Fra le spezie, il pepe era indispensabile, quanto da due secoli in qua lo zuccaro; cittaduole ne tenevano magazzini; in alcune il dazio impostovi suppliva ad ogni altro; i signori di Basilea nel 1299 al diritto di vender pane condizionavano la retribuzione di una libbra di pepe l’anno. La cannella, il garofano, la curcuma o zafferano d’India, pianta tintoria che prosperava anche nelle valli cretacee dell’Ombrone; il zenzevero, il cubebe, l’anesi, le foglie di lauro, il cardamomo, la noce moscada erano grato solletico ai sensi, oltre gli spighi di lavanda côlti in Italia. Aggiungete la paglia della Mecca (andropogon schœnanthus), la scamonea, il gàlbano, il laserpizio, la sarmentaria, l’aloe, la mirra, la canfora del Giappone, lo zafferano[255], il rabarbaro della Siberia meridionale, la sena, la cassia, il badeguar, la galla del biancospino, il cisto di Creta da cui cavasi il làdano, l’olio di sesamo, la gomma d’astragalo, la gomma gutta, la gomma arabica, la sandracca d’Africa, il sangue di drago delle Canarie. I frutti d’Italia, di Spagna, di Grecia, l’olio, il riso[256] erano spacciati dagli speziali, come chiamavansi i venditori delle merci suddette: il caffè non era conosciuto; poco lo zuccaro. Ai riti della Chiesa occorrevano pure cera ed ambra; e a Venezia lavoravasi quella, di questa si faceano crocifissi e paternostri, traendola dal Baltico.

Le ricerche sul prezzo dei generi di prima necessità e della mano d’opera provano che non differiva molto dall’odierno, giacchè un operajo ordinario fu e sarà sempre pagato quel tanto che si richiede al suo vivere. Il prezzo delle altre materie troppo è difficile a determinarsi in tanta varietà delle monete e incertezza dei patti secondarj. Troverete della legna, ma non sapete se fu tagliata dai boschi stessi del compratore; del vino, ma intendevasi condotto e daziato? e in anno d’abbondanza, o di scarsezza? un mobile, ma forse era un capo d’arte o di preziosa materia; un libro, ma forse traea valore dalla legatura e dalle miniature[257].

Le ricchezze minerali non si neglessero. Le vene del Bergamasco e delle valli Camonica e Trompia fin da antichissimo diedero molto ferro, al quale eccellente tempra sapea darsi nel Comasco. Armi si fabbricavano a Gardone, Lumezzane, Brescia; e Giovanni da Uzzano ricorda i pregiati acciaj bresciani, e i badili, le lamiere, i fondi di padelle che si tiravano di là. Il ricco minerale dell’Elba, di Pietrasanta, d’altre parti della Toscana trasportavasi greggio o lavorato anche in Levante. Venezia trasse partito dal ferro e dal rame del Friuli, della Carintia, del Cadore; e pare lungo tempo le fabbriche sue conservassero il secreto d’agevolare col borace la fusione. Rame s’avea pure da Massa marittima, e in val Tiberina e in val di Cécina, dove anche solfato di ferro.

Argento si cavava a Perosa e nella valle di Lanzo in Piemonte, nelle valli Seriana, Brembilla, di Scalve e in altre del Bergamasco. Le argentiere di Montieri, mestissimo villaggio in Val di Merse, sono donate nell’896 da Adalberto marchese di Toscana ad Alboino vescovo di Volterra, confermate più volte, e segnatamente da Enrico IV, nel 1186, purchè episcopus et sui successores nobis nostrisque successoribus, pro ipsis argenti fodinis, triginta marcas argenti examinati ad pondus cameræ nostræ persolvant. Federico II, in rotta col vescovo di Volterra, affittava argentariam nostram Monterii a Bentivegna Davanzati fiorentino. Il diploma di Carlo IV del 1355 dice che jamdiu defuerint, et quasi steriles sint effectæ; e la cava d’oro e d’argento attivata nel Pistojese nel secolo xiii pare un sogno dei cronisti. Bensì attorno al Mille già si hanno memorie d’argentiere presso Massa marittima e nell’alpe Apuana di Pietrasanta, con profondi cunicoli, scavati probabilmente da una consorteria di Lombardi che signoreggiava la Versilia. Oro traevasi dalle arene del Ticino, dell’Adda, d’altri fiumi; e al 1º novembre del 1000 Ottone III concede al vescovo di Vercelli totum aurum, quod invenitur et elaboratur infra vercellensem episcopatum et comitatum Sanctæ Agatæ[258].

Dalle moje di Volterra si avea sale, ma era ignota la produzione dell’acido borico, oggi ricchezza di quei lagoni: ben se ne cavava solfo; e un Genovese vi trovò l’allume, emancipandosi così dal trarne da Tunisi, dalla Germania, da Focea, paesi occupati dai Turchi, assai prima che si adoperassero le allumiere del Napoletano e della Tolfa nella maremma romana. Lipari, donde in antico s’avea tutto l’allume, per testimonio di Diodoro Siculo, talchè il prezzo rimaneva ad arbitrio degli abitanti, da gran tempo cessò di somministrarne.

Anche sotto al feudalismo le arti si erano conservate al modo antico, disposte in corpi o scuole o maestranze sotto proprj capi; organizzazione dell’industria conforme a tempi, dove, non ancora riconosciuta l’eguaglianza degli individui, venivano emancipati in masse, e non intendendosi il lavoro libero, si facea che l’operajo travagliasse pel maestro, come il villano pel signore[259]. Tutto vi era regolato con una minuzia puerile: il filatore non poteva accoppiare fil di canapa a quello di lino; il coltellinajo non fare manichi a cucchiaj; non i ciotolaj e orciolari tornire un cucchiajo di legno; non fondere sego di bue con quel di montone, non cera nuova con vecchia; determinati gl’ingredienti delle tinture e de’ varj composti. Dovettero nascerne impacci, conflitto, tirannie; i principi se ne fecero una fiscalità; il monopolio si saldò a favore di pochi; ammende e multe per ogni minima violazione, e giudici erano gli emuli, interessati a cogliere in colpa.

Pure in que’ primordj i sindachi, i consigli, i probiviri, le frequenti adunanze, le camere di disciplina, ove «mercantilmente si procede, e i piati si scrivono vulgarmente senza giudici o procuratori o notari, più di buona equità che di stretta ragione procedendo»[260], riuscivano d’ammaestramento al vulgo, come le falde sorreggono i bambini: compagni, fattori, discepoli, maestri formavano una gerarchia di opportuna dipendenza: gli artigiani riuniti nei medesimi quartieri, si vigilavano a vicenda ed emulavansi, così togliendo o rimovendo le frodi, facili in popolo inavvezzo all’industria; si soccorreano ne’ bisogni; il garzonato dava una garanzia di futura abilità; nella suddivisione dei lavori dovea ciascuno raffinare il suo speciale; lo spirito di corpo dava aria di gravità, e fece conoscere e ponderare diritti; gli stendardi de’ santi patroni furono stendardi d’indipendenza, e protessero l’individuo dalle vessazioni, talchè divennero potenze sociali le classi laboriose, e formaronsi, vorrei dire, dei feudatarj borghesi e nulla possidenti[261].

Nè però si creda non ne fossero conosciuti gl’inconvenienti; e al 1287 il Comune di Ferrara aboliva tutti i collegi d’arte, di qual si fossero maniera e nome, talchè nessuno potesse fare adunanze o collette. Eccettua il collegio de’ giudici, le confraternite devote, le università delle contrade e ville, i fabbri, a cui si concede di avere un commesso che compri il carbone e lo distribuisca ai singoli; quelli poi che avessero beni comuni, possano deputare chi gli amministri. Ai banditori pure sia lecito unirsi una o due volte l’anno per eleggere due che li presiedano onde disporli e mandarli per utile del Comune. I beccaj esercitino lor arte ne’ luoghi e modi stabiliti. Ogni artefice od operajo richiesto per l’arte sua, deve subito andare, sebbene l’opera cui è chiamato fosse da altro incominciata, e non cessare neppur se altro fosse chiamato a lavorare in sua compagnia. Ma non osino fare intelligenze e congiure tacite od espresse sui prezzi o sul lavoro; e viepiù si tengano d’occhio i navalestri, pessima razza, che molte frodi macchina contro l’utile de’ viandanti.

L’arte della lana, allora principalissima, dovette l’incremento agli Umiliati, ordine istituito a Milano, al quale si fa pur merito dell’invenzione de’ drappi d’oro e d’argento per chiese. A Firenze, dove fondò Santa Caterina d’Ognissanti, era tenuto esente da ogni dazio, e proibizione d’insudiciar le acque che andavano alle sue gualchiere[262]. E là principalmente prosperò quell’arte, e nel 1338 vi si finivano ogn’anno ottantamila pezze di panno, del valore di un milione e ducentomila zecchini[263], tirando le migliori lane d’Inghilterra, Spagna, Francia, Portogallo, Barberia. L’arte di Calimala traeva a buon conto panni grossolani di Fiandra, Picardia, Linguadoca, e vi dava assetto e finimento tale da doppiarne il prezzo. In venti magazzini entravano diecimila pezze l’anno, del costo di più che trecentomila fiorini: ciascuna si taccava con un bollettino, ove notare la spesa di primo costo, del denajo di Dio, del recarlo a casa, del tingerlo e ritingerlo, del cardarlo, cimarlo, spianarlo, piegarlo, della bandinella, della maletolta, del teloneo, dell’uscita alle porte, del legaggio, caricaggio, ostellaggio, e d’ogni altra spesa. Le due fiere di san Simone e san Martino traevano a Firenze i più denarosi mercanti di tutta Italia, sicchè vi correano quindici a sedici milioni di fiorini.

In Siena, la gabella di quattro lire ogni pezza del panno asportato, la più parte verso Levante, fu appaltata seicento zecchini. Gareggiavano colle francesi e colle fiamminghe le fabbriche di Venezia e sua terraferma, di Pisa, del Bolognese, del Ferrarese, animate dalla proibizione dei drappi forestieri. In Verona al 1300 s’impannavano l’anno ventimila pezze, oltre calze e berrette; e la Signoria veneta ne comprava colà di sopraffini, da presentarne al gransignore (Zagata). A Mantova le folle della lana erano privilegio del Comune, distruggendosi quelle che alcun privato mettesse; e lo statuto prescrivea la qualità, e il numero de’ fili, la dimensione del panno, il modo e la forma de’ telaj: non poteano lavorarne se non gli ascritti all’arte, i quali prestavano giuramento avanti al podestà: ogni pezza finita presentavasi al magistrato, che collaudata la bollava, o trovandola disforme dalle prescrizioni, la buttava al fuoco, multando il lanajuolo. Ricchi e monaci vi si dedicavano; nel 1500 vi si contavano quarantaquattro fabbriche; e quando il re di Danimarca visitò i Gonzaga, se ne posero in mostra cinquemila pezze: bellissimo parato per una città!