La maggiore importanza consistette sempre nel commercio di mare. Lo scadimento di Roma crebbe vita a Costantinopoli, la quale stendendo la destra verso l’Arcipelago, la sinistra al Ponto Eusino e alla palude Meotide, coll’Asia Minore in faccia e l’Europa alle spalle, pare destinata centro ai negozj di tutto il nostro emisfero. Le merci d’Oriente vi erano condotte dall’Egitto, o i Bisantini medesimi andavano cercarle nell’India, nella Persia, fors’anche nella Cina. Il primo irrompere degli Arabi divenuti maomettani non potea che rovinare il commercio: ma poi essi medesimi vi si applicarono dovunque estesero la conquista; fondarono Bàssora, che tolse il vanto ad Alessandria; coll’occupare l’Egitto, interclusero ai Bisantini il mar Rosso, obbligandoli a provvedere da loro le ormai indispensabili derrate dell’India, o a questa rivolgersi per una traccia lunghissima, salendo fino a Kiof in Russia.
Le crociate, cominciando a far guardare l’Europa come una sola nazione, unirono gli uomini a concordi imprese, gli avvicinarono ai paesi delle derrate preziose, guadagni e privilegi e occasioni accrebbero alle città marittime, che collo stendardo della croce protessero le speculazioni. Poi le frazioni feudali agglomeravansi in nazioni; e i Comuni sorgevano a quella libertà, che dà coraggio a cercare i miglioramenti; e Amalfitani e Pisani in prima, poi Genovesi e Veneziani si resero i principali, se non gli unici fattori del traffico europeo[299]. Dal settentrione per la Piccola Tartaria vettureggiavano canapa, legname, gòmene, pece, sego, cera, pelli, molti trattati conchiudendo coi Mongoli successori di Gengis-kan e di Oktai, che aveano conquistato la Russia, la Polonia, l’Ungheria e la Moldavia, e da cui compravano il bottino e schiavi. Impediti d’andare nell’India per l’Egitto, vi si spingeano pel mar Maggiore, come chiamavano il Nero, nel quale il Tanai, il Boristene, il Dniester, il Danubio portano le variatissime produzioni di estesissime contrade, mal accessibili per terra. Ivi principale posatojo era la Tana, cioè Azof, all’imboccatura del Don, ove da un lato si aveva la Moscovia, dall’altro l’Armenia, l’Arabia, la Persia, per cui poteasi arrivare al Mogol e alla Cina; e vi teneano cànove Genova, Venezia, Firenze e altre città. I Veneziani per giungere dalla Tana a Catai doveano lasciarsi crescere le barbe, e avere un buon interprete e servigiali che sapessero di tartaro; ordinariamente un mercante portava seco in denari e merci per venticinquemila ducati d’oro; e trecento a trecencinquanta bastavano al viaggio fino a Peking, compresi i salarj degl’inservienti (Pegolotti).
Costantinopoli, oziosa e corrotta capitale d’uno Stato senza industria, considerava il commercio men tosto come elemento di pubblica prosperità, che come rendita fiscale; onde le speculazioni di quell’immenso mercato rimanevano a stranieri. Perciò Veneziani e Genovesi, dapprima tollerati, presto furono trovati utili, infine necessarj; e i deboli imperatori, per mantenersene la vacillante amicizia, non conoscevano altro spediente che rinnovare e spesso estendere i loro privilegi. Ne rampollarono calde rivalità fra Genova e Venezia, che vedemmo combattute nei mari nostri e negli orientali. La conquista di Costantinopoli pei Crociati dava la prevalenza ai Veneziani? i Genovesi favorivano Michele Paleologo a distruggere l’impero latino; ed esso in compenso privilegiò la loro colonia di Galata, che spesso giovò, spesso incusse timore all’impero greco.
Genova, posta quasi nel mezzo della costa che archeggia dalla Sicilia allo stretto Gaditano, avendosi dinanzi il Mediterraneo, da un lato la Provenza e la Francia, dall’altro l’Italia meridionale, a spalle la pingue Lombardia, a fronte Corsica e Sardegna, Spagna ed Africa, con poco ed ingrato terreno, con mare scarso di pesci, mostrasi predisposta al commercio, che di fatto vi è antico quanto lei. Le emulazioni con Pisa, con Venezia, coi Catalani ne svilupparono la marittima abilità ed il caratteristico coraggio: marinaj più intraprendenti de’ suoi dove trovare? molti per proprio conto assumevano spedizioni e conquiste, talora approvati dal Governo, talaltra abbandonati alle forze particolari, secondo portava il pubblico interesse o la fazione dominante. I dossi erano ancora vestiti di pini e d’abeti, e nel 1822 dal solo bosco di Bajardo presso Triora bastò legname per trentotto galee; da quello di mont’Ursale a Pareto per dieci ogni anno (Serra). E preti e nobili negoziavano; molteplici le società, ove i ricchi mettevano denari, i poveri l’opera: se non che l’infellonire delle fazioni tolse a quella repubblica di cogliere tutti i vantaggi che le avrebbero procurato tanta abilità degli ammiragli, tanta intrepidezza delle ciurme, tanto spirito intraprendente, tanti capitali.
L’acquisto più famoso di Genova in Levante fu la Gazarìa. Sulla penisola della Tauride, bagnata dal Ponto Eusino e dalla palude Meotide o mare delle Zabacche, nel giro di ben settecencinquanta miglia, e per l’istmo di Perekop, largo un miglio, unita ai paesi del Boristene e del Bog e alle steppe della Tartaria Nogaja, già per l’opportunità gli antichi Greci aveano piantato colonie, vinte da Mitradate, poi dai Romani. Fu occupata da successive genti barbare, e massime dagli Slavi Cazari, dai quali il nome di Gazarìa. Soggiogata dai Tartari nel 1237, un loro principe la vendette ai Genovesi nel 61, che vi assisero colonie per tutto, e principalmente a Caffa. Questa, situata sul lembo orientale della penisola, a piè de’ monti che fanno cintura alla medesima, già era colonia greca, poi illustre col nome di Teodosia, finchè non cadde in ruine, fu ristorata e munita dai nuovi padroni, i quali con titolo di magazzini fecero case basse, poi le fortificarono senza far mostra, siccome gl’Inglesi a Bengala. Ivi preso buon avvio, le alture vicine roncarono a viti, insegnarono a depurare la soda dalle ceneri dell’atrepice laciniato, ivi abbondantissimo, ed estesero i vantaggi del commercio. Il vecchio Crim, che sedeva sull’opposto pendìo, e dove i Tartari recavano le loro prede, salì per questi vicini in tale aumento, che a tutta la penisola venne il nome di Crimea, e da trecentomila abitanti arrivò ad un milione.
A Caffa i Genovesi trovavansi in casa propria, esenti dai capricciosi dazj de’ Barbari cui erano esposti alla Tana, e a milletrecencinquanta miglia dalla patria aveano un porto nazionale ove deporre le merci e raddobbarsi, mentre desse luogo la stagione malvagia. Coi soliti vantaggi de’ popoli colti fra i Barbari, annodarono relazioni di commercio e di politica, ai cittadini diedero magistrati proprj e statuti e moneta, e piantarono una missione. Il console Donadeo Giusti la fe cingere di mura; nel 1383 Leonardo Montaldo doge vi faceva una seconda cinta; e tanto ingrandì, che i Turchi la denominavano Costantinopoli di Crimea (Krim Stamboul); vent’anni appena dopo fondata, spediva tre galee a soccorrere Tripoli di Soria; nel 1318 vi era insediato un vescovo, con giurisdizione dalla Bulgaria al Volga, dalla Russia al mar Nero.
A mezzodì e a settentrione del seno di Caffa due altri se n’addentrano. Nel primo è Sodagh o Soldaja, con poggi a viti preziose, e terebinto, e pietre da macine. I Genovesi vi fabbricarono una torre di difficilissimo accesso, e attorno a quella le proprie case e mura. Avanzando ancora a meriggio si volta il capo d’Ariete (Kriu-metopon), oggi Ajù; poi piegando a ponente è il Portus Symbolorum, detto Cimbalo dai nostri, ed oggi Balaklava, dove i Genovesi posero colonia, opportuno ricovero alle navi del ponente. Dietro a Cimbalo, tra Lusen e la Lombarda, la Gozia ricordava col nome i Goti, e quivi, dove le strade vengono a incrociarsi, i Genovesi eressero l’inespugnabile Mankup. A settentrione si scende in un piano irrigato dall’Alma, ove i kan della Crimea fabbricarono Bakciserai; e tutt’intorno vi rimangono vestigia di case e villaggi genovesi.
Da Caffa volgendo a settentrione, si trova Cerco alle falde del monte ove stava Panticapea, camera dei re del Bosforo, sporgendosi fra l’Europa e l’Asia; e i Genovesi non trascurarono di fortificarlo, chiudendo quel varco tra il mar Nero e quello delle Zabacche. Di colà si spinsero entro le foci del Danubio, presso Chiliavecchia posero un castello, e profittavano della pesca dello storione; alle foci del Dniester aveano in Ackerman stabilimenti pel sale e la pesca, e per ricevere grani dalla Polonia; sul lido opposto, a Sinope pescavano il palamide, che seccato fa vece di baccalare. Giunsero poi anche a farsi padroni della Tana, in fondo alla palude Meotide[300]; ma nessuno storico accenna il quando e il come di sì importante acquisto. Forse quella città posseduta dai Tartari fu, nelle sconfitte di questi, distrutta da Tamerlano, e i coloni genovesi da Caffa vi accorsero e la rialzarono verso il 1400.
Chi vide testè (1855) tutta Europa combattersi pel possesso di quel mare e per voler aperto il passo dei Dardanelli, comprenderà l’importanza che allora v’annetteano i Genovesi; tanto più che allora ignoravasi la via più diretta alle Indie.
La repubblica genovese, fiaccata dal continuo traspeggio, cedette la Gazarìa al banco di San Giorgio, del cui senno restano bel monumento gli statuti che le diede. Ordinata a sembianza della metropoli, presedeva all’amministrazione un console annuo con un cancelliere, nominati a Genova, e che prestavano cauzione. Rappresentava la colonia un consiglio di ventiquattro, rinnovato ogni anno dai membri uscenti, e che sceglieva un piccolo consiglio di sei, fuori del suo grembo; non più di quattro borghesi di Caffa potevano aver parte nel primo, due nel secondo; alcuni posti pei nobili, altri per i plebei. Il console arrivando dava ai ventiquattro il giuramento, e tosto facea procedere alla loro rinnovazione; governava col piccolo consiglio, senza cui non poteva imporre taglie nè fare spese straordinarie; non avere traffici per proprio conto, nè ricever doni. Il cancelliere, scelto dal Governo fra i notari di Genova, rogava gli atti e apponeva il suggello. L’uffizio della campagna rendeva giustizia ne’ contratti de’ coloni coi liberi confinanti.