Giunti a Pontremoli, presero alloggio nella fortezza per onorare l’immagine di Maria Annunziata, che poco avanti era stata posta in venerazione[222]. A Firenze i Medici non vollero restare di sotto, e poterono aggiungervi finezza di belle arti; la città mantenne del pubblico quel corteggio, e offrì tre rappresentazioni sacre, l’Annunziazione in San Felice, l’Ascensione ne’ Carmelitani, la discesa del Paracleto in Santo Spirito, che infelicemente prese fuoco. Ai buoni dolse che quella comparsa introducesse un lusso fra loro inusato; e certo la splendidezza dovette trascendere ogni misura quando vi mettean gara lo Sforza, il magnifico Lorenzo, Sisto IV e i suoi nipoti Pietro e Gerolamo Riario. Borso d’Este pregiavasi di possedere i migliori falconi, i più bravi cani, i più pregiati destrieri; da settecento cavalli avea nelle scuderie, da cento falconieri; e andando a caccia, tutta la presa lasciava a chi l’accompagnasse. Tenea molti buffoni, tra cui uno Scopola ebreo ricreduto, e fors’anche il Gonnella glorioso matto, rimasto in popolare nominanza come il Meliolo, e più tardi frà Mariano e frà Serafino alla corte d’Urbino.

Gran lusso sfoggiavasi pure nelle ambascerie; e quando Luigi XI succedette re di Francia, e tutta Italia mandò a congratularlo, per Firenze v’andò Pietro dei Pazzi, con una suntuosità che mai la maggiore di vesti, gioje, famigli, ragazzi, cavalli, tanto che si volle girasse per la città affinchè il popolo godesse di quella pompa senza eguale. Alla corte «mutava ogni dì una vesta o due, e tutte ricchissime, e il simile la famiglia sua ed i giovani ch’eran con lui... Donò sì per la comunità, come di sua proprietà, a tutti quelli della corte del re in modo, che non vi fu niuno ambasciadore che facesse quello che fece Piero». Nel ritorno «gli vennero incontro tutti gli uomini di condizione; tutte le strade e finestre erano piene. Entrò colla famiglia sua, tutta vestita di nuovo ornatissimamente, in cioppe di seta, e con perle alle maniche ed al cappello di grandissima valuta»[223]. Costui andava da Firenze alla sua villa a piedi, tra via mettendosi a mente la Eneide, i Trionfi del Petrarca, e molte orazioni di Livio.

Allorchè Gian Galeazzo menò moglie Isabella d’Aragona, un Bergonzo Botta ricevette gli sposi a Tortona in magnifici appartamenti, e li servì d’un pasto in luogo ameno, fra dolce armonia, durante il quale comparvero atteggiando e figurando Giasone col vello d’oro, Apollo pastore, Diana cacciatrice, Orfeo cantante, Atalanta col cinghiale caledonio, Iride, Teseo, Vertunno, quante ha insomma divinità la mitologia, ognuno offrendo doni da par suo. Ebe versava nettare e ambrosia; Apicio distribuiva salse sulle vivande; il Po, l’Adda, il Ticino acque mellificate; il Verbano e il Lario abbondanza di cibi. Levate poi le tavole, rappresentossi uno spettacolo di personaggi storici ed allegorici: Semiramide, Elena, Medea, Cleopatra cantavano i loro vanti vergognosi; ed erano messe in isbaratto dalla Fede conjugale, che introduceva Lucrezia, Penelope, Giuditta, Porzia, Sulpicia a celebrare la modestia e il pudore. Infine Sileno ubriaco divertì col suo barcollare e cogli stramazzi[224]. In Milano poi Leonardo da Vinci diresse le feste e formò una macchina figurante il cielo con tutti i pianeti, rappresentati da numi che aggiravansi secondo le leggi loro; e in ciascuno risedeva un musico, il quale cantava le lodi degli sposi.

Nel 1473, passando Eleonora d’Aragona per Roma col concorso di più di quarantamila cavalli, il cardinale Riario diede feste solennissime, coperta d’arazzi la piazza de’ Santi Apostoli, con tre sale d’indicibile splendidezza, e quattordici camere tappezzate una più riccamente dell’altra, con letti di raso, di damasco, di panno d’oro, e lenzuoli di tela rensa d’un solo pezzo, e pelliccie. «A volere scrivere della magnificenza di questo inclito monsignor San Sisto (esclama il Corio) troppo sarebbe lungo, e non frate, ma parea figliuolo di Cesare primo imperatore: qui tutto mi perdo, nè sapria, non che dire, ma, pur anche memorare una minima parte». Le tavole erano servite tutte in argento, nè verun piatto mai si portò via dalla credenza; le vivande figuravano bestie e storie. Vi fece da’ Fiorentini rappresentare la Susanna «coi più veri atti e più attentamente che si potesse stimare»; poi ne’ giorni seguenti san Giovanbattista, san Giacomo, Cristo che vuota il limbo; e più spettacoloso il tributo che tutto il mondo portava a Roma, ove difilaronsi settanta muli carichi, copertati di panno con l’arma[225].

Di molti di siffatti spettacoli (Cap. XCVIII) abbiamo lo scritto, o vogliam dire una tessera, come quella a un bel circa che si costumava testè nelle commedie a soggetto. Nell’adorazione de’ Magi avevano personaggio il bambino Gesù, un angelo, i tre re, Erode, suo figlio, uno scudiere, un coro d’angeli, e pastori, oratori o interpreti, scribi, donne, levatrici, popolo e un cantore col suo coro. Nel mistero della Risurrezione figuravano Cristo, or sotto apparenza di giardiniere, or nella sua propria, due angeli, tre Marie, Pietro, Giovanni, apostoli e popoli: e prima atteggiavano tre monache vestite da Marie, dicendo piano e mestamente certe strofe alternative, che sono imprecazioni contro gli Ebrei[226]; entrate nel coro, dirigevansi alla tomba; un angelo sustante innanzi al sepolcro, in veste dorata, con mitra in capo, nella mano sinistra una palma, nella destra un candeliere col clero, dicea versi rimati.

Facilmente riconoscete in ciò le origini del teatro. Benchè questo fosse ito a fondo colla coltura romana, pure non si cessò affatto di scrivere a modo di rappresentazioni; e l’erudita pazienza trasse fuori alcune composizioni di forma e talora anche di soggetto antico[227], e massime dialoghi a modo delle Bucoliche di Virgilio, da leggersi e forse atteggiarsi alle mense singolarmente de’ vescovi, e drammi per eccitare la devozione o alleviare la noja de’ chiostri. Ma se la musa tragica latina ne’ suoi splendidi giorni nulla avea prodotto di duraturo, poteva sperarsene allora? In effetto sono rozze vesti all’antica, raffazzonate a concetti nuovi, e che basta l’avere accennato. Comparvero poi i trovadori, che nelle sale dei grandi rappresentavano anche commediole. Gli statuti di Bologna vietano ai cantatori francesi di trattenersi su per le piazze a recitare. Una cronaca milanese rammenta il teatro, ove «gli istrioni cantavano, come or si canta di Rolando e Oliviero, e finito il canto, buffoni e mimi toccavano la ghitarra, e con decente moto del corpo aggiravansi»[228]; ed Albertino Mussato cita come vetusto costume di cantare in palco e in teatro imprese di re e di capitani. Anselmo de Faydit provenzale vendeva commedie e tragedie, e per Bonifazio marchese di Monferrato scrisse l’Heresia dels Preyres, che fu rappresentata[229]. Spesso i concilj ne mandarono divieti, come incentivo di profanità; Tommaso d’Aquino disputava se uno, privo d’altro mezzo, potesse esercitare l’istrionato: tant’era lungi che quest’arte fosse perita.

Se rozzi esser dovessero di forme quei teatri e nulla l’arte dello sceneggiare, non domandate; strani anacronismi vi si mescolavano a sconvenienze, ma ogni cosa era sostenuta da un apparato di macchine e di spettacolo che lusingava il vulgo. Scelto un fatto, metteasi in azione un accidente dopo l’altro, senza darsi briga di unità o d’interesse: non bastava un giorno? seguitavasi per due o più. Non erano dunque tragedie o commedie, drammi o farse o di qualsiasi altra classificazione da precettore, ma spettacoli, ed ogni cosa vi serviva, la natura e l’arte, la musica e la pittura, il cantastorie e il banderajo.

Drizzatisi gl’ingegni allo studio degli antichi, si tentò calzare il socco e il coturno di essi. Il monumento più antico che resti in Italia è l’Eccerinis di Albertino Mussato, sul gusto di Seneca, ma misto di racconto e dialogo. Nel primo atto, la madre narra ad Ezelino ed Alberico da Romano averli essa concepiti dal demonio: nel secondo, un messaggere espone i mali della patria e le fortune del tiranno: nel terzo, Ezelino in Verona divisa col fratello altre malvagità da aggiungere alle antiche, poi udita la presa di Padova, accorrono alla riscossa, e il coro espone la spedizione e la vittoria d’Ezelino, il suo ritorno a Verona e il macello de’ prigionieri: nel quarto, un messaggero riferisce la guerra di Lombardia, la crociata e la morte del tiranno: il quinto presenta la morte d’Alberico. Le passioni vi sono espresse non senza forza, ben divisate la storia e il costume, continua l’ispirazione nazionale, e non infelice la latinità. La prevalenza del racconto sopra il dialogo eragli comune colle altre rappresentazioni d’allora, e ci ajuta a comprendere il titolo di commedia applicato da Dante al suo poema: lo scegliere poi argomenti contemporanei e trattarli senza catene d’unità drammatiche, era un altro passo degli originali cominciamenti della nostra letteratura.

Esso Mussato dettò sei altri drammi; di cui ci resta la Morte d’Achille. Citansi di quel torno una commedia sull’espugnazione di Cesena ed una sopra Medea, che a torto vollero attribuirsi al Petrarca. Pier Paolo Vergerio ancora giovane scrisse una commedia ad juvenum mores corrigendos; Leon Battista Alberti la Philodoxeos, la Philogenia; Ugolino Pisani da Parma; e Gregorio Cornaro veneto una tragedia, la Progne.

Sempre più gl’istinti della letteratura del medioevo soccombeano all’arte erudita; e col solito vezzo di credere barbarie qualunque passo arrischiato fuori del sentiero classico, si volle dire che Pomponio Leto fosse il primo a instaurare il teatro, perchè ne’ cortili dei prelati facea rappresentare commedie di Terenzio e di Plauto. Altre Corti vollero quel lusso, massime i principi di Ferrara, il cui teatro vinse gli altri in magnificenza, e primamente vi si rappresentarono commedie in rima. A Mantova si vide poi una produzione che tolse il grido a tutte le precedenti, l’Orfeo del Poliziano, azione regolare e poesia elettissima, che conserva ancora tutta la ricchezza de’ primitivi componimenti scenici, complesso delle arti tutte. Dopo il prologo, nel quale è esposto il soggetto in ottave, viene un atto pastorale, tutto idillio; ne segue uno ninfale, ove le Driadi lamentano la morte d’Euridice; poi un eroico coi pianti d’Orfeo, e sempre varietà di metri, e fin versi latini, acciocchè niun lacchezzo mancasse allo spirito: il quarto atto necromantico presenta la calata d’Orfeo all’inferno, ove da Plutone e Proserpina ottiene di ricondurre Euridice, ma poi la riperde per aver violato la legge dell’abisso: si chiude con un atto baccanale, pieno dell’esultanza brindante delle Menadi ucciditrici d’Orfeo.