Milano e il suo territorio spediva alla sola Venezia per trecentomila ducati l’anno in panni, e per centomila in canovaccio, cambiandoli con cotone in fiocco e filato, lane francesi e catalane, tessuti d’oro e di seta, pepe, cannella, zenzero, zuccaro, verzino e altre materie coloranti, saponi e schiavi per due milioni. Giovanni da Uzzano, che nel 1440 compilò quanto era necessario sapersi da un mercante intorno ai paesi, alle mercanzie, al cambio, al denaro, alle dogane, e descrisse di porto in porto il viaggio che si faceva lungo le coste del Mediterraneo, poi all’Jonio e al mar Maggiore, scriveva che «a Milano càpitano quasi tutte le robe di Lombardia per mettere in Genova: si trae da Milano mercerie infinite d’ogni ragione, armadure di maglia e di piastre e d’ogni ragione, acciaj, ferri lavorati, fustani, tele e panni assai fini; di Como panni assai e fini; di Monza panni grossi e fini; e mettonsi a Venezia per navigare in Levante; di Verona e Mantova panni; di Padova zafferano e lino; d’Alessandria lino, tele di guado assai, e molto guado; di Monferrato zafferano, canovaccio, canape; di Brescia acciaj, ferro, lino, zafferano, carte»[264].
Più tardo sorse l’artifizio della seta. Questa nel Codice rodio era agguagliata in prezzo all’oro, e al tempo di Procopio quella di colori ordinarj valea sei monete d’oro l’oncia, e il quadruplo la purpurea: traevasi dai Seri, popolo dolce ma rozzo nel Tibet, o piuttosto dall’Indo-Cina, come oggi par dimostrato. Due missionarj, colà portati da zelo religioso, vi conobbero l’industrioso insetto, e come produca quel filo prezioso; e recatene alcune uova in Europa, riuscirono a educarli. Il Peloponneso, tosto piantato a gelsi, da questi dedusse l’appellazione di Morea; e fabbriche istituite per l’impero orientale scemarono se non tolsero il bisogno di ricorrere agli stranieri. I Veneziani, assoggettata l’isola d’Arbo sulle coste di Dalmazia nel 1018, le imposero di contribuire ogni anno alquante libbre di seta; se no, altrettanto peso d’oro puro. Alla presa di Costantinopoli estesero le seterie, assicurandosene il monopolio mediante trattati coi principi dell’Acaja.
In principio non conosceasi che il gelso nero, e il Crescenzio (cap. 14) si lamentava che le donne ne cogliessero le somme foglie per nutrire certi bachi, il che impedisce ai frutti di maturare: forse solo nel XIII secolo si portò il gelso bianco. I privati tardavano a intenderne il vantaggio, talchè si dovea per legge ordinarne la coltura: lo statuto di Modena del 1327 impone, chiunque abbia orto chiuso vi pianti per pubblico vantaggio tre gelsi, tre fichi, tre melogranati, tre mandorli; quel di Pescia del 1340 obbligava a coltivarne; e un secolo dopo, per Toscana era imposto ad ogni contadino di piantarne cinque ogni anno[265]; poi si proibì d’asportarne la foglia, e nel 1423 si concedea franchigia a chi ne importasse. Pretendono che Lodovico Sforza gl’introducesse nel suo parco di Vigevano, donde si diffusero per Lombardia, di che a lui venne il cognome di Moro. Una grida di Milano del 1470 impone si piantino almeno cinque gelsi ogni cento pertiche; un’altra, di notificare quanti ne esistevano, e la foglia loro si cedesse al maestro da seta a prezzo equo, chi non volesse da sè nutrirne i bachi[266]. Ma già nel 1507 il Murlato, in una cronaca comasca manoscritta, nota che le campagne attorno a Milano e a Como davano immagine d’una foresta di gelsi.
Vorrebbero che Ruggero di Sicilia dalla sua spedizione in Grecia portasse telaj ed operaj di seta; ma noi vedemmo come anteriormente ne tessessero i Saracini. Soggiungono che quell’arte fiorisse in Lucca, e che quando Castruccio la prese, novecento famiglie di tessitori si diffondessero per la restante Italia, trentuna delle quali nella sola Venezia: pure fin dal 1225 l’arte della seta a Firenze formava corporazione distinta, noverata fra le maggiori, e coll’insegna d’una porta rossa in campo bianco; e nel 1248 i Veneziani proibirono il commerciar di seta agli esattori delle tasse imposte ai fabbricatori di essa. Frà Buonvicino da Riva in quel giro di tempo scrive che a Milano si facevano panni de lana nobili et de sirico, bombace, lino: vero è che traevasi da di fuori. Borghesano da Bologna inventò i torcitoj nel 1272, tenuti in gelosissimo segreto, finchè, entrando il secolo xiv, gl’insegnò ai Modenesi un tal Ugolino, che per questo fu in patria appiccato in effigie[267].
Il setificio si estese a Pisa, Genova, Padova, Como, Verona, Vicenza, Bassano, Bergamo, Ferrara, Bologna e nella Lombardia, a segno che la seta indigena non bastando alle fabbriche, era d’uopo cercarne nella Marca, nella Calabria, nelle isole greche. Non si tardò a lavorare stoffe e broccati, intessendovi l’oro e l’argento, e ad applicarvi fregi metallici col ricamo e coll’impressione; e nell’industria de’ broccati gareggiarono Venezia, Genova, Lucca, superate da Firenze.
Marino da Cataponte veneziano nel 1456 riceveva dal re di Napoli mille scudi a prestito perchè in quel regno attivasse fabbriche di drappi di seta e oro; immune d’ogni gabella la seta, l’oro filato, la grana e tutto che servisse a tale lavorìo; gli operaj venissero trattati come napoletani; nelle loro cause civili e criminali non fossero riconosciuti da altro tribunale che dai loro consoli, i quali in numero di tre venivano eletti ogni anno da tutti quelli iscritti sulla matricola dell’arte, e ogni sabato doveano tener ragione. Altri diritti furono concessi e sussidj a Francesco di Nerone e Girolamo di Goriante fiorentini, a Pietro de’ Conversi genovese: anzi in appresso fu eretto in Napoli un distinto tribunale della nobil arte della seta, da’ cui decreti non davasi appello che al supremo consiglio, dove il giudice facea la relazione stando in piedi a capo scoperto[268]. Diritti quasi eguali v’ebbe l’arte della lana. Altri tessitori genovesi e fiorentini, invitati da Carlo VIII, poneano a Tours le prime manifatture di seta in Francia.
Quest’arte essendo molto scaduta in Lucca, ove prima tanto fioriva, si cercò ravvivarla con regolamenti, che la dovettero anzi intristire. Lo statuto del 1482 prescrive che nessuno possa tesser drappi di seta se non sia arrolato nella scuola: per esservi scritto come capo maestro vuolsi abbia lavorato quattro anni chi è nato in l’arte, e cinque chi fuori. Chi lavora di tesser seta, non possa esercitare altr’arte ove di quella si maneggi. Chi comincia a tessere una pezza, deva farla marchiare, notandone il colore e la lunghezza. Non si tengano in casa più telaj dei descritti. Per farsi immatricolare si paga un ducato d’oro. La donna che si mariti fuor dell’arte, non possa insegnarla ad altri. Non si piglino garzoni forestieri. I mercanti giurino di non tingere zendadi con robbia nè sangue di becco, e i panni scarlatti colorire con grana[269]. Potremmo in ciascun paese riscontrare questi medesimi errori economici.
La tintoria era un accessorio quasi indispensabile per tutte queste fabbricazioni. Da gran tempo l’allume era il mordente più consueto: avevamo appreso dalla Francia e perfezionato l’uso del chermes e della robbia: fu consacrato dalla pubblica riconoscenza il nome del Fiorentino che nel secolo xiv introdusse dal Levante in patria il tingere a oricello, cioè in violetto coll’uliva[270], derivandone il cognome degli Oricellaj, alterato poi in Rucellaj. A Bologna prosperavano le tintorie di seta e di panno in grana e scarlatto; ed essendo nel 1220 per servizio di esse tirata in città l’acqua del Savena, fu conosciuta tanto opportuna, che i tintori fecero solenne festa con processione e fuochi per tre giorni (Ghirardacci).
Venezia, Genova e la Lombardia fabbricavano eziandio tele di cotone, ma non da reggere il confronto di quelle di Mussul, mentre quelle di lino e di canape, tessute principalmente in Lombardia, Padova, Bologna e nel Piemonte, oltre soddisfare al consumo ogni dì crescente, servivano anche a baratti coll’Asia. A pari colla seta erano prezzate le pelliccie, distintivo de’ cavalieri e di alcune dignità civili ed ecclesiastiche: di grossolane arrivavano da Svezia e Norvegia; da Russia le preziose, massime dopo scoperta la Livonia; preparavansi a Venezia, Bologna, Firenze, e in quantità erano spedite al Levante.
Il nome di Firenze richiama i cappelli di paglia intrecciata, arte ben antica se in casa Ricci ancor si conserva quello che fu di santa Caterina de’ Ricci. A Brozzi dapprima, poi si estese alla Lastra, a San Piero, a Ponte, a San Donnino, e se ne mandava per tutto il mondo[271].