Di varj viaggiatori italiani ci accadde menzione, quali i frati spediti dai papi ai Mongoli, Alessandro e Alberto Ascellino, Giovanni da Piano Carpino e Oderico da Pordenone, che penetrò fino a Peking (Cap. XCIII, in princ.). Il 1309 moriva in Santa Maria Novella a Firenze frà Nicoldo da Montecroce, fiorentino, che avea girato l’Asia convertendo Saracini e descrivendone i costumi e le sêtte. Molti altri intrepidi missionarj visitarono certamente paesi ignoti, ma badando solo al frutto delle anime, non si brigarono di darcene contezza; e basti citare Alberto da Sarzana, celebratissimo predicatore e teologo, che da Eugenio IV fu spedito due volte in Egitto, in Etiopia, in Armenia per trarre i fedeli di colà al concilio di Firenze.

Da altri impulsi fu mossa la famiglia veneziana del Polo. Nicolò e Maffeo mercadanti verso il 1250 passarono da Costantinopoli a Soldania, indi alla corte mongola di Capciak, poi con un persiano ambasciadore raggiunsero a Kan-fu l’orda di Cubilai-kan, successore di quel Gengis-kan che aveva esteso il suo dominio dal cuore dell’Asia fino alla Cina. Cubilai accolse con maniere di cortesia i due italiani, volle essere informato de’ costumi e della religione de’ loro paesi, e «come l’imperadore mantenea sua signoria, e come mantenea l’impero in giustizia, e de’ modi delle guerre e delle osti e delle battaglie di qua, e di messer lo papa e della condizione della Chiesa romana, e dei re e de’ principi del paese... E quando il gran kan ebbe inteso le condizioni de’ Latini, mostrò che molto gli piacessono», e gl’incaricò che, tornando al papa, il richiedessero di mandargli persone dotte nelle arti liberali affinchè dirozzassero le sue genti. Diè loro pertanto lettere e una lastra d’oro o dorata, portante ordine a tutti i sudditi di rispettarli, e fornirli di vetture e di scorte, franchi di spesa per tutte le sue terre.

Traverso all’Asia giunsero ad Acri, d’indi a Venezia, ove Nicolò trovava di quindici anni il figlio Marco, che avea lasciato nell’utero materno. Vacando allora la sede romana, nè potendo prolungare gl’indugi, furono di ricapo in Palestina, ove presentarono l’ambasciata a Tibaldo Visconti cardinale legato; e poichè in quell’istante appunto arrivò l’avviso che questo era assunto alla tiara, esso li munì di lettere e della compagnia di Nicolò da Vicenza e Guglielmo da Tripoli carmelitani, letterati e teologi.

Per mezzo ai pericoli cagionati dall’invasione di Bibars nell’Armenia, passarono i cinque Cristiani sino a Kan-fu, dove ragguagliarono il kan dell’ambasciata. Marco, giovane svegliato, restò attonito d’un mondo così differente dal nostro, e cominciò a notare quanto pareagli degno di ricordo, e «ch’egli seppe più che nessuno uomo che nascesse al mondo». Da Cubilai tenuto in gran capitale, fu posto fin assessore del consiglio privato, e spedito a raccorre notizie statistiche nell’impero e ad importantissime legazioni e governi. Stavano ambasciadori in Persia i Poli quando intesero la morte di Cubilai, onde risolsero tornare in cristianità; e rividero la patria, per la quale combattendo a Cùrzola, Marco restò preso da un legno genovese; e tenuto prigione, consolò la cattività raccontando «diverse cose secondo ch’elli vide cogli occhi suoi; molte altre che non vide, ma intese da savj uomini e degni di fede; e però estende le vedute per vedute e le udite per udite, acciocchè il suo libro sia diritto e leale e senza riprensione. E certo credi, da poi che il nostro signor Gesù creò Adamo primo nostro padre, non fu uomo al mondo che tanto vedesse o cercasse, quanto il detto messer Marco Polo». Reso alla libertà e alla patria, morì carico d’anni; e la sua Relazione[321], volata tosto per Europa, valse a invogliare a nuove scoperte, le quali poi confermarono la veridicità d’un libro, che mai non mente anche quando s’inganna, e che prima erasi creduto esagerazione, a segno che glie n’era venuto il titolo di Milione.

Certamente nessuno ebbe miglior agio di esaminare la Cina e il Giappone; e fin oggi esso rimane fonte d’importanti notizie intorno ai Mongoli e al loro governo, ed ai paesi centrali ed orientali dell’Asia: ai contemporanei poi qual doveva eccitar interesse il ragguaglio della civiltà bizzarra de’ popoli al cui nome tremavano, e delle strane contrade da cui traevano le gemme, le porcellane, le spezie, le seterie! Le sue descrizioni apersero il campo a fantasie nuove, innestandosi le asiatiche alle nostre tradizioni; e potentissimo eccitamento diedero ai viaggi di scoperta del secolo XV.

Anche Nicolò Conti viaggiò venticinque anni in Oriente; e avendo rinnegato la fede per salvare la vita, ne chiese perdonanza ai piedi di Eugenio IV, il quale in isconto gl’impose raccontasse i suoi viaggi colla massima fedeltà al Poggio fiorentino, da cui abbiamo una succinta relazione, che lascia appena accertare la traccia di lui fino a Giava e al Seilan, eppure è fedele ritratto dei costumi indiani. Caterino Zeno stese commentarj del viaggio che fece in Persia, come dicemmo, per sollecitare quel re a romper guerra ai Turchi. Al qual uopo fu pure, nel 1471, spedito con vasi d’oro e stoffe di Verona Giosafat Barbaro sopra due galee perchè attraverso l’Armenia e il paese dei Curdi arrivasse a Tebris e a Cassan, ma egli non vi giunse, per quanto incalzato: però reduce, da uom d’ingegno e di retto intendimento ci diede un ragguaglio, ove primo alla moderna Europa fece conoscere que’ paesi. V’andava pure ambasciatore Leopoldo Battoni per Trebisonda, e nel 1474 Ambrogio Contarini per la Polonia, la Russia, la Colchide, il Fasi, la Georgia, la Mingrelia, l’Armenia: tornando pel Caspio e trovato presa Caffa dai Turchi, salì da Derben a Mosca fra un paese selvaggio, e riscosso denaro dal gran principe per conto della patria, per la Germania rimpatriò due anni dopo: viaggio arditissimo per le scarse cognizioni d’allora, e fra le minaccie di gente barbara e i sospetti de’ Turchi; e ne lasciava un’informazione curiosa[322].

Pietro Quirini veneto negoziante a Candia, veleggiando alle Fiandre nel 1431, fu da spaventevole bufera gettato di là delle Sorlinghe, naufrago prese terra sulle estreme coste scandinave, donde ritornando per la Svezia, la Norvegia, l’Inghilterra, la Germania, raccontò in modo commovente le sue disgrazie, come pur fecero i suoi compagni Cristoforo Fioravante e Nicolò Micheli. Gironimo San Stefano nel 1496 per speculazioni s’incamminò da Genova verso le Indie, passando pel Cairo, il mar Rosso, e fino al Pegù, al cui re vendette con iscapito le proprie mercanzie; reduce a Camboja, si acconciò con un mercante di Damasco; ad Ormus si unì ad Armeni diretti a Tebris; per mare si condusse nel Laristan, provincia persiana, ove soleano approdare le navi spedite dall’imboccatura dell’Eufrate per l’India; nel paese degli Azameni aspettò le carovane, e per Ispahan, Kasbin, Soldania pervenne a Tebig, donde ad Aleppo. Luigi Rominotto perlustrava l’Asia e le coste d’Africa, ma non ci ragguaglia di nuove regioni: e maggior conto merita il periplo del mar Rosso e dell’Indiano, steso da un anonimo che nei 1538 assisteva con Solimano granturco all’assedio del castello di Diu, difeso dai Portoghesi.

Nel 1374 Luchino Tarigo ed altri poveri avventurieri genovesi, da Caffa con una fusta armata risalito il Tanai fin dove nol disgiungono dal Volga che sessanta werste, trascinarono per quella lingua di terra la fusta, e messala sul gran fiume scesero al Caspio, e si arricchirono corseggiando[323]. Giorgio Interiano loro concittadino vide e descrisse i costumi de’ Circassi, fu il primo che portasse alcuni platani a Venezia, e fantasticava la probabilità dell’arrivare dall’Oceano nel mar Rosso[324]. Il Boccaccio dà vanto ad Andalon del Negro pur genovese d’avere percorso quasi tutto il mondo[325]: e il Petrarca loda Giovanni Colonna, spatriato per le risse de’ suoi con Bonifazio VIII, d’avere viaggiato lontanissimo, e «avresti anche trascesi i limiti della nostra zona abitabile, e varcato l’Oceano, saresti giunto agli antipodi»[326]; frasi, donde non può trarsi veruna contezza precisa.

Oggimai si tiene per provato che i Normanni, arditissimi corsari, avendo popolate le isole Feroe, l’Islanda, la Groenlandia nell’estremo settentrione dell’Europa, di là si spingessero di proposito, o fossero cacciati dal caso sull’altro continente, e appunto nelle terre che più tardi furono chiamate la Carolina e il San Lorenzo. Nicolò e Antonio Zeno, fratelli di quel prode Carlo che salvò la patria, verso il 1380 si elevarono fin alle coste della Groenlandia e a coteste altre scoperte de’ Normanni, e ne stesero un’informazione, che Nicolò Zeno lor discendente dice avere stracciata per fanciullesca inconsideratezza, e pretese valersi della memoria e d’altri amminicoli per darne nel 1558 un ragguaglio. Voi vedete come poco sia degno di fede; pure ci resta la mappa delle terre da loro vedute: è corredata di gradi geografici, e fa supporre il maneggio dell’astrolabio; ed ha questa singolarità, che, più di mille miglia ad occidente delle Feroe, mostra due coste, nominate l’Estotilandia e Droceo, le quali non potrebbero essere se non Terranuova e la Nuova Inghilterra, e diceansi indicate da naufraghi.

Tali viaggi non assumeansi, lo vedete, per intento scientifico o per iscoprire; ma delle costoro informazioni vi era chi traea profitto per formar delle mappe. L’unica che i Romani ci abbiano lasciata, è la Tavola Peutingeriana, rozzissimo disegno fuor d’ogni proporzione, ritraendo la terra sulla lunghezza di ventidue piedi e la larghezza appena d’uno, ma che dovea bastare come carta itineraria. In Italia quest’arte progredì, e nove mappe geoidrografiche di Pier Visconti genovese del 1318 conserva la biblioteca di Vienna con altre di Grazioso Benincasa anconitano del 1480[327]. Vuolsi che già dal 1300 i Veneziani segnassero i gradi sulle carte marittime; e di Veneziani sono lode le cinque carte di Marin Sanuto che accompagnano i Secreta fidelium Crucis (Cap. XCIII), dove l’Africa si disegna triangolare e breve, ma con evidente comunicazione dal Grand’Oceano al mar Rosso; il planisfero del Pizzigano del 1367, fatto a penna con diligenti miniature, e colla rosa dei venti[328]; le dieci carte di Andrea Bianco del 1436, che danno delineato il Giappone, l’Estotiland, le Antille, il Brasile, parte del Canadà. Nel 1440 frà Mauro camaldolese in San Michele di Murano delineava in un planisfero tutto il mondo allora conosciuto, sparso di figure e descrizioni, e dove la terra empie un gran circolo, attorniata dal mare; centro n’è Gerusalemme; il settentrione abbasso, in alto il sud; vi è tracciato tutto il viaggio di Marco Polo, e ciò che importa agli eruditi, il capo Verde, il capo Rosso, il golfo di Guinea, e il girabile vertice dell’Africa[329]. Il re di Portogallo incaricò esso frà Mauro d’un planisfero, di cui potessero giovarsi quelli che mandava a tentare scoperte.