Le poche signorie, in cui erasi ristretto il primitivo frastagliamento, non adopravano le proprie forze che a contrappesarsi, affinchè nessuna prevalesse in modo da ridurre l’Italia in monarchia. Più d’uno vedemmo aspirarvi, e sempre fallire per opposizione degli altri, e massime de’ pontefici; potente sì, pure non unico obice all’unità del nostro paese, la quale non si potè effettuare nè prima che essi dominassero, nè quando si trovarono spossessati, come da Ladislao e da Napoleone. Stanno dunque più fondo che altri nol creda le radici di questa nostra divisione.

Le forze de’ varj paesi trovavansi bilanciate in guisa, che uno mal poteva soggiogare gli altri. Inoltre per Lombardia, per Romagna, pel Reame avanzavano molti gentiluomini, che «oltre il vivere oziosi abbondantemente de’ proventi delle loro possessioni, comandavano a castella, ed avevano sudditi che gli obbedissero» (Machiavelli), formando altrettante microscopiche sovranità, disposte ad allearsi contro chi le volesse sottomettere, e a costringerlo a tante guerre quante esse erano. Per raggiungere dunque cotesta unità ideale, bisognava il despotismo, che, abolendo le varietà di costumi, d’usi, di privilegi, e spianando le sommità, tutti comprime al ferreo livello dell’obbedienza. Ma quello non potea stabilirsi se non mediante la conquista, la quale avrebbe reso infelice la generazione che la subiva, e forse spento la vita che sì rigogliosa manifestossi finchè disuniti.

Lo sminuzzamento degli Stati cresceva l’indipendenza politica, ed impediva il trascendere della potenza, la quale ingrossa a misura che esinanisce la libertà delle parti, e acquista i mezzi di rimovere gli ostacoli che gl’interessi particolari frappongono al generale.

L’idea dell’unità nazionale, che sotto l’oppressione forestiera balza agli occhi con evidenza, è tra le sociali la più difficile, e l’ultima che i popoli acquistino, richiedendo e sforzo d’intelligenza e il sacrifizio di molte prevenzioni e l’abolizione d’ingiustizie radicate. Che poi l’identità di stirpe non basti perchè un popolo si trovi bene unito a un altro, effetti recenti lo dimostrano. Gli Stati italiani formavano altrettante unità indipendenti; e distruggere una sarebbe stato un omicidio, quanto l’abolire una vasta monarchia. Chi oggi tentasse sottoporre, fate caso, Toscana ai reali di Napoli, come sarebbe sentito dai pubblicisti? Pur jeri noi vedemmo un principato, lungo appena tre chilometri e largo uno, abitato da millecinquecento persone, e indipendente quanto quelli del medioevo, negare di abolir la propria autocrazia coll’annettersi al Piemonte; e se abbia provveduto al suo meglio, non potrà dirlo che l’avvenire[349]: certo l’Europa applaudì quando la repubblichetta di San Marino rifiutò d’essere aggregata agli Stati papali, ed essa ottenne rispetto fin dal guerriero che non riveriva se non gli Stati forti, non computava che il numero de’ cannoni.

E qual mai popolo si rassegnò a perdere la locale indipendenza in vista d’una maggior solidità avvenire? Nè ragione d’immolare le parziali franchigie avevano, quando la divisione non recava i pericoli, che solo con Carlo VIII apparvero, di vedere strozzata la patria da soghe forestiere. O forse i paesi sottomessi a principato lo faceano invidiabile? Una Corte si surrogava alle loggie e all’arengo; una capitale alle dieci o venti città che prima imbaldanzivano di vita propria; un esercito assoldato alle milizie paesane; un erario alle borse de’ singoli cittadini, pingui di sudati guadagni, e sempre schiuse al pubblico bisogno. Qual vantaggio allettava dunque Firenze o Bologna o Genova a darsi ai Visconti o agli Angioini? Pareva anzi generosità l’ostare alle ambizioni di questi, e come propugnacoli dell’antica libertà furono vantati anche dagli statisti del secolo seguente. Iddio ti guardi, o popolo italiano, dal dimenticare le tue tradizioni e deporre le lunghe speranze! ma se puoi desiderare che allora l’Italia fosse stata soggiogata da alcuno, e per forza ridotta a quell’unità che Inghilterra e Spagna e principalmente Francia conseguirono, saresti ingiusto nell’accusare i padri di ciò che forse non era fattibile, certo non ad essi desiderabile.

Ben deploreremo che i nostri menassero troppo strascico di memorie antiche, quando abbisognava senno pratico per surrogare l’ordine alla tumultuosa vigoria dei due secoli precedenti; ed aspettassero il colpo micidiale disuniti di leggi, di civiltà, di costituzioni, di dialetti, di tutto. Pure non pretendiamo dai nostri avi que’ sacrifizj, a cui non ci acconceremmo noi medesimi se non per forza; non trasportiamo al tempo loro la coscienza e le aspirazioni del nostro; non esigiamo prevedessero i mali che, venendo di fuori, scompigliarono i calcoli degli statisti e le forze de’ prodi. Tutta la letteratura di quel secolo è là per attestare come gli Italiani sentissero d’avere una patria quando nè il nome tampoco ne conosceano i Francesi[350]. E quanto lunga opera non fu necessaria agli stranieri per corrompere l’Italia innanzi di assoggettarla! e come dovettero cancellar tutti questi Comuni che ne aveano formato l’agitazione e il vanto, prima di piegarli alla neghittosa agevolezza del servire!

Qual cosa più bella della vita? ma perchè è difficile regolarla, i cattivi Governi trovano più comodo lo spegnerla. Così si fece. Cessarono le agitazioni, e con esse la libertà: venne la pace, recata da quelli che avevano fomentato le ire: venne la pace, e con essa quell’accentramento d’amministrazione, che annichila l’individuale potenza e volontà, ed isola il governo dal popolo: venne la pace, e con essa lo spopolamento, la povertà, il disdoro, la morte politica, cui tennero dietro la intellettuale e la civile, finchè la giustizia, soddisfatta da torrenti di sangue e di lagrime in espiazione, dica Basta, e susciti i tempi di rinnovata alleanza, e le speranze fomentate da quelli che le possono adempire, e indarno guaste da coloro che nulla vogliono apprendere dal passato, non confidare che nelle rivoluzioni, e ad ogni rivoluzione ricominciare a proprio costo l’esperienza, e sperperare un altro bricciolo di libertà.

Se dunque alcuni ripongono la colpa de’ nostri padri nel non essersi uniti tutti, perchè altri, additando l’abbassarsi del paese allorquando alla rigogliosa e molteplice vita se ne surrogò una artifiziale e scolorita, non potrebbe ricordar come, al mancare di quella forza vitale che tende a escludere dal corpo il nocevole, e dal morboso separare il vivificante, non resti che febbre frenetica o marasmo? Lo stesso Machiavelli, panegirista dei governi forti, confessa che il numero de’ grandi uomini sta in ragguaglio col numero degli Stati; annichilando questi, quelli decrescono insieme coll’occasione di esercitare la propria capacità.

Che se alcuno di que’ principi fosse prevalso per astuzia o per forza, quest’Italia, tanto superiore alle altre genti in civiltà e ricchezza, facilmente sarebbesi gettata alle conquiste che allora ricominciavano, rinnovando i tempi romani, sostituendo la guerra al commercio e alle arti belle, e preparandosi nuove maledizioni per l’avvenire. Se valga meglio esser esecrati come i conquistatori, o come i conquistati rigenerare la fraternità nel dolore, il giudicherete, o Italiani, secondo che ciascuno crede virtù gli atti provenienti dalla forza o quelli dalla bontà.

Allora poi che l’Italia perdeva la politica preminenza, ne acquistava un’altra coll’incremento della cultura e colle insigni produzioni dell’ingegno, al resto del mondo divenendo maestra d’arti e di lettere, come di politica. Quelle nel medioevo si erano conservate clericali; nei Comuni cominciò qualche laico a scrivere; indi i leggisti a levarsi, a paro de’ teologi; poi le Università soverchiare le scuole episcopali; infine quella volata di dotti greci e tanti poeti e tanti eruditi tolsero la mano al clero e primeggiarono fin ne’ concilj di Basilea, di Costanza, di Firenze: alla lingua universale ch’era quella dell’antica Italia, si sostituirono le nazionali; le lettere rannodarono gli Europei, come prima la religione; e mentre già repubblica cristiana, allora si disse repubblica letteraria; la quale, comunque sembrasse surrogare oziosi trastulli alle fatiche attuose, dovea col tempo giganteggiare, sentire la propria dignità, e collocarsi fra le potenze motrici del mondo, creando l’opinione. Quale scossa non dovette produrre negli intelletti il subitaneo diffondersi d’un quindici migliaja di libri stampati, più corretti che i manoscritti e a miglior patto! Alle letture scarse, attente, ripetute, succedono le rapide e molteplici; alle convinzioni irremovibili perchè non dibattute, il dilatamento delle cognizioni e la vaghezza d’aumentarle.