Le leggi posero regola a questo costume, e via via si cercò prevenire il danno degl’innocenti. Lo statuto romano non concedeva la rappresaglia se non quando fosse giuridicamente provato il danno[244]. Quello di Padova del 1258 permetteva di rifarsi sopra i beni di chi avesse nociuto o de’ suoi concittadini; ma nel 69 si eccettuarono gli ambasciadori o le persone venute a Padova per affari del proprio Comune, e così i romei e pellegrini; nel 71 si prescriveva, quando un cittadino si presentasse a domandar la rappresaglia contro un individuo o un Comune, questo dovess’esserne avvertito dal podestà, affinchè potesse giustificarsi o accordarsi; che se il consiglio de’ savj decretasse aver luogo la rappresaglia, il podestà presenterà l’istanza e il voto al gran consiglio, che deciderà a due terzi di voti. Nel 1266 a maestro Giovanni Manzio padovano, medico condotto a Ravenna, erano stati per via rubati i danari, le robe e i libri, che erano un Avicenna, un Serapione, un Almansor e qualcheduno d’astrologia: e avendo il podestà scritto ripetutamente al Comune di Ravenna, mandatovi ambasciadori, interposto anche il podestà di Bologna, nè ricevendo soddisfazione, si autorizzò il medico alla rappresaglia. Anche nel 1302 quel Comune la concedette ai signori Carraresi contro i Torriani di Milano per la dote di Elena della Torre. Una singolare rappresaglia è portata dal cap. LVII dello statuto dell’arte di Calimala a Firenze del 1332: — Qualunque de’ mercatanti nostri si richiamerà per iscrittura d’alcuno albergatore d’altra cittade o luogo, manderemo lettere a quello albergatore a spese di quello mercante, che a certo termine le debba aver pagate: la qual cosa se non farà, comanderemo a tutti i nostri tenuti che non alberghino più con lui; e chi farà contra, sia punito in lire venticinque per ciascuna volta».
La Chiesa provvide alla sicurezza coll’aprire mercati settimanali o fiere annue alle solennità principali sopra terreno immune, quali erano il sagrato delle chiese o i chiostri. La fiera di Bergamo vuolsi concessa dall’imperatore Berengario ai canonici di San Vincenzo, poi da Ottone alla chiesa di Sant’Alessandro[245]. Quella di Verona fu istituita nell’807 dal vescovo Ratoldo sulla piazza di San Zeno maggiore; nel 1049 le botteghe bruciarono; fu poi ristabilita nel 1187. Un marmo fuori della porta maggiore dell’atrio di Sant’Ambrogio a Milano legge che Anselmo arcivescovo stabilì, per tre giorni avanti e tre dopo la festa dei santi Gervaso e Protaso, nessuno molestasse per debiti chi veniva a quella solennità. Anche a Bologna per la festa di san Petronio i mercanti erano immuni di dazio e gabella otto giorni, e nessuno poteva essere citato a pagare il dovuto (Ghirardacci). Negli ordini del 1353 per la fiera di Sant’Andrea di Nizza a mare è assegnato luogo distinto ai venditori di carni salate e formaggi, di spezierie, di pelliccie, di ferro, rame, chiodi, d’argento, d’oro, di spade e armi, di vetri, vasi di terra, corde, pentole, basti, e così pei sartori, pei cambisti, per gli spacciatori di polli e altri volatili, d’erbe e frutti e legumi, di tela, di ronzini ed altri animali di piede rotondo, di porci e bovi, di merci varie; con prescrizioni per ciascuno[246].
Molte strade erano affidate alla custodia dei monaci, come quella del monte San Bernardo, ove il pio Bernardo da Mentone istituì l’ospizio; come quella dell’Alpe fra Lucca e Modena, concessa ai frati di San Pellegrino del Serchio; come il passo di Percussina in val di Greve, con uno spedale assistito dalla compagnia del Bigallo di Firenze. La strada mulattiera traverso al Sangotardo, forando la buca di Uri e gettando il ponte detto del Diavolo, tanto parve meraviglioso, è dovuta agli arcivescovi di Milano, che signoreggiavano la val Leventina. Fin ai tempi di Carlo Magno le gole più elevate delle Alpi erano provvedute di ospizj[247]; le varie nazioni che pellegrinavano in Italia se ne procuravano di proprj ciascuna, sicchè, a tacer Roma, a Vercelli trovammo ospedali di Franchi e d’Inglesi (tom. VII, pag. 107).
Man mano che città e borgate si redimevano in libertà, curavano agevolezze al commercio. Nelle prime carte comunali è sempre pattuita la sicurezza delle vie, l’esenzione da certi pedaggi, la moderazione di tutti: e non v’ha statuto che non provveda al mantenimento delle strade, anche con magistrati appositi. Dai castellani del contorno si otteneva a denaro non molestassero le spedizioni, e dessero scorte; alcuni perfino si costituivano garanti dei danni che altri soffrisse sulle loro terre: tanto temevano che i mercadanti si mettessero per altra traccia, togliendo il lucro portato dal passaggio e dagli alloggi. Dimenticavansi le animosità pel comune interesse dei traffici; s’istituivano tregue mercantili, luoghi di franchigia e neutralità. Nel 1182 i consoli di Modena promettono sicurezza nel loro territorio e pronta giustizia ai mercanti e alle persone di Lucca[248]. Nel 1183 Cremonesi e Bresciani giuravano una concordia, convenendo che le due città si concedano a vicenda il transito; le persone fossero rispettate sulle strade, eccetto i mercanti di paesi nimici all’una o all’altra città; la moneta delle due collegate avesse corso nelle contrattazioni reciproche, promettendo non se ne deteriorerà il valore intrinseco, se non col voto del podestà e del consiglio[249]. Nel 1215 Milanesi e Vercellesi faceano accordo che mai dai Milanesi per le persone o le robe loro fosse esatto alcun pedaggio sul ponte che faceasi a Casale sul Po. Nel 1217 il Comune d’Alessandria francava i Vercellesi da quel che pagavano a Beale[250]. Il marchese Pelavicino, Buoso di Dovara, il Comune di Cremona da una parte, e dall’altra Azzo d’Este, Lodovico conte di Verona e le città di Mantova, Ferrara, Padova, alleandosi per fiaccare Ezelino, convennero che, malgrado la guerra, mercatores de Tuscia semper secure possint ire, redire, stare, conversari cum personis et mercibus per civitates et territoria Mantuæ, Ferrariæ, Paduæ. Nel 1262, Vicenza, Padova, Treviso, Verona giuraronsi reciproca quiete, e di assicurar le strade a viaggiatori e trafficanti. Giovanni Liprando ed Enrico da Arcore, sindaci dei mercanti di Milano, il 1276 portavano lamento a Filippo conte di Savoja per una sovrimposta (surrepsio) da lui messa sulle merci che transitavano pe’ suoi Stati, e stipularono quanto dovesse prendere per ogni balla di lana di Milanesi che passasse di là, e pel pedaggio d’uomini e cavalli a Villanova, al Ciablese e altrove, nulla pagando la bestia che ciascun mercante cavalcava: i mercanti a vicenda giuravano non far le balle più grosse del consueto, e ciascuna di otto panni di Chalons, di dieci panni vergati di Provins, o del peso equivalente; e procurare che i mercanti d’Italia diretti alle fiere di Champagne e di Francia passino e tornino per le terre d’esso conte, il quale li riceve, pel suo distretto, sotto il proprio salvocondotto[251].
I Comuni limitrofi mettevansi d’accordo per migliorare le strade, come fecero Torino, Chieri, Testona nel 1204; Pistoja e Bologna nel 1298 per aprire quella della Porretta. Nel 1219 Bergamo e Brescia pattuivano di restaurare la strada di Palazzuolo, e reciprocamente compensare quelli che dai masnadieri vi fossero danneggiati. Nel 1232 Bonifazio marchese di Monferrato si obbligò verso il Comune di Genova di tenere in buon ordine quella da Asti a Torino, nè esigere altro pedaggio che di soldi sei e mezzo per carico, e nulla per le bestie scariche; i castellani e nobili fra cui attraversa, obbligherà a mantenerla e custodirla, nè introdurre veruna mala usanza[252]. Nella pace del 1279 Verona, Mantova e Brescia convenivano che una strada correrebbe fra esse città per Peschiera, Godio, Guidizzolo, Montechiaro, mantenuta da essi Comuni, e sotto la vigilanza di dieci cavalcatori ogni Comune con tre capitani, scelti fra mercanti e uomini di buona fama. Nel 1333 Franchino Rusca, signore del Comune e del popolo di Como, conchiuse cogli uomini di Blegno che tenessero in essere e in buona guardia le strade per la val Leventina, e ajutassero i Comaschi contro chi le infestasse.
Frequentissime convenzioni appellano a tal uopo; e prendendo solo Firenze e in breve periodo, nel 1201 con Fortebraccio di Greccio ed altri conti Ubaldini del Mugello convenne difenderebbero i Fiorentini e le robe loro con guide e scorte in tutto il distretto e dominio; se riportassero danno, li compenserebbero del proprio[253]; nel 1203 coi Bolognesi di cessar reciprocamente le rappresaglie; nel 1250 franchigia con Pisa, cui rinnovava ogni tratto; nell’81 co’ Genovesi libero transito anche per terra, immunità da gabelle al paese di Fabriano, e che garantissero tutte le merci caricate su loro navi; nell’82 con Lucca, Siena, Pistoja, Prato, Volterra, reciproca francazione da gabelle o dazj, a somiglianza dell’odierna lega doganale; nel 90 libero transito con Ravenna e Faenza; nel 95 con Lucca, Prato, San Geminiano, Colle, sicurezza per dieci anni, essi e loro alleati, da ogni rappresaglia, malatolta, telone, pedaggio. Dacchè Mentone con Roccabruna si separò da Monaco nel 1748, questa cara cittadina non può comunicare con altre se non pel mare o per una via che passa sul territorio di Roccabruna, e quel principe non può uscire dal suo Stato in carrozza senz’attraversare paese nemico; i Mentonesi non vogliono più mantenere quella strada; e i litigi che ne nascono, e le conseguenze che ne verrebbero, possono spiegare l’importanza dei trattati de’ Comuni del medioevo per le comunicazioni.
Pure il viaggiare fu sempre disagiato non solo, ma pericoloso. Dante funesta celebrità diede a Rinieri da Corneto, che faceva guerra alle strade. L’abate Pietro di Cluny venendo a visitare Eugenio III, fu svaligiato dal marchese Obizzo Malaspina, se non che i Piacentini costrinsero questo alla restituzione. Giovanni d’Andrea, celebre canonista, mandato ambasciadore dal cardinale Bertrando del Poggetto al Papa nel 1328, presso Pavia fu assalito e spogliato de’ libri e della roba; e grossa somma ebbe a dare pel proprio riscatto. Il Petrarca, la prima volta che fu a Roma, dovette rifuggire nel castello dei Caprànica, sinchè il vescovo di Lombez nel venne a convogliare con cento cavalieri; partendone dopo coronato, diede nei malandrini, sicchè tornò indietro, e il popolo pensò a farlo scortare; ma altri lo assalsero all’uscire di Parma. Giovanni Barile, mandato da re Roberto di Napoli ad assistere a quella coronazione, fu svaligiato per viaggio, e dovette dar volta.
Le maggiori apprensioni popolari, e in conseguenza i più estesi provvedimenti sogliono dirigersi sull’annona; e se la scienza non arrivò neppur adesso a persuadere che l’unico preservativo o il palliativo migliore alle carestie è il lasciarla libera, si perdoni a un tempo dove governava direttamente il popolo, soggetto a tutte le paure, e che cogli infiniti impacci sovente produceva il male cui volea farsi incontro. L’obbligo d’introdurre il ricolto nella città era una cautela contro i signori castellani, che avrebbero potuto affamarla. Ma spesso il proprietario dovea sagrificare le proprie convenienze alle paure dei nulla aventi; l’autorità tassava i prezzi de’ comestibili e degli altri oggetti di prima necessità, stabiliva magazzini, fissava le ore e i modi del mercatarli. Così era delle vivande azotate; niuno comprasse di là d’una data quantità di pesce, chè non ne rimanessero privi gli altri; comparendo sul mercato qualche selvaggina grossa, fosse fatta a pezzi, acciocchè potessero fruirne anche i men denarosi. I rigori cresceano all’apprensione di carestia: mettevasi fin pena la vita all’asportar grani; chi ne possedesse dovea notificarli, e venderli al prezzo decretato. In Toscana tutto il grano era compro dal Comune, che facea canova e lo dava per bullettini.
D’altri inciampi era causa la nimicizia fra i Comuni; e Lodi vietò di portar biade a Milano, nè di tirarne vino, pena la testa. Altri venivano da’ signori che voleano aggravezzare il transito delle merci fin da una all’altra delle terre di loro dominio. E poichè alcuni principi, come il re di Sicilia, riceveano gran parte del tributo in derrate, restavano principali negozianti del loro paese, e ne facevano monopolio. Federico II esigeva un conto esatto de’ cereali, de’ foraggi e del vino che entrassero ne’ suoi magazzini; e dopo provvigionatone i suoi palazzi e le fortezze, il resto si vendeva, principalmente a mercadanti romani, o anche asportavasi direttamente per conto del re, il quale, ove l’opportunità arridesse, ne spediva in Ispagna, in Barberia su navi proprie o di Veneziani o Genovesi. Nel 1239 incaricava il grand’ammiraglio di condurre a Tunisi, dove forse il ricolto era fallito, cinquantamila salme di frumento, parte avuto dagli intendenti regj, parte procurato al miglior costo; al qual fine se ne proibiva ogni altra asportazione; e in Africa fu venduta la salma ventiquattro tarì, locchè produsse quarantamila oncie d’oro, o due milioni e mezzo di lire[254].
Questo andar e venire dei grani e delle altre derrate produceva gran movimento mercantile; e i Veneziani specialmente cavavano dalla Barberia, dalla Sicilia, dall’Egitto granaglie da provvigionare anche altri paesi; dalla Barberia stessa e dal mar Nero, il sale, del cui monopolio erano gelosissimi. Per quante volte i Padovani tentassero mettere saline sul loro territorio, sempre i Veneziani gl’impedirono; e sotto alla statua del doge Gradenigo, fra altri vanti, è scritto: A faciendo sale Paduanos marte coegi.