per ventun giorno, poi bollito e morto: e pel nolo della caldaja, il ferro posto attraverso di essa per legarlo, le corde, l’olio, la legna, il carbone, gli si dà debito. Filippo di Vigneulles, che dimorò a Napoli nel 1487, vi vide bruciare uno per delitto contro natura; mozzar le mani a un altro che avea battuto un sergente; impiccato uno per aver tagliato monete; tre impiccati e arsi per moneta falsa, i quali sarebbero stati cotti nell’olio se non fossero intervenute preghiere istantissime[212]. Se pigliamo una delle cronache più modernamente pubblicate, quella del Graziani, in solo poche carte troviamo che nel 1441 a Perugia ad un tal Luca per istromento falso venne ficcato nella lingua un uncinetto di ferro, legato a uno spago in modo che dovesse tenerla sporgente; e così sopra una carretta colla mitera in capo fu condotto al luogo dell’esecuzione: la lingua che già gli si era stracciata, ivi gli fu mozza, e così le mani, e i moncherini gli vennero stretti fra due carrucole; una mano fu affissa sulla porta del palazzo, l’altra e la lingua sotto una gran pietra del chiostro di San Lorenzo. L’anno seguente, uno che aveva morto un suo compagno con un’accetta, poi gettatolo nel Tevere con una pietra al collo, fu menato al supplizio con al collo la pietra stessa; poi tre manigoldi col cappuccio in capo, uno gli diè tre colpi in fronte coll’accetta, l’altro gli segò le vene della gola, il terzo lo sparò e cavogli le interiora; poi squartato fu sospeso in quattro luoghi.
E poichè siamo con Perugia, aggiungeremo come il suo statuto del 1342 punisce il fatucchiere col fuoco, se non paga quattrocento lire fra dieci giorni: di fatto nel 1445 una Santuccia, indovina e faturaja, vi fu arsa, menandola al supplizio sopra un asino colla faccia volta alla groppa, e con due demonj a lato che le tenevano una mitera in capo[213]. A Firenze nel 1436 Angiola da Runci fu mandata a morte perchè maliarda, con cappelli di morti in capo, e borsa e moneta e molti brevi (Cambi). Credevasi che gli eretici usassero arti diaboliche: essi allevare e creare serpenti, essi eccitar procelle, essi a cavalcione della scopa recarsi ai sabati, ove godeano banchetti e abbracciamenti col diavolo chiamato Martino. Eugenio IV, in una bolla data da Firenze il 10 aprile 1439 contro i padri del concilio di Basilea, scagliasi pure contro i Valdesi e gli stregoni che infestavano le provincie di Amedeo VIII di Savoja: e sappiamo che molti processi furono seguiti da sanguinose condanne ne’ paesi montani, della Svizzera principalmente, e in Francia. Avea dunque riacquistato fede, e non solo vulgare, ma legale questa pagana follia del gettare incanti, la quale giganteggiò poi miserabilmente nel secolo xvi.
Gli alchimisti continuavano i loro sperimenti di tramutazione, e nel 1330 Pietro il Buono ferrarese compose a Pola la Margarita pretiosa, combattendo l’alchimia non con fatti ma con argomentazioni, siccome allora si usava. «Nessuna sostanza (dic’egli) può essere tramutata in altra specie se non sia prima ridotta ne’ suoi elementi: ma l’alchimia è scienza positiva. Berigardo da Pisa racconta che la tramutazione non credeva possibile, fintantochè un valentuomo non gli diede un grosso di polvere simile a quella del papavero selvatico, e dell’odore di sal marino calcinato. «Comprai io stesso il crogiuolo, il carbone, il mercurio in botteghe diverse, per impedire che in alcuno si fosse messo dell’oro, come si pratica da’ ciarlatani. Sopra dieci grossi di mercurio aggiunsi una presa di polvere; esposi tutto a fuoco assai vivo; e in breve la massa si trovò convertita in quasi dieci grossi d’oro, riconosciuto purissimo da diversi orefici. Se ciò non mi fosse accaduto fuor della presenza di qualunque estrano, dubiterei di frode: ma posso attestare con asseveranza che la cosa è così»[214].
Più estesa credenza otteneva l’astrologia, poichè la smania di conoscere l’occulto è più vigorosa quanto è men suscettivo di precisione l’oggetto cui si dirige, e il campo del meraviglioso è più largo quanto più angusto quel della scienza. Troppi esempj ne vedemmo, e da essa faceano dipendere i loro consigli Filippo Maria non meno che la colta Firenze o la savia Venezia; le Università ne teneano cattedre. Cecco Stabili d’Ascoli ancora giovane professò astrologia in Bologna, e in un commento sopra la sfera di Giovanni di Sacrobosco pose che nelle sfere superiori v’ha generazioni di spiriti maligni, i quali per incantesimi si possono costringere a opere meravigliose: queste ed altre follie lo fecero sospetto all’Inquisizione, che lo mandò al rogo[215]. Il Petrarca recitava nel duomo di Milano l’orazione inaugurale dei nipoti di Giovanni Visconti, quando l’astrologo gliela interruppe, perchè avea scoperto essere quello il punto della più benigna congiunzione dei pianeti. Per osservazione di astri fondaronsi nel 1470 il castello di Pesaro, nel 92 i bastioni di Ferrara, nel 99 la rôcca della Mirandola: nel 94 i Fiorentini conferirono il bastone di capitano generale a Paolo Vitelli nell’ora designata propizia dalle stelle.
Giovan Villani, mercadante positivo e di buon senso, a cui il maneggiare il braccio e le bilance non toglieva d’adoprarsi ne’ primarj uffizj della patria, vedendo la grandezza di Castruccio signor di Lucca minacciare di servitù l’intera Toscana, ne scrisse a frà Dionisio da San Sepolcro, maestro a Parigi in divinitade e filosofia, per sapere cosa gliene preconizzassero gli astri. E quello gli rispose: — Io vedo Castruccio morto». Arrivò la risposta quando Castruccio era nel più vivo della vittoria, onde il Villani la tenne celata, e ne rescrisse al frate; il quale rispose: — Io raffermerò ciò che io scrissi per l’altra lettera. Se Dio non ha mutato il suo giudizio e il corso del cielo, io veggo Castruccio morto e sotterrato». E quando la seconda lettera capitò a Firenze, Castruccio appunto era cadavere; e il Villani la mostrò a’ priori suoi compagni, i quali «convennero che di tutte le sue parti il giudicio di maestro Dionisio fu profezia». Questo frate fu in molta grazia a Roberto re di Napoli, che lo pose vescovo di Monopoli; e in molta stima al Petrarca, che morto lo pianse in versi, lodandogli sovratutto la sapienza del leggere negli astri[216]: il Petrarca, che pur berteggiava i medici e la medecina.
Del suo tempo, un incessante piovale ingrossò le acque dell’Arno per modo, che coprì tutto il Casentino, il pian d’Arezzo, il Valdarno superiore e le campagne attorno a Firenze, e la città stessa credette arrivato l’ultimo suo giorno. Cessato il flagello, i savj posero in disputa se fosse venuto per giudizio di Dio o colpa degli uomini; e il Villani prendendo l’opinione media, che è sempre la più cauta e non di rado la vera, crede «che il corso del sole s’accordasse in ciò a punire i peccati dei Fiorentini». E soggiunge: — La notte che cominciò il detto diluvio, uno santo romito nel suo solitario romitorio di sopra alla badia di Vallombrosa istando in orazione, sentì e visibilmente udì uno fracasso di demonj e di sembianza di schiere di cavalieri armati, che cavalcassero a furore. E ciò sentendo il detto romito, si fece il segno della santa croce, e fecesi al suo sportello, e vide la moltitudine de’ detti cavalieri terribili e neri; e scongiurando alcuno dalla parte di Dio che gli dicesse che ciò significava, e’ gli disse: Noi andiamo a sommergere la città di Firenze per li loro peccati, se Iddio il concederà. E questo io autore ebbi dall’abate di Vallombrosa, uomo religioso e degno di fede, che disaminando l’ebbe dal detto romito»[217]. I Fiorentini riconoscendo il giudizio di Dio, pensarono a migliorarsi, lasciando i mali guadagni, l’avarizia, la vanità, i soprusi fatti ai vicini: e conseguenza buona veniva da una cattiva premessa.
Forse per ciò gli ecclesiastici parvero talora consentire a simili ubbìe, ma le più volte li troviamo rappresentare il buon senso; e il famoso frà Giovanni da Schio disapprovava gli strologamenti, e frà Giordano da Rivalta sulla piazza di Santa Maria Novella a Firenze predicò contro chi prestava fede agli influssi delle stelle[218]. Famoso in questi errori fu Pietro d’Abano, il quale dalla congiunzione de’ pianeti deduceva il cambiar di regni, di leggi, di religioni, e le venute di Nabucco, Mosè, Alessandro Magno, del Nazareno, di Maometto[219]. Il Landino commentando Dante scriveva: — È certo che nel 1483 a’ 25 novembre avrà luogo la congiunzione di saturno con giove in scorpione, lo che annunzia cambiamento di religione; e poichè giove prevale a saturno, il cambiamento sarà in meglio». Per istrana coincidenza, Lutero nacque il 22 di quel novembre. Quando Pico della Mirandola combattè l’astrologia, ne venne scandalo, e Luca Bellanti famoso astronomo tolse a confutarlo, deplorando che un nome sì illustre fosse deturpato col pubblicare quell’opera; e allorchè questi morì giovane come gli aveano predetto, si volle vedervi un castigo alla sua incredulità.
Nuovo malanno fu nel 1322 l’arrivo degli Zingari, gente indiana, che diceva provenir dall’Egitto, e sotto un duca passava di terra in terra mendicando, rubando, dicendo la ventura, e professando volersi recare ai piedi del papa, al quale del resto non credeva meglio che a chicchessia altro, intendendo solo a guadagni, comunque turpi ne fossero i modi. «A dì 18 di luglio venne in Bologna un duca d’Egitto, il quale avea nome il duca Andrea; e venne con donne e putti e uomini del suo paese; e poteano essere ben cento persone... Aveano un decreto del re d’Ungheria ch’era imperadore, per vigor di cui essi poteano rubare per tutti quei sette anni per tutto dove andassero, e che non potesse esser fatta loro giustizia. Sicchè quando arrivarono a Bologna, alloggiarono alla porta di Galliera dentro e di fuori; e dormivano sotto i portici, salvo che il duca alloggiava nell’albergo del re. Stettero in Bologna quindici giorni. In quel tempo molta gente andava a vederli per rispetto della moglie del duca, che sapeva indovinare e dir quello che una persona dovea avere in sua vita, ed anche quello che avea al presente, e quanti figliuoli, e se una femina era cattiva o buona, o altre cose. Di cose assai diceva il vero... Pochi vi andavano che loro non rubassero la borsa, o non tagliassero il tessuto alle femine. Anche andavano le femine loro per la città a sei e a otto insieme; entravano nelle case de’ cittadini, e davano loro ciancie; alcune di quelle si ficcava sotto quello che poteva avere. Anche andavano nelle botteghe, mostrando di voler comperare alcuna cosa, e una di loro rubava...»[220].
Più si ampliavano i principati e più il lusso; e la calata di Federico III, non accompagnato da armi, diede occasione a grandiose feste, volendo i signorotti far dimenticare le recenti usurpazioni collo sfoggiare suntuosità e regali. Re Alfonso di Sicilia spese in onorarlo cencinquantamila fiorini, diede una caccia numerosissima, un desinare che mai il simile, dove vivande più costose che delicate mangiavansi in piatti d’argento, confetti d’ogni specie si gettavano, le fontane zampillavano di greco e moscatello, e ognuno potea berne in tazze d’argento[221]. Federico ricambiava col profondere titoli, de’ quali d’allora in poi si fece bottega; e più dacchè egli concesse ad altri il diritto di conferirne. Altrettanto fece Renato a Napoli; e questi nuovi titolati amarono lo sfarzo, e credettero dignità il sottrarsi agli uffizj, vivere nell’ozio decorato, far frasche, e stare sul punto del convenevole.
Galeazzo Maria Sforza, appena succeduto duca, di sue ricchezze volle dare spettacolo recandosi a Firenze con Bona di Savoja sua moglie. «Seco avea i principali suoi feudatarj e consiglieri, tutti dal liberalissimo duca presentati di panno d’oro e d’argento; i famigli loro oltramodo a nuove foggie erano in ordine. I cortigiani, provvigionati dal principe, erano vestiti di velluto ed altri finissimi drappi di seta, e similmente i suoi camerieri con risplendenti ricami; e tra questi glie n’era quaranta, ai quali avea donato una collana d’oro, e quella di manco prezzo era di valore di cento ducati. Cinquanta staffieri avea, tutti vestiti con due foggie, l’una di panno d’argento, e l’altra di seta; e infino ai servitori di cucina erano vestiti a diversi velluti e rasi. Cinquanta corsieri faceva condurre seco con le selle di panno d’oro, staffili tessuti di seta e le staffe dorate; e sopra i possenti cavalli erano puliti ragazzi; tutti vestiti con giuppon di panno d’argento, ed una giornea di seta alla sforzesca. Per la guardia di sua eccellenza avea cento uomini d’arme scelti, tutti a modo di capitani in ordine, e cinquecento fanti eletti; ed ognuno dal principe era stato presentato. Per la duchessa avea deputato cinquanta chinee, e tutte con le sue selle e fornimenti d’oro e d’argento, sopra i suoi paggi riccamente vestiti; dodici carrette avea, e tutte con le coperte di panno d’oro e d’argento recamate alle ducali insegne. I materassi dentro e piumacci erano di panno d’oro liccio sopra liccio, alcuni d’argento, ed altri di raso cremisino, e fino a’ fornimenti di cavalli erano coperti di seta. Fu questa comitiva di duemila cavalli e ducento muli da carriaggio, tutti ad una foggia, di coperta ch’era di damasco bianco e morello, ed il ducale in mezzo recamato di fino oro ed argento, ed i mulattieri vestiti di nuovo alla sforzesca. Dietro ancora si faceva condurre il duca cinquecento coppie di cani di diverse maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. I trombetti e i pifferi furono quaranta, molti buffoni avea, ed altri con diversi strumenti a sonare. Si trova questo apparato solo essere costato ducentomila ducati» (Corio).