La supremazia dell’imperatore sovra i principi e potentati tutti, che il Barbarossa avea fatta acclamare dai leggisti a Roncaglia, terminò con quel Federico II che pareva riunire i mezzi migliori per attuarla; e l’epopea delle grandi lotte si immiserì in controversie di dominio sulle Due Sicilie. Poniamo che queste, come la restante Italia, si fossero governate a popolo, la santa Sede v’avrebbe conservato senza contrasti la primazia; ma reggendosi a re, ne seguirono guerre, in cui entrambi i poteri scapitarono. Alessandro III come avea resistito al Barbarossa? coll’unire popolarmente la Lega Lombarda; Urbano IV non potè abbattere i discendenti di quello che col chiamare Carlo d’Angiò, aggravare cioè colla tirannia francese la tirannia tedesca.
Ne segui però un effetto rilevantissimo; perocchè l’abolizione del dominio svevo pose termine alla sopreminenza della stirpe conquistatrice, che qui erasi piantata coi castellani e coi vassalli, e lasciò rinascere la coscienza della nazionalità nei nostri, che si consideravano come discendenti dai Romani. In questo senso si diressero i tentativi di restaurazione; a ciò la letteratura, a ciò le arti, a ciò la giurisperizia. Che trionfassero i Ghibellini era difficile, giacchè veramente contro di essi erasi fatta la rivoluzione popolare anche quando pareva invocarli; e la primazia imperiale dagli Svevi in poi non è più che di nome: eppure ne’ fatti che succedono abbiamo una prova che si dà libertà senza indipendenza, ma l’indipendenza non basta alla libertà. La Chiesa stessa sente in dechino l’autorità sua universale, ed è costretta assicurarsi un dominio temporale, che se in prima era un accidente, allora divenne il punto d’appoggio della politica sua efficienza.
Anche mentre la vita sociale rimaneva sparpagliata fra i castelli, mai non perdettero importanza le città, che sono l’antichissima e vivace forma de’ governi italiani; e risorsero, e ristabilirono la democrazia, e di essa i frutti buoni e i peggiori. Nella vita democratica l’uomo, nobilitato il carattere nell’obbedienza alle leggi quanto rimane depresso nell’obbedienza a un uomo, lavorando per sè non per un padrone, concepisce elevata idea di sè e del proprio paese, si fa agevole nella conversazione perchè non s’immagina che altri vilipenda lui, come egli non vilipende altri, fortifica il buon senso nel conversare co’ suoi simili, nei quali più valuta il senno e i sentimenti che non le maniere, il fondo che non le forme; e in quel vivere pieno ed attuoso, cercasi meno la libertà de’ singoli che l’indipendenza di tutti.
Noi, che per libertà intendiamo la tutela del riposo civile e della franchezza domestica e personale, l’assicurazione contro gli abusi del potere in qualunque mano sia posto, non la riscontrammo in quei tempi, quando libero si considerava chi partecipasse alla sovranità, al potere attivo; lo perchè prediligendosi il governo dei più, trovavasi libertà politica anzichè civile. Oggi, qualunque siasi il Governo, noi pretendiamo la separazione dei poteri, l’indipendenza dei giudici, la inviolabilità della persona, il sottrarre a castighi il pensiero, la discussione filosofica, la bestemmia, lo scherzo, il costume, il lusso: allora invece tentonavasi fra sempre nuove forme politiche, non perchè garantissero contro gli abusi dell’autorità, sibbene perchè rappresentassero il popolo. Agli sconci parea rimedio o compenso la sovranità di tutti; la quale, emanata dal popolo, affidavasi a magistrati temporarj e responsali. Perfino nelle aristocrazie, il numero degli elettori e degli eleggibili era ristretto, ma non irrevocabile il potere: sola Venezia tenne doge a vita, ma il fasciò di gelosissime precauzioni: anche stabiliti i principati, questi non trasmetteansi con regolare eredità, sopravvivendo il concetto dell’elezione, sol cancellato poi dalla dominazione straniera.
Quell’assiduo avvicendarsi di magistrati a troppo brevi periodi rinnova la febbre elettorale: pure l’abitudine delle assemblee rinvigorisce il senso comune, dà espertezza negli affari, e sentimento del diritto e del dovere; ove il merciajo e lo scardassiere può salir gonfaloniere e doge, ciascuno sente il bisogno di educarsi; ove due o seimila cittadini sono chiamati ogni anno a magistrati o rappresentanze, quanta cura di meritarsi stima! ove ogni uffiziale è sindacabile all’uscire di carica, quanta attenzione di contentare la pluralità! Non essendo lo Stato privilegio d’una classe, si cerca quel che compie al popolo: spedali e scuole si moltiplicano, e sontuosi edifizj, e, ciò ch’è distintivo, pulitezza universale negli abiti: che se oltr’alpe il palagio e la cattedrale, giganteggiando di mezzo ad informi casipole, indicano le largizioni e il decreto d’un re fra la nullità del popolo, da noi le vie allineate, i passeggi, le magioni erette a disegno, esprimono il genio generale e il concorso della intera nazione, operante non solo nelle capitali, ma in cittaducole, alla campagna e fin per entro a valli recondite.
Chi rimaneva escluso dai godimenti, a cui convitano la natura, l’arte, il pensiero, l’attività? Quanto non riesce dolce all’uomo il cooperare alle sorti del proprio paese, il non obbedire che alle leggi cui egli medesimo discusse e sanzionò, non sopportar pesi se non accettati, non riconoscere autorità se non le elette da sè, insomma uscire dall’angusto circolo della vita individuale e domestica, per vivere e sentire in comune, dare e ricevere impulsi a nobili atti! Nelle passioni politiche l’anima si può depravare, ma non avvilire quanto fra i calcoli ignobili del cortigiano, del satellite, del finanziere. Coloro che credono l’immoralità essere nata soltanto colla stampa e coll’emancipazione del pensiero, han potuto vedere dal nostro racconto quanto gl’individui peccassero del vizio che accompagna l’ignoranza e la barbarie: eppure sullo spettacolo miserevole si stendono la fede e la carità, e nella prospettiva presa dall’alto scompajono molte deformità, e di mezzo alle colpe e ai difetti di una giovinezza tutta di esperienze rilevansi le qualità che distinguono l’Italiano. Non incalzato da bisogni urgenti, non lottante con un suolo e con un cielo ingrati, ha tempo di oziare, e in que’ riposi godere se non altro le vaghezze della natura, e riflettere sopra se stesso e sopra gli altri, persuadendosi così della propria dignità; alternando poi tra gli affari pubblici e privati, acquista pratica ed elevatezza, raffina l’intelligenza, nei modi e nel pensiero introduce quella pulitezza, che è l’espressione del rispetto che devonsi tutti i membri della grande famiglia.
Nelle repubbliche ognuno sente la propria importanza, e registra i suoi dolori, che sommati pajono maggiori; mentre nelle monarchie si contano soltanto quelli de’ grandi, più strepitosi ma rari e meno compassionati. In quelle, private passioni s’intralciano alle rivolture pubbliche: ne’ principati ognuno soffre in silenzio i proprj malori, siccome effetto de’ cattivi ordinamenti, contro i quali è inutile reluttare; arresti, vessazioni, arbitrj sono dolori quotidiani, ma codardi e infruttiferi, nè raccolti dalla storia. Così viene quello stato, che i prudenti intitolano ordine, i servili prosperità, i generosi marasmo.
Questo vivace sentimento dell’individualità, se affinava l’incivilimento di ciascuno, disserviva lo Stato, perchè gli uni agli altri si accostavano soltanto per costrizione. Il reciproco bisogno, nella mancanza d’ogni potere dirigente e tutorio, aveva ravvicinato spontaneamente gli uomini; e parentele e corporazioni procacciavano quella sicurezza, della quale non brigavasi lo Stato. Diminuito quel bisogno, si lentano perfino i legami domestici; i cittadini amano la patria ma per se medesimi; il governo di quella amano solo qualvolta vi partecipino; in conseguenza non si tollera nulla di prefisso, di durevole, d’obbligatorio. L’uomo, conscio de’ proprj diritti, facilmente s’impenna contro le necessità; anzichè incurvarsi ad esse, carpisce con violenza ciò che gli è ricusato, e vuol partecipare al governo, sia costituzionalmente, sia per forza. Da questo punto rimane solo un passo all’anarchia; e l’anarchia inevitabilmente ripiomba nella tirannide.
Ponete una gente inesperta, di passioni ineducate, con tanti elementi deleterici, con tanti impacci al civile sviluppo, e poi incolpatela di non aver saputo costituire buone repubbliche e conservarle. Tenendo dall’origine loro una politica feudale che zelava il diritto della guerra privata, e la speculazione dei pochi sovra le moltitudini, sapevano più ingrandire per via di conquiste al modo germanico, che non aumentare in quantità di cittadini al modo romano; anzi, scemandosi questi pel logorarsi delle famiglie privilegiate o per l’espulsione delle vinte, fra sempre minor numero si restringevano l’autorità e l’interesse di conservare lo Stato. Pisa, Pistoja, Treviso, la Lunigiana... erano oppressate da una repubblica, quanto avrebbero potuto essere da un principotto; e poichè la metropoli, acciocchè non ricalcitrassero, le voleva fiacche e vigilate, per la conservazione interna negligevasi la forza necessaria alla difesa esteriore, la debolezza impediva di procedere risolutamente, e i partiti pigliavansi piuttosto per necessità che per riflessione.
A molte anche internamente non restava di repubblica che il nome; e preterendo la salda oligarchia dei patrizj veneti, Bologna obbediva ai Bentivoglio, Lucca ai Petrucci, Perugia agli Oddi e Baglioni, Siena or all’uno or all’altro de’ suoi Monti, Firenze ai Pitti o ai Medici, Genova a sempre diversi. Anzi la società cittadina frazionavasi in piccole consorterie e maestranze, ognuna con privilegi e con qualche specie di sovranità; talchè se da Firenze era soggiogata Pisa, o da Venezia Padova, le maestranze della lana e della seta delle vinte si trovavano sagrificate agli utili e alla gelosia di quelle della vincitrice. Così disgregate e aliene d’interessi, come avrebbero potuto educare la coscienza pubblica? assodare il vincolo più forte d’uno Stato, la fiducia di ciascuno nella costituzione patria?