Le isole e le coste di Levante provvedeano abbondanza di legname: ristretti poi que’ possedimenti, e sovratutto dopochè i Turchi occuparono l’Albania e la Schiavonia, fu mestieri rifornirsene ne’ proprj possedimenti: e certo già prima del 1479 servivano i boschi di Montello nel Trevisano e di Montone nell’Istria, tanto rinomati finchè la barbarie diplomatica de’ giorni nostri non gli annichilò.

Di cinque sorta galee usava Venezia: le grandi pel viaggio di Fiandra e Inghilterra, altre diverse per la Tana e Costantinopoli, le sottili, le navi quadre, le latine[309]. Famose ne erano le caracche. Abbiamo da Giovan Villani che Genovesi e Veneti avendo veduto verso il 1344 alcune navi bajonesi passar lo stretto di Siviglia, più sottili ed agili, e meglio acconce a fatti d’armi, essi ne fabbricarono di somiglianti; lo che fu notevole rivoluzione nella marina. Il Petrarca, dimorando in Venezia, vedeva sarpare navigli «simili a monti che nuotino nel mare, per trasportare in mezzo a mille pericoli i nostri vini agl’Inglesi, il nostro mele agli Sciti, il nostro zafferano, i nostri olj, il nostro lino ai Siri, ai Persi, agli Arabi, agli Armeni, e, ciò che appena uom crederebbe, la nostra legna agli Achei ed agli Egizj, e ritornare con altre merci: veleggiano fin al Tanai, e si lasciano indietro Gade e Calpe, creduti confini del mondo occidentale; tanto può sugli uomini la sete dell’oro»[310].

Le imprese mercantili erano secondate dalla marina pubblica, spedendosi in giro ogni anno venti o trenta galee del traffico, capaci di mille a duemila tonnellate, e del valore di centomila zecchini ciascuna, capitanate da nobili, eletti dal maggior consiglio e dai pregadi. Il Governo non ne ritraeva che modico nolo; ma a quel modo le teneva esercitate per un’evenienza di guerra, e faceva anche in pace rispettare il leone, nel mentre rendevano servizio ai particolari. Di esse squadre quella del mar Nero dividevasi in tre: una costeggiava il Peloponneso, per ispacciare a Costantinopoli le merci levate da Venezia o da Grecia; la seconda dirigeasi a Sinope e Trebisonda nel Ponto Eusino, facendo levata delle produzioni asiatiche recatevi dal Fasi e dalla Cina[310a]; la terza sorgendo verso settentrione, entrava nel mare d’Azof, e nei porti di Caffa procacciava pesci, ferri, antenne, grani, pelli, cui dal Caspio, dal Volga, dal Tanai recavano Russi e Tartari. L’altra squadra costeggiava la Siria, facendo scala ad Alessandretta, a Bairut, a Famagosta, a Candia ricca di zuccaro, e alla Morea. La terza metteva dapprima in Armenia e a Lajazzo, che Marco Polo intitola «porta de’ paesi orientali», dappoi in Egitto le merci del mar Nero, destinate al gran mercato di Tauris, massime schiavi di Georgia e Circassia, barattandoli colle derrate del mar Rosso e dell’Etiopia. La quarta volgeva alla Fiandra vascelli di dugento remiganti almeno, e rinfrescato a Manfredonia, Brindisi, Otranto, in Sicilia caricato zuccaro ed altre produzioni dell’isola, ne’ porti africani di Tripoli, Tunisi, Algeri, Oran, Tanger facea cogli africani baratto di frumento, frutti secchi, sale, avorio, schiavi, polvere d’oro; sboccata quindi dallo stretto di Gibilterra, forniva i Maroccani di ferro, armi, panni, utensili domestici, costeggiava Portogallo, Spagna, Francia, toccava Bruges, Anversa, Londra, e faceva cambj co’ vascelli delle città Anseatiche; poi aspettata stagione e mare acconcio, tornava libando Francia, Lisbona, Cadice; in Alicante e Barcellona comprava sete gregge; e costa costa rivedea la patria, un anno dopo lasciata.

Ogni viaggio di lungo corso dovea prender le mosse e finire a Venezia, ove per ciò, nell’intervallo, si depositavano le merci, e venivano a cercarle i mercanti mediterranei, in modo che vi durava una fiera continuata. Quella dell’Ascensione fin dal 1180 si trova istituita per otto giorni; poi divenne delle più famose, avvivata dalle indulgenze che s’acquistavano a San Marco per concessione di papa Alessandro III, dallo sposalizio del mare, e dall’opportunità della stagione che allora chiamava le vele a lunghi viaggi. In quell’occasione si esponevano anche capi d’arte, e una popatola, il cui vestire serviva di canone per la foggia dell’anno.

I dieci milioni di mercanzia che annualmente asportavano que’ legni davano due quinti di guadagno; altro ne veniva dal traffico mediterraneo. Vedemmo fin dal 1270 Venezia proclamarsi sovrana dell’Adriatico, obbligando a contributo tutte le navi che lo corressero. Fu generale lo scontento, ma il papa, chiesto arbitro, diede ragione ai Veneziani, come che, difendendolo dai corsari musulmani, avevano diritto a un compenso: il lodo non chetò gli emuli, contro cui essi dovettero munirsi di buone armi. Si assicurarono anche il commercio dell’alta Italia coll’acquisto del Friuli, della marca Trevisana, del Padovano e di altre piccole signorie, e stipulavano vantaggiosi accordi coi vicini, dove non potessero insieme col commercio estendere l’impero[311]. Udimmo il doge Mocenigo asserire che alla sola Lombardia spediva Venezia per due milioni e settecento ottantanovemila ducati, cinquantamila dei quali per gli schiavi, oltre il sale; e guadagnava seicentomila ducati annui sui Lombardi, quattrocentomila sui Fiorentini. Eppure essa usciva allor allora di guerre che l’avevano privata di tanti possedimenti, e minacciata fin nelle sue lagune. Poi, malgrado le due guerre contro i Turchi e col duca di Ferrara, aveva sì floride finanze, che nel 1490 entravano al tesoro per un milione e ducentomila ducati, quasi il doppio dello Stato di Milano, e un quarto di quel che fruttava il regno di Francia dopo ingrandito da Luigi XI. E a tal punto i Veneziani s’erano resi necessarj agl’Italiani, che, qualora essi rompessero le relazioni con un popolo, il riducevano a povertà; come avvenne de’ Napoletani, che il re Roberto costrinsero a pace col negargli le imposte, asserendo non aver più denaro dacchè quelli non comparivano ne’ suoi porti.

L’inglese colonnello Cooper assicurava che fin oggi gli Asiatici dal Mediterraneo alla Cina non conoscono altra moneta che lo zecchino veneto, nel Yemen è tenuto in gran conto, e gli sceichi ne fondono per formarne piccole monete, o ne conservano entro vasi di vetro, laonde a Bruce domandarono se soli i Veneziani possedessero miniere d’oro in Europa, e supponeano conoscessero la pietra filosofale. Il qual Bruce, che al fine del secolo passato spingevasi alla estremità dell’Asia e dell’Africa, nel Thama arabico sovra Moka sentiva i nomi di peso, rotolo, cantara, dramma, oncia, e ripetuti sull’opposto lido africano a Massuah; prova delle relazioni cogl’Italiani, del cui linguaggio è principalmente composto quel parlare franco, che fin oggi ha corso sul litorale di tutto il Mediterraneo.

Or ci si spiega bene la sontuosità del più magnifico corso del mondo, il Canal Grande. Andrea Vendramin, che nel 1476 fu il primo doge di Venezia non nobile dopo la serrata, era ricco di censessantamila ducati; liberale, di gran parentela, ebbe tre maschi e sei figlie, che maritò con cinque in settemila ducati, mentre la dote legale era di duemila, ma diceva non badare a spesa onde aver generi a suo modo; fu gran mercante in gioventù, e di compagnia col fratello facea carico d’una galea e mezzo in due per Alessandria, e vantaggiò. Quando nel 1499 fallirono i Garzoni, molti ripeteano i loro fondi dal banco Lipomano per più di trecentomila ducati; onde, sebbene la Signoria l’ajutasse di qualche somma, dovette fallire. «È peggior nuova el falimento de questi due banchi, che se fosse perso Brescia». Lo sgomento fu per far gittare a terra i banchi Pisan e Augustini; se non che la Signoria mandò de’ savj che assicurassero sarebber tutti pagati. I Lipomani dovettero rassegnare i loro libri, dai quali appare che una casa dominicale valutavasi da tremila ducati; duemila una a Murano; milleduecento un mulino; e avevano in argenti e gioje per seimila ducati, e ottomila in un cappello di perle e gioje[312].

Tutt’occhi dovevano dunque essere i Veneziani onde mantenersi questi vantaggi, e vi adoperavano buoni mezzi e cattivi. La gelosia li faceva duri coi mercanti forestieri, imponendo doppie gabelle, ritardando la giustizia, escludendoli dalle comandite; pretesero che i sudditi comprassero lane, cotoni, seta, zuccari, saponi soltanto dalla dominante, non rizzassero manifatture fuor della dogana, nè usassero o spedissero merci se non passate per Venezia; talchè, per esempio, Verona dovea mandarvi i panni, che poi la traversavano di nuovo onde dirigersi alla Germania.

Convien dire che i lucri fossero grassi, se i forestieri non badavano agl’impacci; avvegnachè in Venezia troviamo corporazioni d’ogni paese; nella chiesa de’ Frari avevano altare i Milanesi, un altro i Fiorentini, lavoro del Donatello; i Lucchesi una chiesa vicino ai Servi, i Tedeschi e i Turchi fondachi che ancor ne serbano il nome, come la piazza dei Mori, la ruga di Julfa degli Armeni; oltre i Greci che v’ebbero sempre congregazione religiosa. Ciascuna nazione potea regolarsi a leggi proprie; alcuni paesi vi godeano privilegio di qualche arte, Bergamaschi i fornaj, Friulani anch’essi fornaj del pane altrui e sartori e facchini, muratori i Bellunesi, Valtellini gli osti e i facchini pel commercio.

Caduta Costantinopoli ai Turchi, Venezia e Genova dall’eccidio dei loro cittadini, dal saccheggio dei fondachi, dalla successiva distruzione de’ loro stabilimenti, dalle umiliazioni, a prezzo delle quali soltanto ottennero una tolleranza precaria e quasi vergognosa, conobbero la gravezza d’una perdita che con provvidenza e lealtà maggiore avrebbero potuto impedire o ritardare. Non restarono però snidati dall’Oriente, attesochè gli emiri musulmani, stabilitisi lungo la costa settentrionale e orientale dell’Africa e sui golfi Arabico e Persico, non avevano fatto causa comune coi loro fratelli di Siria, nè perciò nimicavano i Cristiani, che poterono continuarvi i traffici.