Nella Rason del martologio, codice del 1428 o poco poi, che conservasi a Venezia, è spiegata la regola de navegar a mente, applicando la trigonometria alla nautica; il raggio è ridotto in decimali, anzichè in sessagesimi; si adoprano le tangenti nelle operazioni trigonometriche, ben prima del Regiomontano che se ne fa scopritore. La reale libreria di Parma ha un mappamondo coll’iscrizione Becharias civis januensis composuit hanc tabulam anno Domini millesimo CCCCXXXVI, dove sono indicate la prima volta con qualche precisione le Canarie e Madera. Un’altra carta marina su pergamena fu compita il 1455 da prete Bartolomeo Pareto genovese, ponendo Genova come la città più grande, e il suo San Giorgio effigiando sopra tutte le colonie del mar Nero.

Erasi intanto migliorata l’arte del navigare, del costruire le navi e dirigerle, e spingerle anche con vento sinistro. La proprietà dell’ago calamitato di volgere a settentrione forse non era sconosciuta agli antichi, ma furono primi gli Amalfitani, e dicono un Flavio Gioja nell’xi secolo, a valersene come di strumento costante onde precisare la direzione de’ viaggi. Con questo si potè osare d’avventurarsi nell’alto, dove più non si scorgono terre; ed alcuni si spinsero fuori dello stretto di Gibilterra, al quale gli antichi, chiamandolo colonne d’Ercole, aveano posto il non plus ultra; e abbandonando le coste spiegarono le vele in alto mare. Fin dal 1281 Vadino e Guido Vivaldi salpavano da Genova con due galee col proposito di girare l’Africa, e giungere per di là nelle Indie. Una diede nelle secche alla Guinea, l’altra giunse nell’Etiopia, ma fu catturata, e un solo marinajo campò, i cui discendenti, censettanta anni dopo, ritrovò in Abissinia il genovese Antoniotto Usodimare. Pietro d’Abano e Cecco d’Ascoli famosi astrologi soggiungono che tale notizia invogliò Teodosio Doria e Ugolino Vivaldi a mettersi, nel 1292, con due Francescani per lo stesso cammino, donde non furono più di ritorno[330]. Altri Genovesi di quel tempo scopersero le isole Canarie nell’oceano Atlantico[331]. Nicoloso da Recco, capo d’una spedizione diretta a quella volta, nel 1341 ne diè contezza in Siviglia a mercadanti fiorentini, dai quali l’ebbe e la registrò il Boccaccio[332]. Forse da Genovesi furono trovate anche le isole Azzore, e si era dato il gran passo collo staccarsi dalla costa, avventurarsi al largo, dissipare la paura del mare tenebroso, inguadabile.

Da questi tentativi presero voglia e coraggio Spagnuoli, Portoghesi, Baschi a scoprire regioni nuove, fosse a dilungo della costa occidentale dell’Africa, fosse in mezzo all’Oceano. Principalmente l’infante Giovanni di Portogallo, erudito in tutte le scienze del suo tempo, si piantò presso al capo San Vincenzo, e di quell’estrema punta occidentale d’Europa volle far quasi una vedetta donde esplorare mari intentati, e vi stabilì un’accademia marittima. Uno de’ primi suggerimenti di questa fu l’astrolabio di mare, grande anello metallico, sospeso ad un altro fisso alla parte superiore dello stromento, e con traguardi disposti in modo, da determinare i gradi d’altezza del sole e riconoscere la propria situazione, anche quando siasi perduta di vista la terra. Stava fitto in mente a quel principe che, seguitando a dilungo la costa africana, s’arriverebbe a un punto ov’essa dà volta verso levante e settentrione, e per di là si giungerebbe alle Indie; e ostinandosi contro le beffe e l’incredulità di coloro che al primo tentativo fallito si scoraggiano, seguiva a mandar navi, le quali sempre più avanzavano giù per la costa africana.

Alvise Ca de Mosto patrizio veneto, corso già molte volte il Mediterraneo, mentre tornava dalle Fiandre il 1454, si trovò cacciato da un rifolo di vento al capo San Vincenzo; e il principe Enrico, saputo l’arrivo di quelle galee, mandò a chiedere con istanza se alcuno volesse pericolarsi ad una spedizione oceanica. Arrise la proferta al Cadamosto, il quale, avuta una caravella, sciolse ai 22 marzo 1455, toccò Madera, le Canarie, capo Bianco, e al voltare del capo Verde s’imbattè in due altre caravelle, una delle quali capitanata da Antoniotto Usodimare, egli pure in traccia di paesi e più di ricchezze. Messisi di conserva, procedettero fino allo sbocco del Gambia; ma l’insubordinazione della ciurma, sgomentata dagli attacchi de’ Negri o dal pregiudizio che i cibi di questi fossero letali ai Bianchi, gli obbligò a dar volta. L’anno che venne, il Cadamosto, ripreso passaggio con Antoniotto, si trovò spinto alle inesplorate isole di capo Verde e fin al Rio Grande. Da uomo esperto e sincero ce ne diede un ragguaglio, che è il più antico di navigazioni moderne: forse già prima avea steso il portolano dell’Atlantico, del Mediterraneo e dell’Adriatico. Antonio da Noli genovese riconoscea poi meglio le isole di capo Verde nel 1462.

Intraprendentissimi erano dunque i nostri navigatori, ma forse in questa, come in tutte le altre imprese, mancarono della perseveranza: mediante la quale invece i Portoghesi si videro premiati, quando alfine, nel 1486, con Bartolomeo Diaz diedero volta al capo di Buona Speranza, cioè all’estremo vertice dell’Africa, e con Vasco de Gama nel 98 giunsero per mare nell’India, dove i nostri si spingeano per così lungo e tortuoso pellegrinaggio.

Emanuele re di Portogallo pensò che le primizie delle sue conquiste fossero dovute a Dio, sicchè mandò al papa un elefante dell’India mirabilmente grosso, un pardo, e una pianeta tempestata di gemme, di tal bellezza qual mai non erasi veduta[333]. Perocchè ancora valeano le idee del medioevo; e l’intento professato di tali spedizioni era il guadagnare anime alla fede, e trovare quel Prete Janni, che i viaggiatori aveano dato come pontefice d’un popolo cristiano, isolato tra gli infedeli (Cap. XCIII, in princ.): al papa chiedeasi l’investitura delle nuove isole, delle quali, secondo il diritto d’allora, a lui spettava la sovranità: e Martino V privilegio di plenaria indulgenza chi perisse in que’ tragitti, che doveano tante anime redimere col battesimo, incivilire col vangelo.

Tali tentativi fissavano l’attenzione d’un Genovese che tutti dovea superarli, perchè più perseverante. Nato di nobile casa piacentina, che impoverita nelle guerre di Lombardia, erasi applicata al commercio delle lane[334], Cristoforo Colombo, fatti i suoi studj e messosi presto nella marina, vi si segnalò per coraggio e abilità, aggiungendovi cognizioni geometriche, astronomiche, cosmografiche. Dopo comandato navi napoletane e genovesi, stette in Portogallo, dove i Lombardi (come chiamavansi tutti gli Italiani) erano bene accolti; cupidamente raccogliendo quanto si diceva e progettava, s’allargò a ben maggiore concetto; e mentre i precedenti non faceano che conquiste d’esperienza, seguitando la costa occidentale d’un continente a piramide, di cui la orientale era frequentatissima dagli Arabi, Colombo ideò una conquista di riflessione, cioè di giungere in Asia per via opposta: gli altri andavano tentone dietro a un fatto; egli spingeasi dietro un’idea, una fede. Forse viaggiò sino alla Guinea, forse fu nell’Islanda, ove potè aver contezza di terre giacenti oltre l’Oceano, e dai racconti, dalle fantasie, dai calcoli, dai testi traeva pascolo a congetture, che presto mutò in persuasioni.

Che la terra fosse sferica e abitata anche nella parte opposta alla nostra, l’aveano già insegnato nella bassa Italia i Pitagorici, poi ripetuto altri savj anche di recente, comunque la scarsezza di libri lasciasse altri nei classici pregiudizj; e l’induzione veniva di suo piede dacchè sapevasi non essere il peso che la tendenza al centro della terra[335]. Uno potrà dunque passare da un meridiano all’altro sia che si diriga a levante, sia che a ponente, e le due strade saranno complemento una dell’altra. Il circuito della terra è diviso, secondo Tolomeo, in ventiquattro ore da quindici gradi ciascuna: i quindici da Gibilterra fino a Tina in Asia erano già conosciuti agli antichi; d’un altro s’inoltrarono i Portoghesi: non rimangono perciò che otto ore, cioè un terzo della circonferenza del globo. I filosofi asseriscono che la superficie de’ mari è un settimo appena dell’arida: adunque non resterà che piccola parte dell’Atlantico a traversare per raggiungere il continente dell’India, le invidiate terre delle spezie e dell’oro, il Catai, Cipango, le altre regioni, del cui nome e delle cui meraviglie era stata empita l’Europa dal Milione di Polo. Più dunque che pel levante, è facile giungervi per ponente[336]. Le cinquecento miglia di mare che credeasi dover traversare, erano ancora eccessive alla scarsa arte d’allora; ma probabilmente tra via s’incontrerebbero isole, delle quali una vaga fama trasmetteasi fra i naviganti.

Altre induzioni, d’origine ecclesiastica, davano al mondo non più che cencinquant’anni ancora di durata; e poichè è scritto che il suono del vangelo uscirà per tutta la terra, Iddio dev’essere sul punto di aprire l’India da quest’altra banda, acciocchè vi si predichi Cristo, e se ne traggano tesori, coi quali riscattare Terrasanta dai Turchi e tante anime dal purgatorio.

Ognuno appoggia i proprj concetti cogli argomenti del tempo; e Colombo ne raccoglieva per la fede dei teologi, per l’avidità dei re, pei pregiudizj dei naviganti, per la pedanteria degli eruditi, per la scienza de’ matematici. Fra gli astronomi di quel tempo godea nome Paolo del Pozzo Toscanelli, che in Firenze sua patria fece il più elevato gnomone del mondo in Santa Maria Novella. A lui, già consultato dai principi di Portogallo, si diresse Colombo per lume e consigli, e questi gli rispose una lettera appoggiandolo di autorità e di calcoli; gli abbozzò una carta navigatoria, ove da Lisbona a Quinsay (città rivelata da Marco Polo) segnava sedici gradi da ducencinquanta miglia ciascuno; e — Il tuo disegno parmi nobile e grande, e ti prego quanto so a navigare da oriente ad occidente».