Le armi davano lavoro a molti opifizj, dovendo ogni feudatario fornirne i suoi uomini, ogni libero se stesso, ogni armatore il proprio legno. Corazzaj e spadaj formavano una delle arti in Firenze; in Milano dura il nome alle contrade degli Spadaj e Speronaj: e le armi della lupa quivi fabbricate erano cerche persino fuori di cristianità.

L’arte del vetro, della quale fino dal xiii secolo aveva esposto i metodi il patrizio Manni, e che era concentrata in Murano, andò sempre in meglio; e Venezia lavorava come semplici ornamenti conosciuti col nome di conterie, così imitazioni di gemme, vasi comuni e costosi cristalli, vetri di finestre e specchi suntuosi. Una fontana di cristallo in argento fabbricata a Murano, fu comprata tremila e cinquecento zecchini da un duca di Milano. Una legge del 1255 provvide per gelosamente conservare quest’industria al paese; e chi la esercitasse, godeva privilegi tali, che il matrimonio d’un patrizio colla figlia d’un vetrajo non derogava la nobiltà, e la moglie del nobile muranese sedeva pari a quelle della dominante; l’operajo che ne migrasse, era reo di morte.

Vi si lavorava pure attivamente di conciar pelli, e dorare cuoj per le tappezzerie e marocchini. Moltissimi orefici con eleganza pari all’abilità legavano gemme e facevano d’ogni maniera ornamenti fin dal secolo XII, gareggiando con Genova, Bologna, Parma, Cremona, Mantova, Perugia, Milano che n’era mercato ed emporio per l’Italia media. Fin dal 1123 appare indizio della catenella, che ogni Veneziana poi volle avere a più giri attorno al collo e ai polsi. I camini in forma di campana, i terrazzi di pietruzze e calcistruzzo battuti v’erano comodità antiche, e da Venezia si propagarono al resto d’Italia.

Disputarono agli Orientali la fabbrica de’ camelotti e delle rascie; la canapa convertivano in cordami, il filo in trine, migliaja di povere addestrandosi al rinomato punto in aria. Il borace, che traevano dall’Egitto e dalla Cina, soli i Veneziani sapeano preparare, come il cremor di tartaro, la biacca, la lacca, il cinabro, il sublimato, probabilmente imparati dagli Arabi. Molto si lavorava di cera, la cui imbiancatura non v’era pregiudicata dalla polvere; di zuccari prima della scoperta d’America, di liquori, di sapone. A Perasco faceansi le corde armoniche, nel Vicentino i panni, a Salò il refe. La zecca, oltre la moneta nazionale, ne lavorava pei paesi con cui trafficavano, ed anche coll’impronta dei re barbari. Le cartiere del Friuli e di Brescia diedero un altro capo di asportazione ai Veneziani, che presto la nuova arte de’ libri stampati aggiunsero alle antiche: una nave catalana nel 1380 aveva caricato a Genova per la Fiandra ventidue balle paperi scrivabilis[272].

Le varie arti v’erano unite in fraglie, regolate da matricole scritte (mariegole), dove pure si deponevano i secreti dell’arte, e la poteva esercitare solo chi vi fosse registrato o chi avesse educato un trovatello. Aveano particolare magistratura di conciliazione: con tenui contribuzioni si preparavano mutui soccorsi, ed ergevano chiese e scuole, la cui magnificenza desta ancora la meraviglia. Il magistrato dei sensali giudicava in prima istanza la propria corporazione, potendo condannare fino a tre anni di galera; i giudici della seta e la camera del purgo giudicavano de’ setajuoli e lanajuoli.

Di gran mistero avvolgevansi le manifatture, gli olj e sali medicinali; la teriaca, famoso polifarmaco, tenuto qual panacea universale, e di cui fin seicentomila libbre l’anno si asportavano; le tinture, massime lo scarlatto e il chermisi, non doveansi fare che al tempo determinato dalla legge, e con apparato d’incantesimo, e con baje di giganti col cappellone, di uccellacci o d’altro che portassero gl’ingredienti: meschini spedienti ma comuni, che, invece di cercare la superiorità nel migliorare, assonnavano nella fiducia della proibita concorrenza.

Il fiorentino Dei, che vergò violenti diatribe contro i Veneziani, e si vantava d’aver fatto gran male ad essi in tutti i paesi, e massimamente aizzando i Turchi a loro danno, li rimprovera perchè sui mercati, dove i Fiorentini comparivano con broccati e drappi di gran valuta, essi non portassero che aghi, seta da cucire e far frange, sonagli, arme, vetrame e bazzecole. Prova che i Veneziani eransi accorti come i piccoli guadagni moltiplicati equivalgono ai grossi, e quanto giovi lo speculare sovra oggetti minuti ma di gran consumo.

Con tutti quei regolamenti e con infinite minuzie e precauzioni, consonanti all’economia politica d’allora, il Governo voleva attirare ai Veneziani tutti i vantaggi del commercio europeo, nutrire l’industria per mezzo dell’industria, assicurare alle fabbriche del paese un’occupazione costante, non lasciando mai venir meno le materie prime. Siffatto sistema a lungo andare poteva cessar di produrre i vantaggi che si speravano nello stabilirlo; ma l’incertezza del futuro e la poca probabilità di cambiamenti possono giustificare la condotta del senato, mentre il paese vi va debitore di grandi lucri e ricchezze. Del resto noi, tuttora impigliati fra tante pastoje, potremmo apporre a que’ vecchi se non aveano ancora imparato che in ogni materia, ma più nel commercio, il meglio che possa farsi è il non governar troppo? Essi invece per favorire il commercio moltiplicarono leggi, alcune delle quali non poteano che pregiudicargli, come avviene delle vincolanti. Conviene però confessare che conoscevano il principale scopo del commercio, qual è di conguagliare la ricerca coll’offerta, la produzione col consumo, nè mai c’incontra di vedere quegl’ingombri di manifatture non ismaltite, che sono il disastro dell’odierna industria, comunque giganteggiata pel sussidio delle scienze, delle belle arti, dello spirito d’associazione, della suddivisione de’ lavori.

Procuravasi la buona fede coll’infamare chi fallisse al debito: e a Milano, a Firenze, altrove doveva acculacciare una pietra: la pietra del vitupero stava nella sala della Ragione a Padova; a Monza, chi rassegnava i beni dovea presentarsi alla pubblica assemblea, e scalzo, nudo, in sole brache ascendere sopra la pietra, e starvi dal principio al fine dell’adunanza; a Lucca, siccome nell’antica Roma, l’oberato portava un berretto giallo, e se un creditore l’incontrasse senza questo, avea diritto di farlo arrestare. Con un rigore, di cui l’Inghilterra pur offre esempio, nel 1398 i Fiorentini stanziarono che i falliti potessero forzarsi a far da boja, quando altro non ce ne fosse[273].

Nel 1253 i Cremonesi stipularono coi Genovesi che, se qualche Genovese abbia fatto credito a un Cremonese nel distretto di Genova, il creditore deva richiedere per mezzo del Comune di Genova il Comune di Cremona, il quale sarà obbligato ottenergliene la soddisfazione. Se il debitore confessi il debito e nol paghi subito, venga arrestato e consegnato al creditore esso e i figli, per essere sostenuto nel carcere de’ malfattori, o condotto fuori del distretto di Cremona cinque miglia, dove il creditore vorrà. Se il debitore fuggisse di carcere, il Comune di Cremona pagherà. Se pagasse il debito, non si rilascerà finchè non dia una sicurezza di stare al giudizio. Del debitore confesso poi si avrà soddisfazione prima col mobile poi coll’immobile, a stima di arbitri giurati, in modo che il Comune lo riceva e paghi secondo tale stima. Se poi non abbia nè mobile nè immobile, sarà consegnato co’ suoi figli maschi al creditore e condotto come sopra. Se fuggissero, siano dichiarati forestieri (forestetur) al Comune di Cremona; e se mai vi tornino, tengansi obbligati a soddisfare al creditore[274].