CAPITOLO CXXIV. Industria e commercio.
Tante ricchezze, quella coltura borghese, l’ampliamento della nazionale civiltà, il lettore dovette accorgersi come fossero in gran parte dovute al commercio, del quale è tempo che raccogliamo e svolgiamo ciò che sparsamente abbiamo indicato; poichè, dopo la religione, nulla accresce e diffonde la civiltà più che il commercio.
Che esso non fosse perito tampoco nel peggior fondo della barbarie, ce ne caddero prove qua e là: migliorò poi coll’agricoltura, giacchè questa e l’industria vanno di pari passo dovunque sono possibili; tutto ciò che promove e deprime le arti e le fatiche d’una classe, opera sull’altra; e i terreni inselvatichiscono ove langue il commercio, come questo risente dell’abbandono di quelli. Noi indicammo come l’agricoltura rinascesse, lenta sì ma ognor progressiva, col piantarsi di nuova gente sopra gl’immensurabili latifondi degli antichi Romani, suddivisi allora, e dal dominio del fisco tornati all’industria particolare. Questa gente erano i Barbari da un lato, dall’altro i monaci, che mescolandosi fra un popolo di servi e di coloni, resero l’onore a quella prima fonte delle ricchezze. Ben presto le crociate equivalsero a quel che oggi le grandi esposizioni; poichè nelle città e nei bazar orientali i nostri videro gli scialli di Cascemir, i diamanti di Golconda, le perle di Ormus, le seterie di Persia, le mussoline dell’India, le arme di Damasco; e ne rapirono, ne comprarono, concepirono desiderio di averne, di imitarle.
Però la mancanza di sicurezza, di regolari aspettative, di libertà nel disporre de’ frutti della propria industria, immiserivano il commercio, siccome oggi avviene in Turchia. Il diritto di lavorare consideravasi prerogativa sovrana, e potere i principi venderla, dovere i sudditi comprarla. Il popolo era impedito di associarsi per dati intenti, e di trasferire la sua proprietà da un’applicazione ad altra che credesse più vantaggiosa; intanto che certe persone ottenevano di esercitare come privilegio quel che ai più restava inibito. Tali angustie cessarono in Italia assai prima che altrove: ma oltre rimanere i capitali in mano di soli nobili e del clero, causava impacci lo sminuzzamento del paese, quando ad ogni varco di fiume, ad ogni gola di monti vegliavano gli armigeri d’un castellano ad esigere un pedaggio, che equivaleva ad una transazione per non essere svaligiati. A modo d’esempio, chi si partisse da Torino aveva a pagarne uno quivi stesso, poi a Rivoli, ad Avigliana, a Bussolino, a Susa: cinque volte in trenta miglia. Lombardi e Veneziani andavano pel Sempione, donde a Sion, a Losanna, a Ginevra, a Lione, ovvero per Clees nella Franca Contea. I Genovesi per Asti e Poirino giungevano a Testona, e qui varcato il Po sul ponte de’ Templari a Sant’Egidio, difilavano per Rivoli a Susa e al Moncenisio: disvantaggiandone Torino, che perciò insisteva alla gagliarda affinchè i Testonesi non lasciassero ai mercanti traversare il ponte, ma li dirigessero sopra la loro città.
Le dogane si misuravano all’avidità del signore, non all’utile del paese, e le tasse moltiplicavansi sotto variissimi nomi[236]. Passando per certe città, le merci si doveano sballare e scassare, e gli abitanti aveano prelazione per la compera; altrove ai soli natìi concedevasi di vendere, talchè sottentravano allo speculatore forestiere. Il pericolo delle anime induceva i papi a interdire il commercio coi Musulmani, e a gran fatica i Veneziani ne ottennero dispensa, come l’ebbero poi anche i Francesi, escluso sempre il portarvi armi e munizioni[237]. Per tema dei masnadieri in terra, dei pirati in mare, doveasi procedere in carovane o con flottiglie, anzichè isolati: alcuni, per ammansare i castellani, menavansi dietro ciarlatani, sonatori, bestie rare: tutti i quali impacci costringevano il traffico ad assumere aspetto di frode, e i pericoli e le vicende sue faceanlo spesso abbandonare a quelli cui era negato ogni altro modo d’arricchire, come gli Ebrei.
Il commercio dell’antichità e del medioevo conducevasi tult’altrimenti dal moderno. Mancando la postalettere, poteansi tenere corrispondenze concatenate? Quando pochissimi sapeano scrivere, e la carta era un lusso, e le cifre arabiche appena si introducevano, e inestricabile la varietà di monete e misure, quanto incomodi doveano tornare i conteggi e la corrispondenza! Oggi la forma più consueta è la commissione, cioè il fabbricatore affida a negozianti le merci da vendere per conto; opportuna suddivisione di uffizj: allora invece egli medesimo o suoi commessi andavano con navi o carovane a vendere e caricare, e riconducevano gli avanzi e i baratti.
Le antiche strade romane erano state guaste per impedire le correrie dei Barbari, ovvero da questi nelle guerre, o dal tempo; e agli sminuzzati dominj che successero, qual interesse suggeriva di agevolare le comunicazioni? I torrenti si sfrenavano, cadevano i ponti; onde difficilissimi i trasporti: ed anche assai più tardi non viaggiavasi che a cavallo. Caterina di Amedeo V di Savoja, andando sposa a Leopoldo d’Austria nel 1315, cavalcò fino a Basilea, dove il palafreno fu regalato ai minestrelli che cantavano le sue lodi. Maria di Brabante seguì fino a Genova in lettiga il marito Amedeo V, quando nel 1310 accompagnava a Roma l’imperatore Enrico VII. Giovan Villani dà come un gran fatto che uno spaccio del conclave di Perugia arrivasse in undici giorni a Parigi per corrieri di mercanti[238]. Erano perciò in gran conto i corrieri veloci, come Jaquet messaggere del conte di Savoja, che in quattro giorni andò e tornò da Ginevra a Pavia nel 1399: nel 1380 Amedeo VI di Savoja donava due fiorini d’oro a Guglielmo frate cluniacese, che faceva cinquantacinque e più leghe il giorno[239].
Altri importuni aggravj s’erano introdotti, quali l’albinaggio, per cui cadeva al signore l’eredità dello straniero che morisse sulle sue terre[240]; e il diritto di naufragio, per cui la nave che frangesse diveniva preda dell’occupante, o del signore della costa, come tutti i ributti del mare. Fin il goto Teodorico avea riprovato quest’inumanità; il concilio Lateranese del 1079 pronunziò anatema chi spogliasse i naufraghi; e Federico I, poi Federico II di Svevia avvalorarono questa libertà della Chiesa[241]: ma gl’interessati sapeano eluderla.
Sodare il debito sopra i possessi non usava durante il feudalismo, nè era possibile allorchè quasi nessuno era padrone assoluto del proprio podere: ma nelle repubbliche conoscevasi l’ipoteca coi modi e le cautele che sembrano de’ moderni[242]. Più consueto era il dare in pegno oggetti preziosi, e spesso i tesori delle chiese: o porgeano malleveria altre persone disposte a subir fino il carcere se al dato giorno non venisse soddisfatto il creditore[243].
Il forestiere (ed era forestiere chi abitava a poche miglia) non restava protetto da leggi comuni o dalla generale giustizia, onde si ricorse a strani compensi, come sono le rappresaglie. Se uno restasse leso nella roba o nella persona, e non ottenesse soddisfazione, egli stesso o i suoi accomunati potevano far danno a qualunque compaesano dell’offensore. La rappresaglia derivava dall’antico sistema dell’associazione, per cui tutti stavano garanti dell’accomunato. Oberto Pelavicino signor di Cremona, pretendendosi creditore di Filippo Torriano, allora capo del popolo milanese, sostenne nella sua città tutti i negozianti di Milano colle loro mercanzie. La compagnia de’ Buonsignori di Siena dovendo ottantamila fiorini alla Chiesa romana, il papa pronunziò interdetta tutta la città sinchè fossero pagati. Qualche volta la rappresaglia si applicò a casi criminali; ed essendo ucciso un Inglese da un Italiano della compagnia degli Spini, gli uffiziali della giustizia appresero tutti i compatrioti di esso.