Così da Costantinopoli, da Caffa, dalla Tana, Genova esercitava il commercio col Levante mediante una sequela di scali, che giungevano fino alla Cina da una parte, dall’altra all’India lungo il golfo Arabico, sul quale sembra le fosse interdetto veleggiare. Altri n’aveva in tutta la Romania, la Macedonia e l’Arcipelago; e nominatamente a Scio, una delle isole Sporadi, che perduta, fu recuperata da Simon Vignoso con galee fornite da nove famiglie, unitesi poi nella maona o ditta de’ Giustiniani, dal nome della famiglia ch’era creditrice di trecentomila scudi d’oro; la repubblica ne lasciò loro il dominio, che conservarono fino al 1556. Scio avea ben centomila abitanti; e il mastice che geme dai lentischi, e che si masticava per tener belli i denti e grato l’alito, dava esercizio a ventidue villaggi, se ne vendeva un milione e mezzo di libbre l’anno, e il decimo che toccava all’erario era valutato dall’imperatore Cantacuzeno ventimila bisanti, o vogliam dire zecchini. Da esso e dalle gabelle provenivano annui cenventimila scudi d’oro (sei milioni d’oggi), che si ripartivano fra le famiglie compadrone a misura del capitale impiegato; al quale si proporzionavano pure i voti nel governo. In un trattato del 1431 i Genovesi assentirono al soldano di trarre da Caffa schiavi; e La Brouquière ne’ suoi viaggi in Asia incontrò un Genovese che trafficava di quest’esecrabile merce.
Nell’Anatolia possedevano Smirne, produttrice di sete, cotoni, ciambellotti, olj, scamonea; e Focea nuova e la vecchia, donde veniva l’allume. Da Cipro traevano legname, canape, ferro, grano, zuccaro, cotone, olj, oltre le derivazioni dall’Oriente. In Italia due magazzini a Mutrone erano stati donati a Genova dai Lucchesi, per deporvi il sale e le lane; cave d’allume attivò presso a Portercole; dall’alta Italia richiedeva produzioni e manifatture da barattare; dominava anche in Corsica, Sardegna, Malta, Sicilia; e la prima le dava eccellente legname, cacio, vini, pescagione, soldati; l’altra grani, sardoniche, tonni, sardine, oro e argento; Malta frumento, agrumi, cotoni; la Sicilia sale, seta, cotone, oro, e ogni ben di Dio[301]: dalle Baleari toglieva sale; e di due borse che avea Majorca, l’una era comune a tutte le nazioni, l’altra speciale de’ Genovesi.
Savona, Oneglia, Albenga, Monaco, Ventimiglia, altre città della Riviera formavano Stati indipendenti: pure Genova esercitava fino a Nizza un protettorato, che le procurava relazioni abituali con Marsiglia per mare e per terra, e coi porti della Linguadoca, principalmente con Aiguesmortes, che posta fra la Provenza e la Linguadoca, col Rodano, colle saline, colle vicinanze di Ales e di Sant’Egidio, rinomati per la coltivazione del chermisi, prosperava più che Marsiglia finchè le alluvioni non la separarono dal mare. Raimondo di Tolosa che n’era signore, donò ai Genovesi casa e fondaco in Sant’Egidio, una strada di Arles, il castello di Torbìa, la metà di Nizza, parte di Marsiglia, metà delle dogane, e il commercio esclusivo ne’ suoi porti. Sulle popolose fiere di Sciampagna, Genova spacciava le droghe e raccoglieva lane[302]. Case avea pure sulle coste dell’Oceano, del Belgio, dell’Inghilterra; e documenti del 1316 e 35 attestano che portava mercanzie, e specialmente allume, in quell’isola: così colla Spagna, a malgrado de’ Catalani, i soli che in mare reggessero a concorrenza co’ nostri; e dall’Andalusia traeva frutti, da Siviglia biade, olio, liquori, dalla Castiglia piombo, lane, allume, dalla Catalogna vino, frumento, sparto da tessere stuoje. Fin dal 1236 facea trattati coi Barbareschi della costa africana per garantire i naufraghi e proteggere il proprio commercio; teneva una cancelleria di lingua arabica per agevolare le corrispondenze con quel litorale, e nel 1274 fu assoldato Asmeto di Tunisi perchè insegnasse il parlar arabo[303]. Tunisi era il suo scalo primario, come per l’Europa occidentale Nîmes, Aiguesmortes, Majorca.
Ne’ porti di Marocco e dell’Andalusìa rinfrescavano le navi prima di uscire nell’Oceano per calarsi fino al capo Non, o salire alle rade belgiche o britanne[304]. Dal Baltico le nostre bandiere erano escluse dalla lega Anseatica, gelosa di conservare il monopolio delle derrate di Russia: le tele, i merletti, l’acciajo, il salnitro, i fornimenti di cavalli, le mercerie di Germania andavano a caricare sul Reno, per deporle ne’ magazzini di Bruges e d’Anversa. Al tempo della guerra di Chioggia un ammiraglio veneto nelle acque di Rodi diede la caccia ad un naviglio genovese carico di mussoline, drappi di seta, d’oro e d’argento, del valsente di quindicimila ducati; un altro prese due navi catalane, cariche per conto di Genovesi, delle quali l’una portava per ventimila ducati veneti, l’altra per quarantamila.
Genova dunque teneva le tre grandi vie del commercio dell’Asia centrale e dell’India; di cui la prima sboccava al mar Nero pel Caspio e il Volga; la seconda a Lajazzo, l’antica Isso, pel golfo Persico, Aleppo e l’Armenia; la terza ad Alessandria pel mar Rosso e l’Egitto; e per quelle cambiava le seterie della Cina, le spezie, i legni tintorj, il cotone, le gemme dell’India, i profumi dell’Arabia, i tessuti di Damasco, i panni di Tarso, lo zuccaro, il rame, le tinture di Levante, l’oro e le piume dell’Africa interna, le pelli, il canape, il catrame, il caviale, il pelo di castoro, le antenne, i legni di costruzione dell’Europa settentrionale, i grani di Tunisi, della Sicilia, della Lombardia, cogli olj, i vini, i frutti secchi delle Riviere, con armi di lusso, coi coralli lavorati a Genova, colle tele di Sciampagna, con lacca, piombo, stagno d’Inghilterra, coi prodotti insomma di tutta Europa. Aveano (dice press’a poco il Serra) traffico e dominio in tutta la Liguria marittima da Corvo a Monaco, e nell’isola di Corsica: provvedevano di sale i Lucchesi; la parte occidentale della Sardegna riceveva le loro leggi o quelle de’ principi loro amici; visitavano Civitavecchia e Corneto, emporj di vettovaglie nello Stato ecclesiastico; nel Regno, lor principale abitazione dopo Napoli era Gaeta; e se non vennero a capo de’ loro disegni sopra la Sicilia, furono sempre in gran numero a Messina, Palermo, Alciata. Nel mare orientale d’Italia frequentarono Manfredonia, Ancona, e negli intervalli di pace anco Venezia. In Ispagna, i conti Berengarj di Catalogna divisero seco la città di Tortosa; i re di Castiglia, quella d’Almeria, e poichè ebbero perdute od alienate ambedue, onorevoli convenzioni tanto co’ regni cristiani della Spagna, quanto co’ Mori aprirono loro tutti i porti marittimi e i mercati mediterranei della ricca penisola. Ne’ Paesi Bassi, Bruges poi Anversa accolsero onorevolmente le loro compagnie, le quali non solo v’accumulavano roba, ma l’avviavano ancora in Danimarca, Svezia, Inghilterra, Russia, Germania: i loro navigli entravano nel Reno carichi di merci orientali.
L’Egitto era più frequentato dai Veneziani; tuttavolta i Genovesi non lasciavano di far mercato in Alessandria, in Rosetta, in Damiata, di stabilirsi anche al Gran Cairo, e di stringere paci favorevoli con que’ soldani. Nel Levante la colonia di Pera soprantendeva mediante i suoi magistrati alle parti meno distanti, quella di Caffa alle più lontane. Sotto la prima erano la marca de’ Zaccaria, la Focide de’ Gattilussi, l’Acaja de’ Centeri, un tempo la Canea in Candia, poi molte isole e porti nell’Arcipelago, Famagosta e Limisso con altri luoghi in Cipro, Cassandria, Ainos, Salonichi, la Cavalla nella Macedonia, Sofia, Nicopoli e altre in Bulgaria, Suczava in Moldavia, Smirne e Fochia vecchia e nuova nell’Asia Minore, Altoluogo e Setalia ne’ Turchi, Kars, Sisi, Tarso, Lajazzo nelle due Armenie, e finalmente Eraclea, Sinope, Castrice ed Ackerman nel mar Nero. Dipendeano dal governo di Caffa i possessi di Gazarìa, Taman colla sua penisola, Copa in Circassia, Totatis in Mingrelia, Kubatscka nel Daghestan, il castello vicino a Trebisonda, il fondaco in Sebastopoli, il gran mercato della Tana, e tutte le carovane indirizzate verso il settentrione ed il centro dell’Asia. Il consolato di Tauris in Persia, forse indipendente dagli altri, dovea promovere e reggere il traffico dell’Asia meridionale; ove il provvedimento più notabile era, che i mercatanti genovesi non facessero società con forestieri.
Principalmente l’Inghilterra tenevasi legata co’ Genovesi, e i più bellicosi suoi re Edoardo III ed Enrico V ne mostrarono speciale benevolenza, adoprandoli in luminosi impieghi, rifacendoli delle offese dei corsari. Enrico VI avea proibito d’asportare le lane d’Inghilterra e Irlanda se non per Calais, città francese allora acquistata all’Inghilterra, e ch’egli voleva ingrazianire con tal privilegio; ma ne tenne eccettuati i mercanti genovesi, veneti e fiorentini. Quando si sottopose ai re di Francia, Genova si trovò chiusa quell’isola, nemica a questi; pure vi mandò ambasciadore Giovanni Serra, il quale vide le contese fra gli York e i Lancaster, e ammesso all’udienza, sì bene esaltò la pace e i vantaggi del commercio fra le nazioni colte, e la benevolenza dell’Inghilterra verso Genova, che i grandi proruppero in applausi, e il re volle fosse scritto quel discorso, e messo come proemio della nuova pace, dove ai Genovesi concedeva d’approdare con fattori e servigiali, purchè francesi non fossero, e d’introdurre ed estrarre mercanzie colle antiche norme, purchè nè di forze nè di consigli sovvenissero ai nemici d’Inghilterra, come questa farebbe coi nemici di Genova. Presto quel regno, secondo i meschini concetti d’allora, credendo prosperare il proprio col restringere il commercio altrui, vietò di asportar lane o d’importare seterie; eppure le cinture di Genova rimasero eccettuate, e pei panni fu mestieri cercare il guado dai Genovesi.
Accuratissima politica si voleva per reggere in pace con nazioni di così varia civiltà eppur farsi rispettare; e vedemmo come i Genovesi destreggiassero in faccia ai Musulmani. Sulle coste di Barberia le frequenti mutazioni di dinastie o di tribù dominanti sospendeano le buone relazioni, ma tutti s’affrettavano a rannodarle. Si parve sul punto d’aprir guerra con essi allorchè Filippo Doria ammiraglio prese e saccheggiò Tripoli, portandone via settemila schiavi e un milione ottocentomila fiorini d’oro, poi la vendette a un Saracino; ma il Governo genovese dichiarossi estraneo a quel fatto, e lo disapprovò.
Fortunata Genova se di tanta prosperità avesse saputo vantaggiare! Ma incessanti accozzaglie interne toglievano di provvedere con saviezza al commercio; non per pubblica utilità, ma per emulazione di parti si cresceva il debito pubblico, e l’uffizio di San Giorgio, che dovea porvi rimedio, diveniva anzi una comodità a crescerlo: siccome incontra nelle gravi malattie che i medicamenti riescano pregiudicevoli. Pure quel banco attestava che la parte più sana dell’irrequietissima repubblica furono sempre i negozianti, rimanendo esso una delle più notevoli istituzioni finanziarie del medioevo; oltre rendere servigi eminenti allo Stato, potè accomodare nazionali e stranieri, privati e principi; da papi e imperatori ne erano confermati i privilegi, che ogni senatore entrando in carica giurava mantenere; gli otto protettori delle compere erano sempre dei cittadini migliori, troppo importando godessero ottima reputazione coloro a cui e nazionali e stranieri affidavano le proprie fortune; davano parere in tutte le disposizioni di governo e di utilità comune, allestivano navi per conto del banco, conquistavano e governavano, quanto fino ai dì nostri la compagnia delle Indie, e ad essi furono cedute le colonie di Levante e la Corsica.
Il sinistrare degli stabilimenti di Levante nocque tanto più a Genova, perchè le sue riviere non bastavano a provvederla di marinaj. Altre nazioni entrarono seco in gara di mercati, e fu tutto a scapito di essa l’incremento di Firenze. Pure molti profitti facevano ancora i Genovesi: Bartolomeo Pellegrini coll’allume e col mastice divenne il mercante più poderoso in Levante, e Bajazet I l’accettò mallevadore per riscatto del conte di Nevers e di ventiquattro altri signori francesi, rimasti prigioni nella battaglia di Nicopoli[305]; Antonio Sauli sull’appalto del sale in Genova e in Lucca talmente lucrò, che potè a Carlo VIII prestare novantacinquemila scudi d’oro; i suoi discendenti fabbricarono la magnifica chiesa e il ponte di Carignano.