Per siffatta guisa, quantunque mediterranei, i Fiorentini ottennero i vantaggi del mare, e non vi avea città dell’Italia, Francia, Inghilterra, Fiandra, in cui essi non tenessero banchi e non mandassero fattori. Un console inglese risedette a Pisa, e con Enrico VII nel 1490 si pattuì che Fiorentini soli estraessero le lane da quell’isola, eccettuandone soltanto per seicento sacca i Veneziani; premio dell’avervi Lorenzo Medici rizzate molte manifatture di lana con artefici toscani. Un governo mediterraneo non doveva pensare a stabilire banchi e consolati sulle coste dell’Asia e dell’Africa; ma il privato interesse lo fece. Quando si cominciasse a trafficare direttamente col Levante, non consta: ma la casa Bardi nel secolo XIV otteneva pe’ suoi agenti privilegi significanti in Cipro e nell’Armenia; poi si estese il commercio colle coste della Barberia, coll’Egitto, la Siria, Costantinopoli, l’Asia meridionale, e fino colla Cina traverso all’Alta Asia.
Firenze volle anche armar flotte e spedire periodici convogli pel mar Nero, l’Egitto, la Barberìa, la Spagna, la Fiandra, l’Inghilterra; ma non trovò che scapito, sicchè dopo il 1430 le abbandonò alla privata speculazione. Venezia, che era sempre stata l’amica di Firenze, ne ingelosì quando la vide crescer tanto, e istigò Pisa a scuoterne il giogo: di che Firenze si vendicò col secondare i disegni ostili di Maometto II contro i Veneziani. Ne venne una velenosa ed attossicata lettera di Venezia, a cui un Fiorentino oppose uno scritto che, in mezzo a una colluvie d’ingiurie, contiene un quadro, esagerato forse, ma vivo del commercio della sua patria[318]. Vi figurano come principali negozianti i Medici, i Pazzi, i Capponi, i Buondelmonti, i Corsini, i Falconieri, i Portinari, che avevano stabilimenti in tutte le tre parti del mondo aperte alla navigazione europea, cinquanta case in Levante, ventiquattro in Francia, trentasette nel Napoletano, nove a Roma, altre in Venezia, in Ispagna e Portogallo. Accertasi che Firenze fosse la prima a interdire in modo efficace il traffico degli schiavi e il somministrare munizioni di guerra a’ Musulmani.
Essendo si può dire concentrato in mano degl’Italiani tutto il commercio che poi fu suddiviso fra Turchi, Inglesi, Olandesi, Francesi, Russi, quanto lauti doveano essere i guadagni! Giovan Villani stima di cenventimila fiorini la rendita che col prestare erasi formata Taddeo Pepoli di Bologna. Nel 1338 un negoziante di Siria, essendo arrivato a Portercole con molte stoffe ad oro e senza, cinture, borse da sposa, frontelle, Coluccio Balardi le comprò per centoquindicimila fiorini, e in capo a un anno le ebbe quasi spacciate. Egli teneva banco a Parigi, e Giovanni Vanno pure toscano a Douvres e a Cantorberì[319]; e già vedemmo i Bardi e i Peruzzi fiorentini essere creditori sopra il re d’Inghilterra d’un milione e mezzo di zecchini, e di centomila zecchini ciascuno sopra il re di Sicilia. Dino Rapondi di Lucca (1350-1414), mercante in Francia, avea case a Mompellieri, a Bruges ed a Parigi; la prima era l’emporio del vasto suo traffico col mezzogiorno d’Europa e gli scali di Levante. Avea palazzo a Parigi meraviglioso; commerciava di banca, cambio, metalli preziosi; servì molto a Carlo VI e Giovanni Senza-paura, secondandoli nelle imprese e nei delitti.
A Siena (popolata di centomila abitanti prima che la peste la restringesse appena a tredicimila, e dove i diarj testimoniano che in un anno si fecero ottanta par di nozze nobili e cento di buone case) i Salimbeni adottarono per stemma la fortuna e il motto Per non dormire; cavavano anche miniere d’argento e di rame nella maremma; nel 1337 fra sedici casate manteneano un camerlingo comune per amministrare le loro entrate, e per più anni a ciascun casato spartirono centomila zecchini. Un’imposta su quella città del due per mille onde pagare il conte Lando nel 1357, fruttò quarantamila zecchini: lo che manifesta un valore di venti milioni d’allora, rispondenti a ducento d’adesso.
Vuolsi che da commercio di carbone derivassero le smisurate ricchezze di Giovanni Medici, per le quali Cosmo suo figlio divenne il miglior negoziante di Europa. Di quale natura speculazioni fossero le sue s’ignora, ma ci si fa presumere lucrasse col commercio asiatico, coi prestiti e coi giri di banco[320]: e dicesi che quella casa occupasse trentamila persone in traffici e manifatture. Cosmo spese da quattrocentomila zecchini in chiese ed opere pubbliche. Lorenzo fu in procinto di capolevare, a malgrado del lauto suo commercio, per le insensate prodigalità de’ suoi fattori, i quali affettavano di fare il largo e il magno come il loro padrone; laonde sodò grossi capitali in possessi stabili, rompendo molti fili del commercio fiorentino.
Ma era sullo scocco l’ora che gl’Italiani cesserebbero d’essere unici fattori del commercio. Le manifatture che ne’ paesi esteri noi stabilivamo, per quanta gelosia vi si mettesse, servivano di scuola agli emuli. I Medici, invece di continuare a trarre la lana greggia dall’Inghilterra, la fecero filare e tessere colà; allorchè essi usurparono il dominio, i tanti fuoruscititi propagarono i lavorieri di fuori; quando poi Pietro ritirò gl’ingenti capitali d’in sul commercio, i Fiorentini non poterono più reggere la concorrenza de’ forestieri, che aveano anch’essi accumulato capitali, e imparato la magìa del credito. All’estendersi dell’industria cessavano i privilegi, fondati sull’inoperosità degli altri popoli, la gelosia dei quali ritorse contro noi le arti medesime che noi avevamo inventate contro di loro; e Ferdinando il Cattolico di Spagna impose un dieci per cento su quanto asporterebbero i Veneziani, i quali rimasero vittime del sistema esclusivo che essi avevano introdotto.
Danni più durevoli doveano venire dagl’incrementi della navigazione, dovuti ad Italiani.
CAPITOLO CXXV. Viaggiatori italiani. Colombo. Le scoperte.
Delineare la terra su globi e mappe già sapeano i Greci, e dopo Marino da Tiro vi tracciavano le longitudini e le latitudini, per quanto grossolanamente, cioè collocavano i paesi al posto determinato dalla loro elevazione sopra l’equatore, e dalla loro distanza da un meridiano, preso pel principale. Quelle medesime denominazioni indicano come la terra non si credesse rotonda, ma molto più lunga da levante a ponente che non larga da mezzodì a settentrione. Smisurata superficie piana circondata dal mare e divisa in cinque zone; le due gelate agli estremi e la torrida nel mezzo erano inabitate e inaccessibili, di modo che a noi abitanti d’una zona temperata niuna comunicazione era possibile con quelli dell’altra. Nè questa nostra tampoco aveasi tutta esplorata, e imperfettamente si conoscevano le regioni d’Europa a levante della Germania, la Prussia, la Polonia, la Russia: dell’Africa sol quanto è lambito dal mare Mediterraneo e dal golfo Arabico: dell’Asia restava ignota la regione di là dal Gange, quella dove erravano Sarmati e Sciti, e la Cina, dove pur fioriva da antichissimo un impero ancor più meraviglioso del romano. Negli spazj inaccessi ognuno collocava paesi e uomini favolosi, e massime quelle contrade felici, che supportano essere o il primo soggiorno degli uomini nell’età dell’oro, o il postumo delle anime virtuose.
I Barbari che invasero l’impero romano, sprovvisti di marina e occupati a conquistare e stanziarsi, non aggiunsero alla geografia se non la cognizione dei paesi dov’essi aveano da prima avuto stanza. Il feudalismo legava gli uomini alla propria terra: e se la fede spinse alcuni missionarj in terre inesplorate, principalmente della Germania, e i pellegrini a visitare, poi a conquistar Terrasanta, le loro descrizioni erano più dirette ad alimentare la pietà che a chiarire la scienza. Gli Arabi dopo Maometto largamente viaggiarono a propagare la loro religione o stabilire commerci, e visitarono la Cina pel Cabul e il Tibet, mentre di colonie occupavano tutto il lembo orientale dell’Africa, e s’addentravano anche in quel continente.