«Di far questo con l’arme non avevo anco pensato, ma quando fosse bisognato, mi vi sarei vôlto. È ben vero ch’io avevo caro che i miei stessino preparati con l’arme e raccolti insieme, acciocchè, quando fosse venuto il bisogno, non avessino avuto a prepararsi, e avessino potuto di subito rispondere ognivolta che gli altri si fossero mossi; ma che i miei si movessero no, se non erano provocati: e avevo disegnato che Francesco Valori fosse il capo e primo di tutti...»
Di veri peccati nel senso ecclesiastico non pochi confessò fra Girolamo; e nella seconda esamina, fatta senza tortura o lesione alcuna di corpo, dice non essersi mai confessato de’ suoi veri intenti, benchè si comunicasse, «sì per non manifestare a persona, sì perchè non ne sarei stato assoluto, non volendo lasciar l’impresa: ma non ne facevo caso, attesa la cosa grande a che mi addirizzavo; e quando l’uomo ha perso la fede e l’anima, ei può fare ciò che vuole, e mettersi poi a ogni cosa grande. Confesso bene ora di essere un gran peccatore, e mi vo’ molto bene confessare, e farne gran penitenza.
«Circa il segno della croce e del nome di Gesù che dissi a frà Salvestro avere scolpito nel petto mio, confesso esser vero che io gliene dissi, e feci opera che me lo credesse; e dicevoli che era per mia divozione: ma tutto fu una finzione ch’io feci per mostrarli di esser buono...»
Confessò pure altra volta d’essersi voluto far re, e perciò tenere in armi i suoi; d’aver già palesato cose «di che io merito mille morti»; e tutto ciò «spontaneamente e senza alcuna tortura».
Ma il 20 maggio del 1498 interrogato di nuovo, e non contentando i giudici, questi ordinarono di spogliarlo per dargli della fune. Egli mostrando grande paura s’inginocchiò e disse: — Orsù uditemi. Dio, tu mi hai côlto: io confesso che ho negato Cristo, io ho detto la bugia: signori Fiorentini, siatemi testimonj che io l’ho negato per paura de’ tormenti; se io ho a patire, voglio patire per la verità. Ciò ch’io ho detto, l’ho avuto da Dio. Dio, tu mi dai la penitenza per averti negato per paura de’ tormenti: io lo merito». Appena spogliato, s’inginocchiò di nuovo, e mostrava il braccio manco dicendo averlo guasto, e del continuo ripetea: — Io ti ho negato, Dio; t’ho negato per paura de’ tormenti». Tirato su, esclamava: — Gesù, ajutami, questa volta tu mi ha’ côlto.
«Domandato in sulla fune perchè ora aveva detto così, rispose: — Per parer buono; non mi lacerate, chè vi dirò il vero certo, certo». Perchè avete negato ora? rispose: — Perchè io sono un pazzo». Posto giù, disse: — Come io vedo i tormenti, mi perdo, e quando sono in una camera con pochi e pacifico, dico meglio...» E seguitò a confessar tutto quello che volevano e — La mia superbia, la mia pazzia, la mia cecità m’imbarcarono in questo: ero sì pazzo, che non vedevo il pericolo in che io era; e qui me ne sono accorto.
«Domandato se crede in Cristo, mostrandogli che se ne dubitava rispetto a quello da lui fatto, rispose: — E’ può bene stare il credere in Cristo, e far quello ch’io ho fatto. Io ho fatto come i demonj, Demones enim credunt, et contremiscunt». Domandato se ha usato incanti, rispose che se n’è sempre fatto beffe, e non li ha usati mai. Domandato se aveva detto che Cristo fosse stato uomo come gli altri, e che a lui sarebbe bastato l’animo di fare il simile, rispose: — Questa cosa saria da matti.
«Di nuovo tirato su, e datogli un tratto di fune, e poi posto giù dopo che vi fu tenuto assai bene, e di nuovo domandato se è vero quello ha confessato, disse tutto esser vero, e confermò ogni cosa...»
Il modo usato per averne le confessioni spiega e misura l’attendibilità di quelle.
[63]. Abbiamo una canzonetta che allora ripeteano i Piagnoni: