Pure le rappresentazioni teatrali s’atteneano di preferenza ai soggetti sacri, chiamale storie, esempj, spettacoli, misteri, vita, martirio, secondo il contenuto. Le più stendeansi in ottave, non divise in atti e scene ma in giornate, e si recitavano con una specie di cantilena, oltre gl’intermezzi propriamente in canto, e con ricchissimo corredo di macchine, prospettive, comparse, balli, giostre, a studio de’ migliori artisti. Atteggiavano giovinetti ascritti alle confraternite, nelle quali s’affratellavano i gran signori coi più poveri. A Roma si diede la Passione di Cristo, opera di Giuliano Dati, Bernardo di mastro Antonio Romano, e Mariano Particappa; a Firenze la Rappresentazione e festa d’Abramo e Isacco suo figliuolo, di Feo Belcari; a Modena i Miracoli di san Geminiano; Bernardo Pulci fece Barlaam e Giosafat, Antonio Alamanni la Conversione della Maddalena, Roselli il Sansone, Lorenzo Medici la Rappresentazione di San Giovanni e Paolo, dove sono ritratte le lotte del cristianesimo contro l’ipocrisia di Giuliano. Ben sessantasette di siffatti drammi a stampa enumera il Cionelli nelle note alle poesie di esso Lorenzo, e la collezione più copiosa sta nella libreria palatina di Firenze.

Il popolo andava matto di burlette e scede, e man mano che svolgevansi i dialetti nuovi, s’introduceva una caricatura che parlasse in quelli, e personificasse il carattere delle varie genti italiche. Bologna la dotta contribuiva il suo Dottor Ballanzoni, Venezia il Pantalone Onesto negoziante, Bergamo il lepido Arlecchino, Napoli l’arguto Pulcinella e il Coviello e il Pulcariello ed altri[230], che tinta la faccia di fuligine e villescamente calzati, davano sollazzo al popolo, e faceano ridere le une città a spalle delle altre nemiche o rivali. E le maschere piacquero a lungo perchè usavano il parlare spigliato e spontaneo de’ vulgari, anzichè l’artifiziato de’ letterati, al primo de’ quali sono affisse cento care memorie, nessuna all’altro.

Nè ai nostri avi erano insoliti i giuochi di sorte, passione violenta de’ Germani fin prima che uscissero dalle selve natìe. Indarno la Chiesa vi pose argine, indarno le repubbliche; ma alcune di queste vollero specularvi sopra, dando in appalto il diritto di tener case di giuoco o biscazze; e Venezia ne concedette il privilegio a quel Barattiere che si dice alzasse le colonne sulla Piazzetta.

Del lotto è menzione in un editto del 9 gennajo 1448, quando (invenzione di Cristoforo Taverna banchiere di Milano) si proposero alla fortuna sette borse, la prima con cento ducati, con settantacinque la seconda, e via digradando. Ogni posta costava un ducato; e nell’invito si moveva calda esortazione a profittare di quell’insigne benefizio di Dio, nè lasciarsi scappare il destro d’arricchire con sì poco; — tant’è vecchia l’arte di ciurmare il povero popolo. Siffatta maniera corse per Italia col nome di borse della ventura: poi al 1550 si stabilì regolarmente in Genova, con tanto profitto agli imprenditori, che la repubblica ne volle una tassa di sessantamila lire delle sue, cresciuta poi passo passo, tanto che nel 1730 ne traeva trecensessantamila. Gli altri governi affrettaronsi ad imitarla, acciocchè il denaro non uscisse di paese[231]. Clemente XI escluse con bolla severissima il lotto da’ suoi Stati, dannando alle galere i contravventori, e dicendo voler liberare i popoli da quella maligna sanguisuga; ma sotto Innocenzo XIII s’aggiunse nel lotto di Roma l’aumento del venti per cento sugli ambi, e dell’ottanta per cento sui terni. E l’immorale gabella si propagò, senza che si pensi abolirla, ad un sordido lucro posponendo la depravazione popolana.

Gli scacchi, invenzione orientale, sono spesso mentovati, e forse ce ne fu portato l’uso dalle crociate[232]. Delle carte, non mai mentovate dall’antichità classica, l’uso e le sottilissime combinazioni, che faceano dire a Leibniz in nulla aver gli uomini adoprato tanto ingegno quanto ne’ giuochi, ci arrivarono dall’Oriente per la Spagna. Di buon’ora entrò il lusso in quella vanità, sicchè Filippo Maria Visconti nel 1430 pagava millecinquecento monete d’oro un mazzo di carte dipinto da Marziano da Tortona. Per combinare poi la crescente richiesta col tenue prezzo, si inventò di stamparle con tavolette, le quali furono avviamento alla più importante delle scoperte moderne, la stampa.

Questo nome ci fa dire d’un nuovo genere di occupazioni o passatempi, a cui si volsero gl’Italiani d’allora. Il leggere avea potuto esser diletto di ben pochi, in quella grande scarsità di libri; pure molto desiderati erano i romanzi, i più de’ quali venivano di Francia, e talvolta erano tradotti in nostro vulgare, più spesso imitati. Le persone oneste rifuggivano da quella lettura; Guglielmo Venturi d’Asti in testamento raccomandava a’ suoi figli d’odiarli, come sempre avea fatto lui[233]; Boccaccio appone ad ipocrisia della vedova del Corbaccio l’astenersi da tali racconti; dei quali Dante accennava i pericoli in Francesca e Paolo, tratti a peccare dal leggere per diletto gli amori di Isotta e Lancilotto. Al contrario, se ne dilettava il bel mondo; e Michelangelo Trombetti, in un poema sulle gesta di Ugo conte d’Alvernia nel 1488, manoscritto nella Laurenziana, annovera i romanzi di cavalleria, cui consiglia a leggere, perchè chi non se ne diletta, è uomo senza ragione e bestiale. Crebbe la lettura colla stampa, la quale non si occupò soltanto di libri sacri e di classici: nè è inutile sapere che dal 1473 al 98 uscirono dieci edizioni del Guerin Meschino; e il Milione di Marco Polo si stampò nel 1496, e già prima e più in appresso corsero racconti di viaggi.

Come la letteratura, invaghita de’ capolavori antichi che si trovavano, o dalla maggior facilità di possederli, si era gettata interamente sull’imitare, tanto che ogni originalità minacciava scomparire fra gli addobbi del convenzionale classicismo; così non sapevasi ammirare che la società anteriore al cristianesimo, rilassavansi i costumi per imitazione classica, e Gianantonio Campano vescovo di Téramo empie le sue poesie di Silvie e Diane e Suriane, di cui spesso si lagna, talvolta si loda; Ambrogio degli Angeli Traversari, generale dei Camaldolesi, amico di Eugenio IV e suo legato a Basilea, in fama di grand’erudizione non meno che d’onestissimi costumi, non iscrive mai a Nicolò Niccoli senza salutare la sua Benvenuta, donna fedelissima, eppur era una mantenuta, di avventure chiassose[234]; Cosmo de’ Medici accettò la dedica dell’Hermaphroditus del Panormita, che parea soverchiamente cinico persino al Poggio, sguajato narratore egli stesso, benchè segretario apostolico; Enea Silvio Piccolomini, gravissimo uomo e futuro papa, emulava in una novella la licenza del Boccaccio.

Il senso morale veniva perturbato dal cominciare a vilipendere il passato innanzi d’essersi premuniti per l’avvenire; laonde le coscienze più elevate tentennavano e variavano, l’orgoglio insorgeva contro Dio, la voluttà contro il dovere. Il sentimento religioso permaneva nelle moltitudini, sebbene divenisse meno chiesastico; e istillato col latte, potea sugli animi anche fra le passioni: ma i letterati lo vilipendeano e conturbavano, non già per liberi ragionamenti, ma per l’autorità di altri testi, fossero gli antichi classici od i loro commentatori, nel cui nome mettevano bocca perfino nel dogma, professando di farlo per esercizio di logica o d’erudizione. Ser Cambi al 1453 scrive che il medico Giovanni Decani, il quale non credeva la resurrezione de’ morti, fu condannato alla forca a Firenze; e in quell’anno morì Carlo d’Arezzo cancelliere della Signoria, ed ebbe grandissimi doni: «Dio l’abbia onorato in cielo, se l’ha meritato, il che non si stima, perchè morì senza confessione e comunione, e non come cristiano». Dove ci risovviene di Lodovico Cortusio giureconsulto, che a Padova morendo il 17 luglio 1418, lasciò per testamento che amici nè parenti nol piangessero, se no rimanessero diseredati, mentre suo legatario universale sarebbe quel che ridesse di miglior cuore: non si parino a bruno la casa e la chiesa, ma fiori e fronde; musica invece delle campane funebri; e cinquanta sonatori e cantanti procedano insieme col clero, cantando alleluja fra viole, trombe, liuti, tamburi, ricevendo ciascuno un mezzo scudo. Il suo cadavere, entro una bara a panni di varj colori gai e sfoggiati, sia portato da dodici donzelle vestite di verde, che cantino arie allegre, e ricevano una dote. Non rechino candele, ma ulivi e palme, e ghirlande di fiori; non lo seguano monaci che han la tonaca nera. Così piuttosto in guisa di nozze che di funerale fu sepolto in Santa Sofia.

Questo parlare di libri e letterati è già uno stacco dalle precorse età; e l’amor della dottrina crebbe fin a passione. Ne vantaggiavano il ben pensare e il retto operare? dubitiamo. Quei dotti (troppo il notammo) non erano nulla meno che tipo di civili costumi: nelle loro lettere o si abjettiscono per domandare, o strisciano ringraziamenti per avere avuto, talora con una sguajata insistenza, quale vediam nel Filelfo, una delle più famose penne; e piuttosto bravazzoni che franchi, aggiogati all’autorità de’ loro classici, eppure intolleranti d’ogni dissenso, anfanavano in tresche, volevansi alle mani un coll’altro, e in sozze baruffe, non ultimo divertimento di quel secolo, s’intaccavano non solo sulla dottrina, ma rinfacciandosi ogni mal mendo[235].

Noi siamo a gran pezza da coloro che ammirano quello stuolo chiassoso e intrigante di pedanti, quasi fossero stati i restauratori del buon gusto in Italia. Già ne’ secoli precedenti i nostri ci si mostrarono insigni in que’ punti ove l’intelligenza loro naturale non era subordinata agli eventi o a tirannie, cioè nelle arti della parola e del disegno. Anzi queste non erano soltanto un ornamento, ma fuse nella vita, e non concepivasi il governo senza eloquenza, non le solennità senza canti, non la religione senza immagini e tempj. Chè a far prosperare le arti non basta nascano genj capaci di creare, ma vuolsi tutto un popolo capace di gustarle; l’artista ha bisogno di chi lo comprenda, delle simpatie del popolo; e il popolo fra noi vi era portato dai meno urgenti bisogni, dall’attitudine al godere, dalla naturale inclinazione al bello. O Firenze, non i Medici ti han fatta così vaga, ma la repubblica; e la libertà dell’arte è anch’essa libertà del pensiero.