È però compiuta la missione provvidenziale del medioevo, qual era di sfasciare l’onnipotenza dello Stato sopra i corpi e le anime, restituire all’uomo l’importanza che prima non attribuivasi se non al cittadino, rintegrare le nazionalità particolari, e in queste le famiglie.

Da principio le famiglie de’ vincitori stavano raccolte in una imperfetta federazione, quale bastasse a tenere subordinate quelle de’ vinti; e al possedimento delle terre si annetteva la sovranità, che in conseguenza suddivideasi fra tanti signorotti, volgentisi nell’orbita propria, non trascinati in quella di un unico preponderante. Finite le invasioni, sui rottami dell’impero di Carlomagno erasi fondato un nuovo ordine di cose, medio fra la schiavitù antica e le libertà moderne, cominciarono a parlarsi lingue distinte, nelle quali prorompeano versi per esprimere le credenze, le passioni, i sentimenti. Allora i Comuni ampliarono esse famiglie, introducendovi i vinti come artigiani o anche solo come inquilini della città; poi via via abbracciarono la campagna e i servi, e formarono vorrei dire tanti nuclei, attorno a cui si cristallizzarono i decomposti elementi.

Fu questa la rivoluzione per cui l’Italia, prima che ogn’altra, cancellò le impronte della barbarie: rivoluzione casalinga, dove il governo passò dai re ai conti, dai conti ai vescovi, indi ai Comuni aristocratici, poi agli industriali, poi alle plebi, non cercando tanto la libertà civile quanto l’eguaglianza, e questa non nelle persone, ma nei corpi che eransi emancipati coll’oro e col sangue, senza però mai che si aggregassero ad un potere centrale. Fissando quel bulicame di persone e di Stati che, non ancora stretti a fasci, ed operanti più per sentimento che per la riflessione, esercitavano un’esuberanza di vita, in rapida e perpetua mobilità spingendosi, attraversandosi, sormontandosi, combattendosi per motivi ignoti, s’inaspa lo sguardo. Le cronache danno un motivo a ciascuno di quei fatti, un nome a ciascuno di quegli individui, e caratteri e passioni proprie; e soventi vi scorgiamo generosi fini, nobili interessi, pericoli vigorosamente affrontati, tanto da meritare più che gli eroi de’ grandi imperj l’attenzione di chi, qualunque ne sia il nome e le proporzioni, prende interesse all’uomo che lotta per la coscienza, per la libertà, per la patria. Ecco perchè il medioevo è così diversamente valutato: tanto più che le forme n’erano grossiere, e che all’induzione e alla deduzione prevaleva l’intuizione, fecondissima fonte di conoscenze e di verità più dirette ed essenziali, perchè produce l’entusiasmo, trattato di pazzia dal freddo raziocinio, incapace a spiegarlo; e che sempre vi si trovano a contrasto l’infinita aspirazione del pensiero e la trista realità, carità e barbarie, ironia ed amore, dubbio e misticismo, e nell’autore stesso improperj contro i papi e venerazione per san Francesco.

Gente che vuol tutto restringere alla misura della nostra piccineria, che a forza d’abusare della parola libertà, d’erigere in regola il sofisma, di non riconoscere verità contraddicenti al proprio partito, nè importanza a principj che non siano i suoi, senza volerlo si riduce cortigiana della violenza e dell’arbitrio, e quando non ode schiamazzo per le vie chiama organizzata la società, ben è dritto se non sa che deplorare que’ tempi, e preferendo alla tutela municipale l’imperiosità governativa, alla libertà dei più la sovranità politica, anatemizza i governi popolari a fronte de’ regj che, nell’evo seguente, portarono all’Italia il silenzio della prigione, il riposo del sepolcro. Acquistar la libertà senza lotte, traforarsi da un governo all’altro a chetichella, sono utopie di gazzettieri che idoleggiano la propria ragione, e immolano i fatti alla teoria. Anche Venezia ne’ primi suoi secoli avea fortuneggiato tra rivolture e ambizioni, finchè trovò il suo assetto. Le altre repubbliche faticavano ancora nel travaglio, dove più dove meno spasmodico; e tutte frastornate dall’irrequietudine de’ fuorusciti, dall’ingerenza ghibellina, e ben presto dalla conquista forestiera, per modo che non poterono trasformare gl’istinti in raziocinj, le passioni in principj morali.

L’idolatria, sia al passato o al presente, non è degna se non di quella storia che fu adulterata dalla scettica manipolazione del secolo passato, e dal dilettantismo giornalistico di questi nostri, che conservano l’irriverenza e la leggerezza di Voltaire, quando Voltaire stesso penserebbe più seriamente. No: ai grandiosi spettacoli dell’umanità non vuolsi l’occhialetto indifferente o beffardo del teatro; e solo vi s’addentra chi, spogliato di presunzione filosofistica e di teologiche sottigliezze, cerca la figliazione degli elementi sociali, e come le civiltà procedano le une dalle altre per la forza d’evoluzione, che è propria della specie umana: che se la filosofia della storia errò ne’ singoli sistemi, convinse che l’oggi è figlio dell’jeri; che certe forme della società si attuano solo in alcuni periodi; che uno stadio dell’umanità procede dall’altro, la spiegazione di uno si trova nell’esistenza dell’altro. Scienza non si dà se non quella che riposa sopra le qualità insite e durevoli delle cose; che all’induzione aggiunge il lento corredo di prove, di fatti convergenti; che senza entusiasmo nè rancore aspira a discoprire la verità, la sola verità. E se il lungo studio e la violenta contraddizione ci valse, e la fatica nel determinare correnti del pensiero opposte a quelle che irriflessivamente lo trascinavano, a noi parve fatuità il credere che jeri solo nascessero i concetti di giustizia, d’indipendenza, di libertà; e che in un secolo, il quale non mette in prospettiva de’ suoi fatti che la prigione e la forca, giovasse ricordarne altri che vi mettevano il paradiso; che in un’età di vita fortuita e turbolenta e presto invecchiante, la quale proclama non esservi scampo dalla democrazia che nei soldati, giovasse non esaltare ma conoscere il medioevo, il quale avea creduto contro i soldati non trovare scampo che nella democrazia. Gridino a tutta gola che c’inganniamo; noi, scarchi delle intolleranze giovanili e attaccati pacificamente alle credenze nostre senza perseguitare le altrui, prostrandoci sulla recente tomba d’un amico, con lui proclamiamo: — Il vincitore è Abele».

Tal è il senso della prima rivoluzione, segnata col nome de’ Comuni: ma agli eterogenei elementi bisognava metter ordine; e qui soccorrevano il diritto romano e l’ecclesiastico. Il romano, se anche aveva perduto l’efficienza legale, sopravviveva nelle tradizioni e negli scritti, e contribuì utilissimamente a dar norme di giustizia e di procedura. La Chiesa, che per la sua universalità era sfuggita dal frastagliamento del potere civile, al feudalismo, sistemato unicamente per la conservazione de’ vincitori, opponeva un ordine razionale, con poteri gerarchicamente coordinati, scritte le leggi, discusse in pubblico le prove testimoniali[346], la pena misurata dal dolo e dal fatto, non già dalla qualità del delinquente o dell’offeso, e sempre più identificata la legge colla morale. Dal diritto romano e dal canonico s’apprende ad accentrare i poteri sovrani; i diritti, le azioni, la pulizia si regolano con statuti, poi con codici, non dedotti da un concetto filosofico, ma dalle relazioni sociali e dallo storico andamento.

Di tal passo l’Italia, che fino al Mille scomponeva le individualità, da poi le venne rannodando. Già erasi introdotta e avanzata l’opera dell’unificazione ragionevole dello Stato; comunanza ne’ tribunali; comunanza del diritto e dovere di difendere la patria negli eserciti; comunanza d’imposta per le strade, i fiumi, i canali, la pulizia delle città; comunanza dell’insegnamento; comunanza delle dignità sacre dal campanaro al sommo pontefice[347]: e ciò senza alienar tutto l’uomo allo Stato, in modo che nulla si sottragga, nè proprietà nè famiglia nè educazione nè culto.

Al di sopra di tutti si bilicavano due podestà: una ecclesiastica, direttamente emanante da Dio, e confidata alla popolare elezione; temporale l’altra, ma che ancora riconosceva il diritto e dall’elezione e dal coronamento. Le due autorità supreme vennero a un conflitto, la cui essenza non consisteva nell’investire coll’anello o colla spada, bensì nella libertà di ciò che l’uomo ha di più prezioso, il credere e il pregare.

Come avviene in tutte le gare, i campioni dell’una e dell’altra esuberarono: pure da un lato ci s’affacciano imperatori egoisti, che lavorano per sè, per le proprie famiglie, per denaro; violenti ora, ora subdoli; creano fantocci di papi, e li sostengono con male arti e coll’appoggiarsi agli uomini peggiori: dall’altro lato vecchi inermi, che non pretendono per se stessi ma per la Chiesa, irremovibili nel proposito, morali nei mezzi, veneratori della santità quand’anche non ne sono modelli. Quella contesa, oltre chiarire alquanto l’idea dello Stato, e l’indipendenza reciproca di due ordini in fatto distinti, preservò gli spiriti dal languore, che, nel morale come nel fisico, è la malattia più ribelle.

La preponderanza del clero non era altro che quel jus sapientioris, per cui i Romani a coloro che hanno libera e adulta la ragione attribuivano la facoltà di governare gl’imbecilli ed inferiori. Senza la potente coesione della gerarchia cattolica, in tempi d’anarchia e d’ignoranza, che sarebbero divenute la religione e la civiltà? Essa dava al popolo cristiano l’unità necessaria per combattere l’unito islam; e cessato tal bisogno, lasciò rivalere le nazionalità. Ma non perdiamo di vista che quei papi furono della loro, non della nostra età; e il compararli a Giulio II o a Pio IX son retoriche piacevolezze o palingenesi fantastiche, giacchè essi non videro levante o ponente, conquistatori o conquistati, Latini o Slavi, bensì peccatori da redimere, spirito da sostenere nella lotta colla carne, ed altri aspetti inattendibili ai ciclopi del razionalismo, cui carattere è la paura e la detestazione d’ogni spiritualità. Scelti essi medesimi fra tutte le razze, poteano restringer la vista alla nazionalità? se non che, per l’arcana connessione delle verità superne colle temporali, fu sotto il manto pontifizio che le nazionalità si costituirono[348].