Gli ambasciadori nostri alle Corti straniere informavano i loro Governi delle scoperte, via via ch’erano risapute; i mercadanti ne faceano appunto sui loro mastri per l’alterazione che derivava al prezzo delle derrate. Gli eruditi, di mezzo ai loro studj sull’antico, sentivano agitarsi il mondo moderno; e mentre sulla fede dell’erudizione Colombo ostinavasi nel glorioso suo errore, Pietro Martire d’Anghiera milanese scriveva a Pomponio Leto: — Non passa giorno che non ci arrivino prodigi nuovi da questo nuovo mondo, da questi antipodi dell’Occidente, che un tal Cristoforo genovese ha scoperti. Credo bene che tu abbia trasalito d’allegrezza, e a stento ti sia frenato dalle lagrime quand’io per lettere t’informai dell’orbe dianzi nascosto. Qual cibo più soave di questo a sublimi ingegni? Da me lo misuro, che sento bearmi lo spirito quando ragiono con alcuni tornati di colà. Tuffino l’animo in accumular dovizie i miseri avari; noi allietiamo le menti nostre nella contemplazione di siffatte meraviglie. E che fecero di più i Fenicj quando in regioni remote riunirono popoli erranti, e fondarono altre città? Ai tempi nostri era serbato vedere allargarsi di tanto le nostre concezioni, e tante cose insolite apparir d’improvviso sull’orizzonte»[342].

Esso Pietro Martire pubblicò tre decadi De rebus oceanicis, che volle far credere scritte man mano che le informazioni giungevano[343], e il cui vanto riponeasi nell’aver saputo designare con parole classiche paesi e cose nuove. Dalle lettere del Colombo De insulis Indiæ nuper inventis trasse un rozzissimo poema in ottave il canonico Giuliano Dati fiorentino[344], autore d’altri scrittarelli destinati a popolarizzare le scoperte. Di que’ viaggi poi una raccolta stampò il Fracanzano di Montalboddo a Vicenza nel 1507 col titolo di Mondo nuovo e paesi nuovamente trovati da Alberico Vesputio fiorentino; Antonio Manuzio un’altra de’ viaggi di Veneziani. Giovan Battista Ramusio, nato da Paolo letterato celebre, usato in molte legazioni, sperto di varie lingue, concepì principale amore per la cosmografia, e ne teneva accademia in sua casa a Venezia; e dei ragguagli che correano fece la miglior raccolta col titolo Delle navigazioni e viaggi... nelle quali con relazione fedelissima si descrivono tutti quei paesi che da già trecent’anni finora sono stati scoperti, così di verso levante e ponente come di verso mezzodì e tramontana, più più volte ristampate, dopo la prima di Venezia del 1550. Anche Livio Sanuto raccolse le migliori notizie delle scoperte, e s’un globo rappresentò tutto il mondo conosciuto, sicchè può considerarsi il primo che correggesse le antiche carte. Sventuratamente delle sue non si salvarono che dodici, pubblicate postume nel 1586, incise dal fratello Giulio; e l’Africa vi è ritratta con esattezza tale, che appena dalle recentissime scoperte potè essere migliorata.

Alessandro Geraldini da Amelia nell’Umbria militò in Spagna, fu coppiere della regina Isabella, poi entrato ecclesiastico, educò quattro principesse che divennero regine; favorì i divisamenti del Colombo confutando i sofismi teologici che lo contrariavano; adoperato molto in diplomazia presso quasi tutte le corti d’Europa, finì vescovo di San Domingo in America. Scrisse molte opere di teologia, esortazioni ai Cristiani contro i Musulmani, e l’itinerario alle Antilie, con ragguagli sulle antichità, i riti, i costumi, le religioni de’ popoli di Etiopia, d’Africa, dell’oceano Atlantico, dell’India. Asserisce però aver veduto e trattato popoli e re, che nessun altro menziona; dà perfino iscrizioni latine, che asserisce aver copiate in Africa, evidentemente false: sì poco allora aveasi cura dell’esattezza.

Altri continuarono viaggi. Giovanni da Empoli nel 1503 arrivava al Malabar. Filippo Sassetti fiorentino, buon matematico e discreto scrittore, visitò le Indie, e vorrebbesi il primo che avvertisse la declinazione dell’ago calamitato, che noi trovammo già prima indicata. Luigi da Vartema, gentiluomo bolognese, scrisse il suo viaggio in Levante, ristampato e tradotto in tutte le lingue. Mosso da Venezia dopo il 1500, visitò l’Egitto, la Siria, e nel 1503 imparato l’arabo, da Damasco colla carovana andò alla Mecca, soffrendo i disagi di quel tragitto, ammirando il gran mercato che vi si teneva, benchè declinasse dopo scoperto il passaggio marittimo all’India. Un Moro ch’era stato a Genova e Venezia, lo conobbe per italiano; nè al castigo serbato all’infedele che entra nella santa casa, potè sottrarsi se non fingendosi rinnegato, e bestemmiando i Portoghesi. Il Moro gli esibì di mettersi col re del Decan per fondere le sue artiglierie: ed egli, desideroso di avventure, accettò. Sbarcò a Aden, ma riconosciuto, fu messo in carcere; e solo col fingersi scimunito, e ricrear la regina colle sue buffonerie, potè campare. Allora visitò molte città dell’Arabia Felice, fendè la Persia, e giunse ad Ormus, a Herat, a Schiraz, centri di vivissimo traffico. Fece società con un mercante persiano, e dalle guerre impedito di giungere a Samarcanda, tornò a vedere altri paesi sino a Calcutta, dove stavano sin quindicimila mercanti forestieri. Il Vartema si estende a narrare i costumi dell’India, come uom che li vide in fatto, sebbene e spesso li frantendesse, e più spesso non osservasse quelle particolarità che ne formano il carattere. Seguitò a trafficar per que’ mari, e via fin al capo Comorin, all’isola di Seilan e al Bengala, indi al Pegù, a Sumatra, all’isola delle Spezierie, a Borneo, a Giava. Reduce a Calcutta, trova due Milanesi venuti nell’India co’ Portoghesi e disertati, coi quali s’accorda per fuggire dai paesi musulmani, e riesce a tornare fra i Cristiani. I Portoghesi l’ebber caro per le informazioni che offerse di regioni ignote, e gli agevolarono il ritorno a Lisbona, ove il re l’intitolò cavaliere; e di là tornò in patria il 1508.

Gaspare Balbi veneziano, negoziante di gioje, trovandosi ad Aleppo il 1579, risolse visitare l’Oriente; e condottosi a Bir sull’Eufrate, navigò questo fiume pieno di pericoli fin presso a Bagdad; da questa Babilonia nuova scese pel Tigri a Bàssora, donde a Ormus, osservando la pesca delle perle a Baharein, poi a Diu e a Goa, dove allora ingrandiva la potenza portoghese. La sua descrizione rispetto a storia e geografia non dilatò le nostre cognizioni, ma da mercante ch’egli era, informa a minuto del commercio, dei prezzi, delle direzioni. Da Goa traversò a Cochin, poi pel capo Comorin a San Tomé, notando i gran frutti delle missioni gesuitiche. Con mercadanti Portoghesi navigò nel Pegù, regno poderoso, che dominava quelli d’Ava e di Siam, e la cui capitale trovò grandiosa, qual rimase finchè i Birmani non la distrussero nel secolo passato. Quel principe, interrogatolo sul suo paese, e udito che governavasi senza re, volle sbilicarsi dalle risa, il regalò d’una coppa d’oro e tappeti cinesi, e ne comprò molti smeraldi, ricambiandoli con altre pietre e con pezzi di piombo che ivi scusavano la moneta. Passare ad Ava per farvi accatto di rubini non potè, in grazia d’una ribellione scoppiata, per la quale il re del Pegù chiamò a sè gli uffiziali e governatori, e sospettandoli d’intelligenze, li fece colle loro famiglie bruciare in numero di quattromila. Il Balbi potè vedere le trionfali solennità della vittoria, e marcie e pasti, dove i bianchi elefanti del re faceano segnalata comparsa. Ci dipinge quel popolo come mansueto, tollerante, educato dai buoni esempj de’ Talapoini, monaci austeri e caritatevoli, i quali non impedivano di farsi cristiani, dicendo che uno può esser buono in qualunque religione. Di là mandavasi argento al Bengala, riso a Malacca: sopratutto lavoravasi di cotone. Nol seguiremo nel ritorno e nella descrizione che fa delle usanze della costa del Malabar, donde per Ormus ripassò nel 1588 ad Aleppo, che avea lasciata nel 1579; e due anni dappoi pubblicava in patria il suo Viaggio alle Indie orientali, prezioso sì per la semplicità con cui acquista fede a’ suoi detti, sì perchè primo recò notizie dell’India transgangetica e particolarmente del Pegù.

Pier della Valle può dar la misura della corrività, se non della sfacciataggine de’ viaggiatori. Staccatosi da Roma col proposito di percorrere le principali parti del teatro dell’universo, provvisto d’entusiasmo e di fede ma non di critica, sopra un legno veneziano approda prima a Corfù, dove riverisce le reliquie di santo Spiridione, e dove gli è mostrato un discendente di Giuda Iscariote. A Zante vede una fontana, la cui acqua proviene dalla terraferma, sottopassando alle salse, per tal segno che una volta ne sgorgò una tazza d’argento. Da Troja, che ricostruisce con tanta facilità, mentre con tanto stento i moderni non v’arrivarono, giunge a Costantinopoli, e vede gran meraviglie, e n’ode di maggiori, quali le due immense cisterne, sopra cui stanno sospese Santa Sofia e l’ippodromo, sostenute solo da alcune file di pilastri. Harlais ambasciadore di Francia gli agevola l’entrata nel serraglio, ove bacia la mano all’imperatore, ma preoccupato dalle idee de’ costumi e delle Corti europee, nulla intende di quella. Nelle case vede usare pertutto una bevanda nera, che chiamano caffè, e i cui effetti gliela fanno somigliare alla nepente, con cui Elena calmava i tedj degli assediati Trojani. Nell’Egitto scorre colla Bibbia e col leggendario alla mano, pertutto vendemmia pie tradizioni, e viepiù accostatosi a Terrasanta: e que’ racconti anche sì grossolani attraggono per la buona fede e la semplicità onde sono dettati. Dopo che potè prostrarsi sul sepolcro di Cristo, e ricever la comunione su quello di santa Caterina, crebbe di pietà, e sbandì quanto di mondano conservava. Avviatosi colla carovana verso Babilonia, sente parlare della bellezza stupenda, del raro ingegno, dell’incomparabile virtù della figlia del maggior ricco di Bagdad: onde invaghitosene per fama, non d’altro studia che d’arrivarvi presto, e la ottiene in matrimonio, e riconduce a Roma la bella Maani Gioreida.

Jacopo Morelli, lodato bigliografo, stampò in pochi esemplari una dissertazione intorno ad Alcuni viaggiatori eruditi veneziani poco noti (Venezia 1803), i quali sono Paolo Trevisano, Giovanni Bembo, Pellegrino Brocardi, Ambrogio Bembo, Giovan Antonio Soderino; e minori Bartolomeo Dandolo, Bonajuto Albani, Teodoro Gradenigo, Nicola Brancaleone, Antonio Priuli, Carlo Maggi, Cechino Martinello. Altri avremo a mentovarne, ma scarsissima messe ci danno i nostri campi. Ben fa meraviglia come di tanti portenti, che doveano concitare le fantasie e l’estro, poche o niuna scintilla traessero le muse nostre, severe od amene: alcuni poemi su que’ gloriosi fatti ricalcano i modelli antichi; e le allusioni fattevi non attingono l’originalità, neppure in mano del Tasso e dell’Ariosto.

CAPITOLO CXXVI. La fine del medioevo.

Così accompagnammo il passaggio dall’età media alla moderna. La società stabilita sulla libera autorità, sulla devozione dell’uomo all’uomo, sulla infallibilità cattolica, sulla ecclesiastica gerarchia, cede dinanzi all’indipendente indagine de’ pensatori, al cavillo erudito de’ leggisti, alla risoluzione de’ popoli di stracciar le fascie entro cui crebbero, e dei re di non tollerare superiori. Cessata quella robustezza di Roma imperiale, che assorbiva l’uomo nello Stato, la Chiesa avea proclamato la propria indipendenza: gli uomini franchi, i signori feudali, i Comuni, le maestranze ne voleano altrettanta, arrogandosi l’autonomia della propria sfera, per modo che non si trova più la nazione, lo Stato, ma l’individuo col suo senno e colla sua coscienza. Al contrario, gli Stati moderni sin dal nascere inclinano in un senso opposto alla società cristiana e ai dominj barbari, accentrando i poteri maestatici, estendendo la sfera della regia attività a scapito de’ signori e dei Comuni.

A ciò erano ajutati dal desiderio d’ordine, di sicurezza, di protezione, ingrandito colle ricchezze e colla civiltà: ma ne derivava l’illimitata dominazione d’un uomo, giacchè tanti poteri concentrati non potendo più esercitarsi dal popolo, vengono affidati a un solo, e ne nasce la moderna assolutezza, ove l’individualità sparisce sotto i regolamenti, i diritti rimangono in arbitrio dei governi, e lo Stato dovendo regolare tutto ciò che interessa la maggioranza, più non conosce limiti nell’attività che si attribuisce, intacca perfino la proprietà coll’arbitraria imposta[345], surroga al concetto morale il calcolo del tornaconto, l’artifiziale autorità della magistratura alla naturale libertà di ciascuno, a un capo servito da poteri indipendenti l’idea dello Stato rappresentato da un uomo; insomma all’età cattolica sottentra l’età politica.