Venezia, dopo l’infausta guerra coi Genovesi, avea dovuto umiliarsi a un trattato, che per tredici anni le proibiva di penetrare con navi armate nello stretto dei Dardanelli, per modo che vedevasi quasi intercise le vie del commercio per l’Alta Asia e i paesi del Caucaso: ma presto si tolse di sotto il rasojo, e l’ammiraglio Giustiniani, assalita Costantinopoli, ottenne nuovi privilegi. Ai Genovesi fu apposto di essere rimasti indifferenti spettatori di quella lotta, sebbene l’imperatore avessero lusingato di soccorsi: in realtà essi pensarono trar partito dal terrore di questo, e gli fecero veduto che, per metterli in grado d’ajutarlo efficacemente in nuovi frangenti, era d’uopo conceder loro maggiore estensione di territorio. Un atto di delimitazione del 1303 ed un trattato del 1304 ampliarono di fatto i privilegi della colonia di Gàlata, situata così da comandare il passaggio al mar Nero; e la dogana de’ Dardanelli fruttava all’impero greco trentamila pezzi d’oro, ducento settantamila ai Genovesi.
Questi diedero mano all’imperatore contro gli avventurieri Catalani, i quali osarono fin assalire la capitale e piantarsi a Gallipoli, dond’essi riuscirono a snidarli: lo sorressero pure contro i Turchi, che si faceano sempre più vicini. L’incessante squarciarsi di Genova pregiudicava anche allo stabilimento di Gàlata, le guerre impedivano d’approvvigionarla, e fu volta che i Ghibellini fecero intesa coi Turchi per sinistrare quei loro compatrioti.
Sempre aveano Veneziani e Genovesi gareggiato a chi ottenesse maggiori privilegi dall’imperatore di Costantinopoli, perciò palpeggiando e favorendo ora un competitore or l’altro. Venezia non faceva che rinnovare i trattati precedenti, che col nome di tregue duravano cinque o dieci anni[306]: ma i Genovesi, padroni di Gàlata a fianco di Costantinopoli, aveano mezzo di farsi rispettare; onde ogni nuovo trattato fruttava una concessione nuova. In quello del 1382 stipularono non essere tenuti a servire in armi l’impero greco, nè tampoco per recuperare fortezze prese o assediate dai Turchi; volendo con questa neutralità sfuggire l’inimicizia di que’ nuovi potenti.
Ad Enrico Dandolo doge e storico di Venezia fanno gloria di aver riaperto l’Egitto con un’ambasciata spedita a quel soldano, offrendosi mediatore di una discordia suscitatasi coi Tartari. I Veneziani s’impancarono principalmente ad Alessandria, ove le merci dell’India giungeano sui camelli traversando il dosso che divide il golfo Arabico dal Nilo, un cui canale agevolava le comunicazioni col mar Rosso e col Cairo. A questo annue carovane dall’Africa interna portavano gomme, denti d’elefante, tamarindi, papagalli, penne di struzzo, polvere d’oro, Negri: di là partiva quella per le città sante d’Arabia, e l’altra pel monte Sinai, occasioni di utili permute: colle carovane molti Europei attraversavano l’Egitto; ma i negozianti che afferrassero ad Alessandria, erano tenuti ben d’occhio, levate le vele e il timone delle navi, registrati i nomi. I Mamelucchi, unica entrata avendo le gabelle, favorivano i Veneti; e di rimpatto ne riceveano ogni riguardo: ma venivano urti? ecco i nostri apparir sulle coste in minaccioso apparato, come oggi costuma l’Inghilterra.
Dispensati dalla scomunica contro chi portasse ai nemici della fede legname da costruzione, grani ed armi, i Veneziani continuarono sempre regolari comunicazioni coi Musulmani, tenendo console ad Alessandria, banchi nella Siria, trattati coi Barbareschi[307]. Dai quali anche altri de’ nostri ottennero privilegi e franchigie; i Pisani dal bey di Tunisi ebbero l’isola di Tabarca, dove pescare il corallo, e altri mandritti dall’imperatore di Marocco.
Anche in Armenia soli i Veneziani introducevano i camelotti ed estraevano il pelo delle capre d’Angora, con esenzione da gabelle, magistrati proprj, assoluta franchigia per le merci che, tratte da Tauris e dalla Persia, traversavano il paese. Di questo tragitto profittava Trebisonda per popolarsi di numerose colonie, trafficanti di spezierie. I Veneziani v’ebbero un quartiere con propria giurisdizione, donde spingeansi alla Persia e alla Mesopotamia, privilegiati di libero passo, e di banchi per giro di cambj e traffico di vino.
Crebbero poi di stabilimenti sulle coste della Grecia, nella Propontide, a Adrianopoli, in buona parte del Peloponneso, e in molte isole e porti della Morea sin in fondo all’Adriatico; a loro cittadini investivano come feudo le isole di Lenno, Scopelo, quasi tutte le Cicladi; acquistarono Negroponte; s’interposero con vantaggio nelle discordie domestiche degl’imperatori bisantini, e di questi coi Genovesi di Gàlata. Ma l’antica preponderanza nel mar Nero più non recuperarono, e per avervi accesso patteggiavano cogli Stati in riva al Danubio il dritto di traversarli, talchè il commercio colla Germania, coll’Ungheria, colla Polonia, colla Russia, le alleanze coi Bulgari e coi Danubiani fino alla Tauride, gli scali in tutta Italia, in Francia, in Spagna, in Fiandra, in Inghilterra, insomma da Astrakan fino all’Africa interiore, offrivano rilevantissimi guadagni, a ristoro del popolo, al quale, dopo la metà del secolo XIV, restava privilegio il commercio, escludendone i nobili, di cui invece era privilegio il governo.
Dappertutto mantenevansi consoli o balii che assicurassero rispetto alla patria, e protezione e pronta giustizia ai concittadini. Quel di Costantinopoli, che era insieme internunzio della repubblica, giudice de’ Veneziani e ispettore del commercio, portava i calzari scarlatti come l’imperatore, usciva colle guardie, esercitava piena giurisdizione sulla colonia, e dopo presa quella città dai Turchi tenne in protezione altre genti, massime Armeni ed Ebrei.
Il doge Renieri Zen fece da Nicolò Quirini, Piero Badoer e Marco Dandolo compilare un codice di navigazione e commercio (Statuta et ordinamenta super navibus et lignis aliis) con egregi provvedimenti, semplicità, esattezza e brevità imitabili; prescrivendo il modo degli armamenti, il giuramento de’ marinaj, i doveri de’ patroni o de’ consoli, il carico, le provvigioni, il prezzo del tragitto, e le armi e bandiere; tipo di tutta la legislazione marittima. Era prefinito il numero delle navi e delle persone, quando prendere il mare, dove sbarcare, quali e quante merci trasportare nell’andata e nel ritorno. Gli oggetti da cambiare con merci asiatiche, non doveano tasse, o moderatissime.
Della prosperità di Venezia buon testimonio ci furono i discorsi del doge Mocenigo (Cap. CXV); donde ci apparve come, uscente il XIII secolo, su trecento vascelli mercantili da ducento tonnellate, e su trecento navi grosse salissero venticinquemila marinaj, altri undicimila sopra quarantacinque galee, sempre in acconcio d’arme: allo scorcio del seguente erano cresciuti a trentottomila sovra tremila trecenquarantacinque legni. L’arsenale, cominciato intorno al 1104 sulle antiche isole Gémole, si dilatò nel 1304, dogando Pier Gradenigo, poi nel 1325 e nel 1473 sino a formare quel gran complesso, che comanda l’ammirazione ancora cadavere. Veniva governato da due magistrature di senatori: cioè tre sopravveditori per l’alta ispezione, tre patroni che ordinavano i lavori e vi sorvegliavano, e dormivano in tre palazzi contigui all’arsenale, detti Paradiso, Purgatorio, Inferno. Gli arsenalotti formavano la guardia del corpo del sovrano; popolazione numerosa[308], devotissima alla Signoria, da cui riconosceva il suo bene stare.