Il papa, molte volte lo ripetemmo, era considerato signor supremo dei mari e delle isole: in forza di che, Martino V aveva conceduto al re di Portogallo quanti paesi si scoprirebbero dai capi Bogiador e Non fino alle Indie. Nessuno allora prevedeva che fra questi s’incontrerebbe nulla meno che un mezzo mondo; sicchè Spagna e Portogallo vennero a diverbio sul possesso di questo. Invece di strapparselo colle armi, compromisero la quistione in papa Alessandro VI, il quale segnò un meridiano, distante cento leghe dalle isole Azzore e dal capo Verde, e i paesi di là da quello attribuiva alla Spagna.
Prima che tale controversia fosse composta, erasi adunata una giunta per discuterla, e in essa aveva parte il nostro Cabotto, il quale dagli Spagnuoli ebbe l’incarico d’un nuovo viaggio, in cui rimontò il gigantesco Rio della Plata. Fatto poi gran piloto d’Inghilterra, e presidente della compagnia istituita onde tentare il passaggio pel nord-ovest, in quell’isola morì onorato. Il gran problema che girava per la mente dell’illustre Veneziano, non fu risolto che jeri. Sant’uomo (good aldman), come lo intitola Ricardo Eden suo amico, morendo diceva sapere per rivelazione divina un metodo infallibile di trovare le longitudini; e forse intendeva mediante la deviazione dell’ago magnetico, la quale si vorrebbe da lui scoperta[339]. Anche Giovan Verazzani navigatore fiorentino fu adoprato da Francesco I onde tentare pel nord un passo alle Indie, costeggiò la Terranuova, conobbe la Nuova Francia, e più di settecento miglia di costa esplorò.
Americo Vespucci, nato di buona casa a Firenze, poi fattore nella banca di Gioannotto Berardi a Siviglia, divenne spertissimo marinajo e buon cosmografo, eseguì diversi viaggi per commissione del Governo spagnuolo, dal quale fu assunto primo piloto alla morte di Colombo; e colmo d’onori morì a Siviglia il 1512. Niuna impresa capitale egli compì, ma in lettere dirette a Renato duca di Lorena e a Lorenzo di Pier Francesco Medici, diede delle sue navigazioni un ragguaglio gonfio e confuso, con ostentazione di scienza e con apparenza d’uomo che compila scritti altrui. Firenze lo lesse con avidità, e gli decretò il fanale, cioè che davanti alla casa di lui si accendesse un falò per tre giorni e tre notti, come in antico solevasi ai benemeriti della patria, e tutte le case si dovessero illuminare e più i palazzi[340]. Quella informazione fu subito messa a stampe, e perchè fu la prima che si pubblicasse, venne cercatissima, tradotta in varie lingue, talmente che i paesi nuovi si chiamarono la terra d’Americo, e il costui nome prevalse a quello del vero scopritore. Nol chiameremo per ciò falsatore e plagiario della gloria altrui, ma vi riconosceremo uno degli accidenti della gloria, tanto capricciosa nelle sue distribuzioni.
Antonio Pigafetta vicentino, trovandosi in Ispagna al seguito di Francesco Chiericato ambasciatore della corte di Roma, partì collo spagnuolo Ferdinando Magellano per un viaggio all’estremità meridionale dell’America, e, datovi la volta il 21 ottobre 1520, compiva il primo giro del globo. Il viaggio era stato finito in millecentoventiquattro giorni; e la nave tratta in secco, fu conservata qual monumento della spedizione più arrisicata. Pigafetta fu accolto a Monterosi da papa Clemente VII, per cui istanza egli stese un racconto di quel giro, con poca esattezza e molta credulità, ma prezioso in mancanza d’ogni altro, e anche piacevole per la contezza di tanti paesi nuovi, e pel primo vocabolario di lingue parlate da Indiani. Con Magellano erano a quel passaggio anche Leone Pancaldo, Battista da Polcévera e un Baldassarre genovesi. Un altro genovese, Paolo Centurioni, proponeva a Basilio czar delle Russie un nuovo cammino alle Indie, venendo per acqua fin al Caspio, e dal Caspio pel Volga ed altri fiumi al Baltico, onde recare più presto e direttamente ai Settentrionali le droghe, senza ricorrere ai Portoghesi[341]. Così, intanto che la patria tempestava fra gravi sciagure, molti nostri, e principalmente genovesi, andavano ad ardite scoperte, delle quali l’Italia non doveva giovarsi: piloti genovesi fecero la prima circumnavigazione, designata dal nome di Magellano; altri tentarono il passaggio polare.
Col solito carico erano partite le galee di traffico veneziane per distribuire le droghe ne’ porti dell’Oceano, quando Piero Pasqualigo, ambasciatore a Lisbona, diede avviso alla Signoria che i Portoghesi aveano schiuso un altro varco alle Indie, ed offrivano le spezie ed il legname di costruzione a più fiorito mercato. Fu tenuto come pubblico disastro dalla repubblica, e si pensò al riparo non colla generosità che si eleva a vantaggiare se stessi col vantaggio altrui, bensì coll’egoismo che impaccia e pregiudica. Spedirono a insusurrare al soldano d’Egitto che gravi pericoli deriverebbero al suo paese e alla religione maomettana dalla prossimità di que’ nuovi e intraprendenti mercadanti, e gli offrivano braccia, consigli, armi per esterminarneli. Egli di fatto il tentò, unito ai principotti di Cambaja e di Calicut; ma il valore di Vasco de Gama, poi dell’Albuquerque dissipò le resistenze.
Consiglio più generoso e insieme più profittevole alla repubblica sarebbe stato il mettere in comunicazione il Mediterraneo col mar Rosso traverso all’istmo di Suez, o all’Egitto pei canali del Nilo; e non mancò chi lo suggerisse: ma forse lo impedì quell’empia lega, in cui tutt’Europa si strinse allora appunto per distruggere Venezia.
Il commercio, che i Portoghesi allora cominciarono coll’Asia, differiva da quel di Venezia in quanto questa lo permetteva a qualunque cittadino, escludendo gli stranieri, mentre i Portoghesi lo teneano come proprietà della corona; quella non negligeva l’industria interna, mentre i Portoghesi lasciarono deserte le manifatture e le campagne per usufruttare le colonie orientali. Gl’Inglesi perseverarono a comprar le droghe dai nostri; ma un equipaggio veneto di millecinquecento tonnellate, che nel 1587 naufragò sopra l’isola di Wight, fu l’ultimo che approdasse in Inghilterra, avendo la regina Elisabetta ottenuti pe’ suoi dal granturco tutti i privilegi di cui fruivano i Veneziani.
Presto dalla Sicilia passò la coltura dello zuccaro in America, che ne divenne la principale produttrice; di là vennero a noi molte nuove piante e derrate, molti usi ed abusi, e vizj e comodità e morbi. È generalmente accettato che l’inglese Raleigh portasse pel primo in Europa il pomo di terra nel 1586; ma il celebre botanico l’Ecluse (Clusius), che primo descrisse quel tubero nel 91, asserisce averne fin dall’88 coltivato nel suo giardino alcuni ricevuti dall’Italia, ove da qualche tempo servivano di cibo agli uomini e agli animali domestici.
Ma noi avevamo cessato d’essere i fattori dell’Europa; non un palmo di terra acquistammo in quel mondo, che un nostro avea scoperto e un altro denominato; non ajutammo le successive indagini: vero è che restammo mondi del sangue e delle atrocità che le accompagnarono.
Le scoperte schiudeano un nuovo campo alla santa operosità de’ missionarj, che da Roma correano a piantar la croce dovunque gli avventurieri avessero cominciato la strage. Famosi principalmente riuscirono i Gesuiti nella Cina, e primi Gabriele Rogerio di Napoli, il Ricci da Macerata, il Pasio da Bologna, che educatisi nei costumi e nella lingua del paese strano, furono tollerati e donati, ed ottennero grandi successi di conversioni; anzi il Ricci scrisse un’opera in cinese, che lo fece porre fra i classici di quella difficile nazione. Prodigiosi effetti conseguì pure nel Malabar il padre Roberto de’ Nobili romano, che però col troppo mostrarsi tollerante dei riti nativi meritò la disapprovazione di Roma, e (strano accordo) quella de’ filosofanti. Da questi ed altri missionanti si ebbero le prime e le più esatte contezze di que’ paesi.