Il pregiudizio contro gli Ebrei impedì acquistassero proprietà sode; onde si gettarono sulle arti e sul commercio, e non legati da restrizioni clericali, e nell’obbrobrio loro poco adombrandosi di nuova infamia, davano a prestito. Quei che doveano accattar denari da loro, gli accusavano di esorbitanti usure; i rovinati, gl’infingardi riversavano sopra di loro ogni colpa, pretesto a fraudarli del dovuto: e così odiati e necessarj, menavano quella esistenza eccezionale, che è una singolarità in mezzo alle singolarità del medioevo. Ma quel continuo cacciarli per continuo restituirli attesta la cresciuta importanza delle ricchezze commerciali, per cui l’opifizio ormai equivaleva al castello. Che se in Francia e in Inghilterra gli Ebrei erano esposti alle brutalità della plebe, alle persecuzioni de’ preti, all’insaziabiltà dei re, che li chiamavano per ottenerne denari a prestito, poi li sbandivano per farsi pagare la tolleranza, da noi poteano trafficare, se non senza odio, almeno senza pericolo; e se per l’opinione dello scannar figliuoli alla pasqua, la quale vedemmo ridesta perfino ai giorni nostri, erano avversati non meno dalla fanatica Napoli che dalla colta Firenze, spesso gli statuti li riconoscevano, se non altro, per moderarli. Venezia nel 1400 a due Ebrei concesse di fondare una banca di prestito; e quando s’impadronì di Ravenna, prese obbligo di spedirvi banchieri ebrei; i quali aveano case a Roma, a Firenze, a Pavia, a Parma, a Mantova, anzi in tutte le principali città.
A Roma l’università degli Ebrei doveva pagare 1130 fiorini d’oro (come da istromento inserito nella bolla di Bonifazio IX del 1399) che servissero alle feste carnovalesche di piazza Navona e a Testacio. Inoltre, al principio del carnovale, alcuni loro deputati doveano presentarsi ai conservatori di Roma, implorando continuasse a loro la protezione del popolo romano, e offrendo un mazzo di fiori e una cedola di 20 scudi, da spendere in addobbare i palchi della magistratura romana. Il primo conservatore rispondeva, che, se rimanessero quieti e fedeli, non verrebbe lor meno la protezione del popolo e del papa. Eguale omaggio faceano al senatore, che rispondeva in simili sensi.
A Martino V gli Ebrei d’Italia portarono lagnanze pei mali trattamenti che soffrivano; ed egli, inerendo all’operato da’ suoi predecessori, promulgò privilegi, e proibì agl’inquisitori e ad ogni altra persona laica od ecclesiastica di predicar contro di loro e inviperire la plebe, nè recare ad essi molestie, salvo se fossero fautori dell’eresia, non obbligarli ai divini uffizj, non battezzarne alcuno prima dei dodici anni. Nondimeno alcuni predicatori, massime de’ Mendicanti, persuadevano i Cristiani ad evitare ogni contatto cogli Ebrei, non cuocer loro il pane, non prestar fuoco o servizj, non riceverne prestanze, minacciandoli di ecclesiastiche censure; a tacer quelli che, eccitati da ciò, ne sturbavano i possessi, li battevano, ingiuriavano, uccidevano; col che «li rendeano più ostinati nella loro perfidia, mentre colla carità potrebbero cattivarli». Laonde Pio II, nella bolla 27 luglio 1459, toglie in protezione gli Ebrei; abbiano sinagoghe e sepolture senza impaccio; nè vogliasi costringerli a vivere a modo nostro, o lavorare il sabato; nè siano esclusi dal conversare coi nostri, nè dal comprare o appigionar case e beni da Cristiani, e far contratti, mercatare, tenere scuole delle scienze giudaiche[282].
Cogli Ebrei presto vennero a concorrenza Lombardi, Astigiani, Toscani, Caorsini, aprendo banche in ogni canto d’Europa, e accomodando di denaro non solo i privati, ma anche il pubblico, e massime in Inghilterra, cautelandosi sopra i dazj. Gli statuti di Susa fin dal xii secolo parlano di casane stabilite in varie città d’Italia, cioè banchi di prestanza e di cambio. Nel 1277 Filippo III re di Francia catturò tutti i prestatori italiani sotto imputazione d’usuraj, ma in fatto per ismungerli; e si lasciò calmare solo da sessantamila libbre di parisj, che varrebbero oggi ventiquattro milioni[283]; poi nel 94 stipulava col capitano e col corpo de’ cambisti italiani, che gli dovessero un tanto per gli affari di cambio. Metz ne avea fin dal 1260, e nel 1370 restaurò le sue mura colla taglia percetta su questi Lombardi; nel 1404 appaltava per dodici anni la sua banca a Giovanni Frassinale di Vercelli per duemila e quattrocentotto fiorini di Firenze.
Al pari degli Ebrei erano favoriti e odiati i Lombardi; tassate al doppio delle altre le lettere lombarde, con cui la cancelleria francese gli autorizzava al commercio; relegati in quartieri distinti e chiusi, simili ai ghetti; e a volta a volta spogliati violentemente od espulsi. Un’ordinanza del 6 gennajo 1477 invitava gli abitanti di Amsterdam a ritirare i loro pegni dai Lombardi avanti il martedì grasso, assolvendoli dagli interessi.
I Fiorentini principalmente applicarono a quest’industria; e Frescobaldi, Bardi e Peruzzi, Capponi, Acciajuoli, Corsini, Ammannati erano le più famose banche cantanti in Inghilterra e ne’ Paesi Bassi. La casa dei figli di Caroccio degli Alberti dal 1348 al 57 aveva filiali ad Avignone, Bruges, Napoli, Barletta, Venezia e altrove, le quali pagavano o riscotevano le somme da rimettersi in Avignone alla corte pontifizia o ad altre piazze di Francia, Fiandra, Germania, Italia: contemporaneamente negoziava in grosso di panni, che da Brusselles, Gand e altre terre di Fiandra, Francia, Inghilterra, per la lor casa di Bruges erano spediti al fondaco di panni in Firenze, per la via di Parigi, Marsiglia, Nizza, Pisa[284].
Destri com’erano, qual meraviglia se i nostri venivano adoprati per consiglieri e ministri di finanza da principi? tanto più che non poteano questi assumere veruna impresa se dal banchiere non ne avessero assicurati i mezzi. Molti siniscalcati della Francia meridionale erano appaltati a compagnie di Lombardi, che si assumevano queste imprese finanziarie[285]: a Lione case fiorentine, lucchesi, genovesi faceano in grande il commercio d’asportazione e importazione de’ tessuti di lana e seta[286], e vi serba nome la via de’ Guadagni ove questi teneano banca: ne’ libri mastri di Genova, di Pisa, di Messina, in mancanza di altri documenti, vengono a cercar prove di nobiltà le famiglie francesi che ambiscono di poter inserire la croce nel loro stemma.
Quelle banche riceveano in deposito capitali di signori e principi. I figli d’Obizzo d’Este nel 1293 fecero intimare alle compagnie de’ Baccherelli, della Cella, dei Cerchi Bianchi e Neri, de’ Frescobaldi, de’ Nerli, de’ Bardi, degli Acciajuoli, ed altre di Firenze, nulla rendessero al marchese Aldobrandino di quel che il loro padre aveva ad essi affidato[287]. Giovanni Bodino disapprovava una banca a Lione, su cui metteano fondi non solo principi cristiani ma fino i bascià, e che a Francesco I fece patti onerosissimi, e ad Enrico II prestò a nome de’ Capponi e degli Albizzi, al dieci e dodici e fin sedici per cento. Borromeo de’ Borromei, di quel Samminiato donde uscirono fra poco i Buonaparte e gli Sforza, nel 1379 accomodava di ottantamila fiorini d’oro Gian Galeazzo Visconti. Nel 1321 i Peruzzi doveano avere cennovantunmila fiorini d’oro, e centrentatremila i Bardi dai cavalieri di San Giovanni. Fu considerato come pubblico disastro quando gli Scali nel 1339 fallirono di quattrocentomila fiorini; e i Peruzzi e Bardi di mille trecento settantatremila, che equivarrebbero a quaranta milioni di lira d’oggi.
Agli Ebrei attribuisce Giovan Villani le lettere di cambio, i quali, sbanditi di Francia sotto Dagoberto I nel 630, Filippo Augusto nel 1181, e Filippo il Lungo nel 1316, si ritirarono in Lombardia, e per trarre il denaro lasciato colà, a mercanti e viaggiatori davano lettere concise. Qual conto fare di un’indicazione di tempo così indeterminato? e quanto poco è probabile, allorchè il bando vietava ogni comunicazione ed assistenza agli Ebrei espulsi. Sa più ragionevole il lodarne i Guelfi di Firenze, che sbanditi dai Ghibellini, trassero somme, principalmente in Lione. I Ghibellini, cacciati alla lor volta, ricoverarono ad Amsterdam, ed usarono altrettanto[288].
Alcune cambiali non aveano particolare direzione, il che si praticava specialmente in Levante, e sembra indicarle il Fibonacci sin dal 1202: altre ordinavano di pagare a persona nominata; e il primo esempio sicuro è di papa Innocenzo IV, che nel 1246 trasmetteva venticinquemila marchi d’argento ad Enrico Raspon anticesare, facendoli pagare a Francoforte da una casa di Venezia. Nel 1253 Enrico III d’Inghilterra autorizzò alcuni italiani suoi creditori a rimborsarsi mediante tratte sopra vescovi del suo regno, il valor delle quali ammontava a 150,540 marchi; e il legato pontifizio ebbe cura di farle pagare puntualmente. I negozianti trovarono comodo il pareggiar le partite senza intervenzione dei banchieri per via di tratte; e la più antica che ci resti è d’una casa di Milano, che nel 1326 tirava sopra una di Lucca a cinque mesi dalla data[289]. Baldo giureconsulto adduce due cambiali, una del 1381 sotto nomi supposti, l’altra del 95 di Borromeo de’ Borromei da Milano sopra Alessandro Borromeo.