Nell’eguaglianza si acquista de’ privilegi della società un’opinione più alta che non di quelli degli uomini; onde al poter dirigente si largheggiano diritti, anche micidiali alla libertà de’ singoli. Di fatto i Comuni non esitavano a concedere imperj assoluti a qualche magistrato; nelle ricorrenti insurrezioni i vulghi pigliavansi a capo qualche plebeo: ma questo ben tosto soccombeva alla propria inesperienza, e lasciava luogo a qualche signore che, conoscendo gli uomini e i tempi, avendo clientele ed uso delle armi e mezzi ed arte, si sosteneva almen fino ad una nuova rivoluzione.
Cresciuti i commerci, il denaro rappresentò una nuova superiorità, come da prima erano i feudi. Dacchè il valor militare si ridusse vendereccio, molti generosi se ne distolsero, più volentieri maneggiandosi nella politica; e fattivisi destrissimi, guardarono come bestiale il rimettere all’avventura delle battaglie ciò che poteasi conseguire cogli accorgimenti. Fu necessità delle cose se le repubbliche gareggiarono coi principi in una politica senza probità, in subdoli maneggi, assassinj, avvelenamenti. Prevalsero dunque gli eserciti e il denaro, i più bei dominj carpì qualche condottiero fortunato o una città negoziante, e vennero a formarsi principati che abbracciavano i popoli non più come d’una razza o dell’altra, ma perchè abitanti sopra una data circoscrizione. Que’ principi dominavano a nome del popolo, o per commissione imperiale, due forme di despotismo; tanto più che avendo la tumultuosa libertà de’ Comuni svertato i privilegi feudali, più non trovavano barriere.
I nobili, progenie de’ conquistatori, scapitavano d’importanza a misura che ne acquistavano i Comuni; interrotte le crociate, col fucile pareggiato l’eroe al villano, fatte venali le armi, si dissipò ogni prestigio della cavalleria, in cui quelli avevano ricoverato il valore e le pretensioni; ed ancora arroganti per non confessarsi vinti, ma insufficienti a surrogarsi ai vincitori, rifuggono alle congiure o alle perfidie, che colla mala riuscita offrono pretesto al signore d’impoverirli, e che manifestandone le debolezze li fanno anche spregevoli.
Sono disastri della libertà, eppure con essi si va a quel che è vero progresso, l’eguaglianza; la risorta letteratura, a canto al diritto del sangue erige quello dell’ingegno; la classe lavoratrice pretende a tutti i vantaggi della possidente, e nel nome di sudditi sono tutti allivellati; la scoperta della stampa assicura che non si può bruciare il pensiero con un libro; quella del Nuovo Mondo, che il pensiero non si restringe fra i confini dell’antico, e che ci fa superiori ai selvaggi: e da questo movimento usciva attestato quel dogma del progresso, poter divenire inutili ed anche nocevoli ad un’età istituzioni a cui la precedente dovè salute e grandezza. Sel ricordassero i panegiristi come i detrattori del medioevo!
Pertanto al quintodecimo secolo ogni cosa è cambiata in Italia. In tutte le contrade dominavano i forestieri, ora appena in Sicilia; apparivano nobili soli, ora anche il popolo; il castello prevaleva, ora la città; l’eguaglianza non è più concessione e favore: l’alito d’indipendenza, talmente vivace da non volere alcun uomo essere soggetto a uomo, non città a città, or lascia sormontare pochi dominanti: e mentre l’aspirazione liberale rendeva insofferente sin dei freni tutorj, or le tirannidi procedono sbrigliate.
Era parso che i principi potessero meglio difendere le persone, le città, l’industria; oggetti a cui il popolo aspira, ben più che alla legislatura indipendente, alla eleggibilità, al suffragio universale. Ma que’ principi di piccoli Stati e di grande ambizione, sentendo precario il loro potere, trovando nemici fuori e dentro, avviluppavansi in turpi maneggi, in guerre sordamente menate, pubblicamente smentite, ispirate da gelosie, da puntigli, da egoismo, condotte a insidie più che a forza aperta; in quella politica, di cui Italia restò e diffamata e vittima. La storia del secolo xv è un avvicendamento di giornaliere sovversioni, congiure, omicidj, veleni, supplizj; la fede pubblica sconosciuta in pace e in guerra; e per qualche principe buono, una sequela di ribaldi, oppressori de’ popoli che gli aveano presi come tutela; e guerre indotte da personali ambizioni, nutricate coll’oro e col sangue della nazione che non le avea decretate e su cui ripiombavano. Non una forza o una persona prevalente appajono, come fra le altre nazioni; nè tampoco un’idea, quali erano per l’addietro la Chiesa e l’Impero, quali furono pei paesi vicini l’unità nazionale o il re. Il cadere e il sorgere d’un principe costituisce la storia apparente di questo periodo; agl’interessi generali e grandiosi sottentrano fatti parziali, vicende di famiglia, emulazioni intestine, ma non un papa, non un imperatore, non un signorotto, degni su cui si fermino ragionevolmente l’attenzione e i voti. Bensì, a vicenda da una fazione o dall’altra, era sorta una catena d’uomini a dominare o atterrire, quali furono Ezelino, Uguccione, Castruccio, re Roberto, Cane e Mastino della Scala, Bertrando del Poggetto, Azzone e Gian Galeazzo Visconti, re Ladislao, Francesco Sforza; ma nè la libertà, nè la Chiesa, nè la forza militare valsero a quel riordinamento, che è il compito più insigne dopo una rivoluzione.
Non guelfi, non ghibellini, non imperialisti o papalini, i signori, aspiranti all’unità e al principato, vanno introducendo quell’imparzialità, che rimuove le occasioni di guerre, mentre, ridotta la politica a guerrieri, cioè a denari, danno alle finanze quell’importanza, che prima spettava alle idee e ai sentimenti. Finisce dunque il medioevo con un’età di posa fra le personali irrequietudini di quello, e le regie sovversioni del Cinquecento. Gli Italiani d’allora, non agitati da aspirazioni verso un avvenire di cui nessun principio era peranco affermato categoricamente, nè argutamente scontenti d’un passato di cui nessun principio rinnegavano perentoriamente, requiavano dagli interminabili guaj, dai quali erano spinti verso una società nuova, intelligente, artistica, governativa; in considerazione della quale stimavano i meriti anche più contraddittorj, ma sovra tutti la fortuna e il saper riuscire, e disfarsi de’ nemici senza sfoderar la spada; non disprezzavano l’indipendenza, supremo bisogno politico, ma meglio valutavano l’eguaglianza, supremo bisogno democratico, dando mano anche allo straniero per abbattere l’oppressore indigeno; veneravasi la religione, ma quasi altrettanto le idee classiche, nelle quali traducevasi il medioevo: e per le quali, coltivando le muse, volentieri le si metteano a mercato; e dell’erudizione come dell’ispirazione voleasi far dei motori per batter moneta, introducendo anche nel campo letterario come nel politico la supremazia della finanza.
Ciò null’ostante noi trovammo personaggi illustri in ogni partita; soldati prodi e capitani ammirati anche di lontano; battaglie assai meno micidiali che nel secolo seguente; nessuna città veramente disfatta dalla guerra, se ne togliamo Piacenza; singolar favore alle lettere; commercio operoso tanto che il capitale produttivo italiano equiparava quello di tutto il mondo. Le età più suntuose faticheranno a superare i tre monumenti di Pisa, le cattedrali di Siena, d’Orvieto, d’Assisi, di Padova, di Milano, la Certosa di Pavia, la cappella Coleoni a Bergamo, le porte del battistero di Firenze, i bassorilievi del Donatello, i dipinti di frate Angelico. Grandiosi lavori intraprese la Lombardia per prosperare l’agricoltura: la Toscana pareva un giardino nella sminuzzata sua proprietà: che la campagna romana popolassero migliaja di villaggi, lo attestano le guerre fra Orsini e Colonna: Ostia era in decadenza, ma ancor popolosa: la maremma senese formicolava d’abitanti; grani raccoglievamo a soprabbondanza; e questi e i frutti, anzichè con galanterie e oggetti di lusso, barattavamo con materie prime, che porgevano alimento alle nostre manifatture. Il contadino, cessato d’esser servo, partecipava ai frutti con una specie di comproprietà, di cui non so se una migliore sappia ideare il socialista positivo; esente da servigi di corpo al padrone; del fitto era sicuro, perchè retribuivalo in natura; le condizioni restavano tradizionali da molte generazioni; de’ tributi il carico cadeva sul proprietario. L’essere i villani obbligati ad abitare in terre murate per salvarsi dal saccheggio militare, attribuiva loro qualche importanza civile, li chiamava a parte della difesa, ben altrimenti de’ paesi forestieri, dove ancora duravano a servire materialmente e personalmente un padrone, da cui non poteano staccarsi.
Se non che in tutto sentesi mancare qualche cosa di ciò che fa sorgere e vivere le nazioni; la virtù. Quanti impeti generosi! quanti uomini insigni! quanto eroismo! ma tutto a momenti, a scosse, alla maniera d’un guizzo galvanico: quel perseverante proposito che per secoli si trasmette da una generazione all’altra, quell’elevazione di concetto che fa sagrificare costantemente il parziale al comune interesse, quella franchezza delle opinioni ponderate e fisse che chiamasi coraggio civile, quella nobiltà e giustizia dell’età matura che sottentra allo slancio buono ma improvvido della gioventù, e che offre il nobile spettacolo dell’ordine nella libertà, mancarono troppo spesso, direi sempre, alla storia nostra; e tale verità, o Italiani, non l’avrete mai ripetuta abbastanza alle generazioni nuove, che aspirano a quello cui non pervennero le precedenti.
Il decadere de’ costumi della libertà assodava il potere dispotico, ma sgranato anch’esso, e quindi fiacco ed esposto prima alle brighe interne e all’emulazione de’ vicini, poi ai funesti appetiti degli stranieri. Il principe non avea fondamento se non, come diciam ora, nei fatti compiuti; non regolata la successione, non legalmente temperata l’autorità; la maestria delle finanze si riduceva ad almanaccare tasse nuove onde smungere il più che si potesse; del restante erano governi militari, che unici limiti conoscevano la potenza e il carattere di chi n’era investito. I magistrati comunali sopravviveano, ma ristretti alla minuta amministrazione e alla giustizia sotto di un podestà scelto dal principe, ed applicandola più con severità che con frutto. In nessun luogo i Comuni si congiunsero col potere centrale: in Sicilia prevalsero i baroni; a Genova e Venezia i cittadini divennero aristocratici onde escludere la turba che accorreva a tanta prosperità; la Romagna fu suddivisa tra infiniti signorotti, che però non costituivano un’aristocrazia politica, attesochè il governo rimaneva ai preti; in Lombardia si faticò sempre a piantare la vigoria del potere sopra l’eguaglianza; solo in Piemonte parvero associarsi popolo e principe mediante gli Stati, ma poco tardarono a soccombere anche questi al tributo arbitrario e all’esercito permanente.