«Il signor Carlo Orsino e Vitellozzo Vitelli, quando tornarono di Francia, furono a me in San Marco a confortarmi a far quello potevo per il re di Francia, e vennero a me come se io fossi il signor della terra; a’ quali risposi che pregherei Dio per il re, che ero di buona voglia a fare per il re ciò che io potessi. Più altri ancora Franciosi e Napolitani cacciati da Napoli, che dicevano andare a torno per le cose del re di Francia e per cose di Stato, mi vennero a visitare e parlare per simili effetti; perchè pareva a loro che io fossi amico del re di Francia e tenessi la parte sua, ed io li rimettevo tutti a Francesco Valori. Fu ancora a me messer Dolce da Spoleto imbasciatore del duca d’Urbino a offerirmisi, e fu in quel tempo che il duca d’Urbino s’era tornato a casa sua; e io scrissi una lettera al detto duca.
«Circa a non obbedire il papa, e non andare a Roma, dico procedè per timore di non esser morto per la via o a Roma, da Piero de’ Medici e dalla lega, per essere io contro al proposito loro.
«Circa alla scomunica, dico che, benchè a molti paresse che la fosse nulla, niente di meno io credevo che ella fosse vera e da osservarla, e la osservai un pezzo; ma poi parendomi che l’opera mia andasse in ruina, presi partito a non la osservar più, anzi manifestamente a contraddirla e con ragioni e con fatti. E stavo ostinato in questo per onore e per reputazione e mantenimento dell’opera mia.
«Le polizze, di che io feci menzione nelle prediche, ch’io volevo fare e dar in mano di alcuni perchè le tenessino guardate fino a certo tempo, e poi si aprissino, furon tutte favole e ciance per isbigottire i miei contrarj. E quanto d’inganno fu in questa materia, fu solo ch’io dissi a frà Salvestro: — Io vo dire di darvi una polizza, la quale conterrà i peccati di Pier Capponi», che esso frà Salvestro li sapeva, perchè lo confessava; ma non gliene detti, e in fine fu una finzione per isbigottire, e in fatto non ne fu altro.
«Circa a’ Barbari ch’io ho predetto più volte che verranno contro a Italia, dico e credo certo che in Italia abbia a venire flagello alla Chiesa da gente barbara, perchè sempre i flagelli della Chiesa in Italia son venuti da gente barbara: e per questo mio discorso lo dissi, ma non per altra certezza particolare, benchè mostravo esserne certo più che non ero in fatto.
«Circa la rinnovazione della Chiesa e la conversione degli infedeli che io ho predetto dover succedere, dico che l’ho avuto e l’ho dalle Scritture sacre, e credelo certo per ordine delle Scritture solamente, senz’altra revelazione particolare; ma dello avere a esser presto, non ho spressamente dalle Scritture nè da revelazione.
«Circa lo sperimento del foco, dico così, ch’io ebbi molto per male che frà Domenico proponesse quelle conclusioni e provocasse questa cosa, e avrei pagato gran faccenda non lo avesse fatto. Similmente mi dolse che li miei amici lo stringessino, ch’io per me non l’avrei voluta: che se vi consentii, lo feci per difendere il mio onore il più che potevo; e se io avessi predicato allorquando la cosa si mosse e poi quando si stringeva, mi sarei ingegnato estinguerla con dire che quelle conclusioni si potevano provare con ragioni naturali: e dissine male a frà Domenico, che l’avea così incalciata, parendomi cosa grande e pericolosa. Finalmente lo consentii per non perdermi la reputazione; e sempre dissi che ci conducevamo a questo cimento per essere provocati e per rispondere; e stimavo al tutto che il frate di san Francesco non vi avesse a entrare; e non vi entrando lui, non era obbligato anche a entrarvi il nostro: e se pure fosse occorso che il nostro avesse a entrare anch’egli, volevo vi entrasse con il sacramento dell’eucaristia; nel quale sacramento avevo speranza non l’avesse a lasciar ardere, e senza il quale non l’avrei lasciato ire. Per sbigottire più il detto frate di san Francesco che non vi entrasse, e per darvi maggior terrore, operai che il fuoco fosse grande, e mandai frà Malatesta alla Signoria a ordinare la forma di detto fuoco. Similmente avevo detto che il fuoco s’accendesse da una delle bocche, e dall’altra vi entrassino i frati, e drieto a loro si mettessino scope, che serrassino l’altra bocca, di modo paresse che non potessino tornare adrieto. Il che tutto disegnai perchè il detto frate di san Francesco si sbigottisse e non vi entrasse; e così restava disobbligato anche il nostro.
«Alla parte delli spiriti, che già si disse esser in San Marco circa sette anni fa, e de’ quali io sono stato interrogato, rispondo che quanto alli spiriti non li vidi mai. È vero che in quel tempo alcuni frati di San Marco dicevano sentire per il convento di dì e di notte spiriti in modo che tutti erano impauriti; ma io non vidi altro segno se non che un giorno fui chiamato a vedere uno de’ nostri conversi, il quale all’ora di nona nella sua cella era legato mani e piedi alla lettiera, e io lo vidi con la spuma alla bocca, fatto insensato come sogliono far quelli che si dicono essere spiritati. Durò questa cosa circa un mese, e io andavo ogni sera per casa facendo l’asperges, dicendo orazione, e altro non se ne sentì poi. Il converso che fu trovato, tornando poi in sè diceva che gli pareva veder uomini a modo di ghezi: il medesimo, un altro converso che è morto. Delli spiriti che dicono essere in San Lucio, non ve ne so dir altro se non che una volta ch’io vi sono stato da più mesi in qua, io vidi quattro monache che facevano e dicevano cose strane; e perchè io vi vo molto di rado, non ne so altro.
«Quando io dicevo più anni fa nelle mie predicazioni Gladius Domini super terram cito et velociter, lo dicevo sotto la generalità de’ flagelli, ch’io reputo debbano venire alla Chiesa e all’Italia per ordine delle Scritture sacre, e non per rivelazione, come altre volte ho detto. E così non intendevo allora per la passata del re di Francia in Italia, della quale non sapevo altro, massime per rivelazione. Ma essendo poi venuto il re di Francia, ed essendomi ito la cosa bene, me ne servii dipoi dicendo: — Io lo predissi quando non si vedevano nugoli per aria.
«Di nuovo dico che il mio disegno era di regnar in Firenze, per ajutarmi poi col mezzo de’ Fiorentini per tutta Italia; e volevo che la parte che si diceva mia de’ cittadini di Firenze, soggiogasse l’altra parte, col favore del Consiglio però, e col castigare i detti dell’altra parte quando avessero errato.