Anche il soldano d’Egitto divenne più inchinevole agli Europei, e col doge de’ Veneziani Pasquale Malipiero, «possente, e il più apprezzato e onorato fra quei che adorano la Croce, colonna di tutti i Cristiani, amico de’ soldani ed emiri dell’islam», conchiuse un trattato di commercio, consentendo ai Veneziani il monopolio di molte merci, non però del pepe; e donò all’ambasciatore una veste lavorata alla moresca e foderata di pelliccie, e alla Signoria i regali consistenti in trenta rotoli di benzoino, venti di aloe, due paja di tappeti, un ampollino di balsamo, quindici bossoletti di teriaca, quattordici pani di zuccaro di Moka, cinque scatole di zuccari canditi, un cornetto di zibetto, venti pezzi di porcellana.
Le contingenze duravano ancora favorevoli ai traffici dei Veneziani: perocchè i Ragusei correvano molto l’Adriatico, ma poco uscivano da quello, nè d’altro che di derrate trafficavano[313]; la Grecia era caduta sotto la scimitarra turca; a Napoli e Sicilia sarebbe tornata necessaria una flotta per mantenere comunicazioni coll’Aragona e colla Provenza, eppur l’aveano appena bastante alle reciproche guerre, e le vediamo valersi sempre delle genovesi, come faceano spesso Francia e Inghilterra, le quali nè l’Olanda non accennavano ancora alla futura grandezza; era un portento se qualche bandiera settentrionale comparisse nelle acque nostre; soli i Catalani veleggiavano il Mediterraneo come l’Oceano.
Però Venezia e Genova erano le principali, non le sole commercianti d’Italia. Amalfi più non rigalleggiò: ma Napoli trafficava nelle variatissime sue produzioni con Costantinopoli, col mar Nero, con Marsiglia; Trani era un vasto emporio di merci asiatiche; Gaeta estendeva relazioni colla Barberia, dove sin dal 1125 teneva un console; la Sicilia colla Catalogna e colla Spagna orientale. In Messina e Palermo affluivano mercanzie di tutti i paesi; ed oltre le relazioni col regno di Napoli e col resto d’Italia, consolidate per mezzo di trattati, con Genova nel 1292, con Pisa nel 1316, con Venezia nel 1365, uno del 1331 con Narbona prova il suo commercio colla Francia, oltre Spagna, Fiandra, Inghilterra, le coste di Barberia, l’Egitto, la Siria, la Morea, Cipro, Rodi, Costantinopoli. Ancona, fiorente per industria, scala al commercio di Firenze coll’Oriente, mandava navi proprie a Costantinopoli, a Cipro, in Barberia, e corrispose con molte città d’Europa; con Genova aveva un trattato fin dal 1276; ma la postura sua la teneva dipendente da Venezia, che poi la sopraffece. Corsica e Sardegna, sì a lungo disputate fra i Pisani, i Genovesi e i re d’Aragona, asportavano i proprj prodotti; e quando la Sardegna passò all’Aragona, strinse maggiori relazioni colla Catalogna.
Anche città mediterranee spedivano per varj paesi d’Occidente, acquistandovi privilegi non per forza ed astuzia, ma per superiorità d’intelligenza. Asti, che di settantamila abitanti popolava il piccolo territorio, aveva negozianti in Francia e ne’ Paesi Bassi, una colonia ad Alessandria d’Egitto; e postasi a prestar denaro in Francia, vi applicò tanti capitali, che avendovi quel re fatto arrestare tutti i banchieri astigiani, cinquanta trovaronsi possedere oltre ottocentomila lire di capitale, che si ragguaglierebbe a ventisette milioni[314].
Il Po serviva agl’interni ricambj e per esso fioriva Ferrara, che copiosa di ogni bene, dalle città vicine e dal mare traeva abbondanza di vettovaglie. Per le bocche del Po (narra un cronista) vi arrivavano navi di carico, piene fin al sommo dell’albero di mercanzie d’ogni lido; senza che andasse a Ravenna od a Venezia a cercare quel che le fosse mestieri, ogni anno nel prato comune presso a Po si tenevano due fiere, cui dall’Italia e dalla Gallia moltissimi concorrevano, e tutti guadagnavano mercatando. Sì lauto poi era il fisco, che, soddisfatto ad ogni spesa del Comune, rimaneva che spartire fra i cittadini in ragione del censo. Questa larghezza andò guasta allorchè i Veneziani, aggiudicandosi la padronanza assoluta del Mediterraneo, chiusero le foci di quel fiume, cagione di tanti dissidj. Comacchio avea cominciate le fabbriche del pesce, per cui ora ottantamila pesi d’anguilla escono marinati da quelle valli.
I Pisani, elevatisi a paro de’ Veneziani e Genovesi per industria manifatturiera, per navigazione e commercio, dopo la funesta battaglia della Meloria nel 1284 più non fecero che declinare; la perdita di Terrasanta diradò le loro corrispondenze nella Siria, nè aveano possibilità di sostenere nel mar Maggiore una concorrenza, a cui furono costretti rinunziare col trattato del 1299; il porto che possedevano alla foce del Tanai, cadde probabilmente a’ loro nemici, e infine fu sfasciato dai Tartari. Andate a male le colonie donde traevano legname da costruzione e materie di baratti pel commercio esterno, costretti cedere a Genova la Corsica e la Sardegna, non restarono padroni che delle maremme tuttora abbastanza ubertose, e dell’isola d’Elba importante per ferro. Questa nel 1290 era stata occupata dai Genovesi; poi mercanti pisani la ricuperarono nel 1309 per cinquantaseimila fiorini, e ne traevano vena dalla miniera di Rio.
Nella guerra contro Genova era stato distrutto il Porto Pisano alla foce dell’Arno; onde ridotta quasi alla sola rada di Livorno, esposta a’ nemici, Pisa fece costruire una torre per difenderla, e proteggere la navigazione. Di là continuava relazioni colla Sicilia, con Cipro, colla Barberia; ma non le bastava marina militare per proteggere stabilimenti lontani, nè assicurare gli armatori contro de’ nemici e de’ pirati. Firenze poscia la soggiogò, e per nulla rispettando le memorie d’uno splendore, di un’industria e di una perizia marittima, che formavano uno de’ migliori vanti della Toscana, ne sviò le manifatture e il commercio in grosso.
Già ci è apparsa la commerciale operosità dei Fiorentini. Buon’ora essi erano penetrati nell’Ungheria, le cui miniere d’oro e d’argento s’aveano per le prime del mondo, e vi teneano case i Medici, i Portinari, i Boscoli, i Tosinghi, i Del Nero, i Del Bene, i Da Uzzano. Da Francesco Balducci Pegolotti, che prima del 1350 scriveva sugli usi e le regole da seguirsi dai mercanti nei viaggi[315], raccogliesi che essi Fiorentini stendevano le corrispondenze all’Inghilterra, al Marocco, a tutto il Levante; prendeano spesso in appalto le zecche, e alle inglesi da Edoardo I fu preposto un de’ Frescobaldi: un Bardi nel 1329 godeva le gabelle di tutto quel regno per due sterline il giorno, mentre nel 1282 ne avevano reso ottomila quattrocentoundici (Hallam). A Bruges, dove non era permesso che un banco per ciascuna nazione forestiera, collegi distinti formavano i Genovesi, i Lucchesi, i Fiorentini, i Lombardi. Nel 1422 calcolavasi che in Firenze circolassero quattro milioni di fiorini: e delle lettere esterne di quella repubblica le più concernono commercio e mercadanti.
Le lungagne delle asportazioni per terra non le erano più sufficienti; e conoscendo che la navigazione offrirebbe un mezzo più economico per commerciare coll’Italia e coll’Europa meridionale, ed il solo praticabile co’ paesi più remoti, fin dal secolo xiii trattò con Pisa onde farla emporio delle mercanzie: e vedendosi contrariata, prese accordo colla repubblica di Siena, onde spedirle pel porto di Telamone; e a questo ricorreva ogniqualvolta si guastasse con Pisa (pag. 248). Della quale poscia insignoritasi, cercò chiamarvi con privilegi ed incoraggiamenti le navi straniere, prese a stipendio gli armatori lasciati liberi dalla decadenza del commercio genovese, legò nuove relazioni e avvantaggiò le antiche[316], istituì la magistratura dei consoli di mare, però da gran tempo conosciuti in Pisa.
In una carta del 1190 che contiene i privilegi del sintraco di Genova[317], Livorno appare già frequentato dai naviganti; e durante la guerra di Chioggia, Carlo Zeno vi ricoverò due volte la flotta veneta. Posto com’è fra porto Pisano e porto Telamone, poteva tener entrambi in soggezione; ma non acquistò importanza che al cadere di Pisa, e i Fiorentini, compratolo dai Genovesi nel 1421, lo privilegiarono in ogni modo. In quell’occasione rinnovarono il patto antico di caricare sopra navi genovesi le merci che traevano di ponente, ma poi cercarono sempre eluderlo, e infine lo abrasero nella pace fatta con Filippo Maria Visconti.