[59]. Nel Burcardo (Diarium Curiæ romanæ sub Alexandro VI papa) è una savia lettera di Alessandro al Savonarola, ove gli suppone semplicità ed eccesso di zelo, e perciò lo richiama a penitenza. Il frate ne risponde una lunga, ribattendo punto per punto le imputazioni referendosi alla testimonianza di tutto il popolo che l’ascoltò e dei libri da lui stampati, e negando l’essersi detto profeta nè inviato direttamente da Dio; sovrattutto impugna l’accusa di spargere nimicizie: Certe, beatissime pater, notissimum est non solum Florentiæ, sed etiam in diversis Italiæ partibus, quod meis verbis secuta est pax in civitate Fiorentiæ, quæ si non fuisset secuta, Italia fuisset perturbata. Quod si verbis adhibita fuisset fides, Italia hodie non hoc modo quateretur; nam illius prævidens afflictiones, licet a multis semper fuerim derisus, pronunciavi gladium venturum, ac pacis remedium ostendi solum esse; unde Italia universa gratias pro me Deo agere deberet. Docui enim eam remedium tranquillitatis, quod quidem servans Florentia jam habet quod non haberet; et si similiter faceret tota hæc Italia, gladius nequaquam per eam transiret: quid enim nocere potest pœnitentia?
[60]. Lettera di Domenico Bonsi ai Cristiani di balìa.
[61]. Il Burcardo, avverso a frà Girolamo, produce molte dichiare di frati, disposti andar nel fuoco per provare le conclusioni di esso e la nullità della scomunica. Tra questi, tutti quei di Prato, sotto la cui dichiarazione Savonarola scrisse: — Io accetto le offerte di questi frati che si trovano al presente in Santo Marco e in Santo Domenico di Fiesole, e prometto di darne uno, due, dieci, quanti ne bisognano per andare nel fuoco a probazione della verità ch’io predico; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, nella sua verità evangelica, che, ciascuno ch’io darò, n’uscirà illeso senza alcun danno; e quando di questo dubitassi punto, non lo darei per non essere omicida; e in segno di ciò ho fatto questo, sottoscritto di mia mano propria, e a salute dell’anime e confermazione della verità del nostro salvatore Gesù Cristo, qui solus facit magna et mirabilia et inscrutabilia, cui est honor et imperium sempiternum».
Avendogli poi alcuno rinfacciato che non osasse egli medesimo mettersi all’esperimento, diè fuori un’apologia che comincia: — Risponderò brevemente, per la gran carestia che io ho del tempo. E prima quanto al non aver accettato d’andare io nel fuoco col predicatore di Santa Croce, osservante de’ Minori, dico ch’io non l’ho fatto sì perchè egli ha proposto in pubblico voler andare nel fuoco, non ostante che lui, come dice, creda ardere, per provare che la scomunica fatta contro di me è valida, ed io non ho bisogno di provare col fuoco che tale scomunica sia nulla, conciossiachè io abbia già provato questo con tali ragioni, che ancora non s’è trovato nè qui nè in Roma chi abbia a quelle risposto; sì perchè la prima volta lui non propose di voler combattere meco, ma bensì generalmente con ciascuno che fosse a lui in questa cosa contrario. Vero è che poi, offerendosi a questo frà Domenico da Pescia, trovò questa scusa che non voleva aver a fare se non meco; e sì massimamente perchè il mio entrar nel fuoco con un solo frate non farebbe quell’utilità alla Chiesa che richiede una tanta opera, quant’è questa che ci ha posta nelle mani; e però mi sono offerto, e di nuovo mi offerisco io proprio di far tale esperienza ogni volta che gli avversarj di questa nostra dottrina, massime quelli di Roma e i loro aderenti, vogliano commettere questa causa in questo padre o in altri; e mi confido nel nostro signore e salvatore Gesù Cristo, e non dubito punto che ancor io andrò nel fuoco, come fece Sidrach, Misach e Abdenago nella fornace ardente, non per miei meriti o virtù, ma per virtù di Dio, il quale vorrà confirmare la sua verità, e manifestare la sua gloria in quel modo. Ma certo io mi meraviglio assai di queste tali obiezioni, perchè essendosi offerti unitamente tutti i miei frati che sono incirca trecento, e molti altri religiosi di diverse religioni, delli quali io ho le sottoscrizioni presso di me, e similmente molti preti secolari e cittadini, tutte le nostre monache e di quelle anco di diverse altre religioni, molte altre donne cittadine e fanciulle, e questa mattina ultimamente, che siamo al primo d’aprile, parecchie migliaja di persone di quelli che si trovarono in Santo Marco nostro alla predica con grandissimo fervore, gridando ciascuno: Ecco io, ecco, andrò in questo fuoco per gloria tua, Signore: se uno di questi tali andando sotto la mia fede, e per fare l’obbedienza da me impostagli, come si sono prontissimamente offerti, ardesse nel fuoco, chi non vede che io e tutta questa opera e impresa di Dio andrebbe meco in ruina, e che non potrei più in luogo alcuno comparire? E però non bisogna che quel predicatore richieda altri che frà Domenico predetto, contro il quale predicando l’anno passato, ebbe qualche differenza con lui. E se dicessino che al manco le cose da noi per modo di profezia annunziate richiederiano, a volere che fossero credute, ch’io le provassi con miracolo, rispondo che io non costringo gli uomini a credere più che a loro si pare, ma sì bene gli esorto a vivere rettamente e come cristiani, perchè questo solo è quel miracolo che li può far credere le cose nostre e tutte l’altre verità che procedono da Dio. E benchè noi abbiamo proposto di provare cose grandi che s’hanno a manifestare, e che noi diciamo essere sotto la chiavetta con segni soprannaturali, non abbiamo per questo proposto di fare tali segni per annullare la scomunica: ma non è ancora il tempo nostro, il quale quando sia, Dio non mancherà delle promesse sue, quia fidelis Deus in omnibus verbis suis, qui est benedictus et gloriosus in sæcula».
Giovan Canucci proponeva scherzosamente di rendere men micidiale la prova col mettere i due frati in un tino d’acqua tiepida, e fosse tenuto veritiero quel che n’uscisse asciutto. Vedi Nerli, Commentarj, lib. IV.
[62]. La parte di processo di frà Girolamo, che il signor Emiliani Giudici stampò dietro alla sua Storia de’ municipj, non contiene gl’interrogatorj propriamente, ma l’estratto di questi, che si fece firmare dal convenuto sotto le minaccie della corda. Ne diamo qualche brandello:
— Circa quindici anni fa, essendo io nel monastero di San Giorgio, la prima volta ch’io fui a Firenze in chiesa io pensava di comporre una predica, e nel pensare mi venner alla mente molte ragioni (furon circa sette), per le quali si mostrava che alla Chiesa era propinquo qualche flagello; e da quel punto in qua cominciai molto a pensare simili cose, e molto discorsi le Scritture. E andando a San Geminiano a predicarvi, cominciai a predicare proponendo queste conclusioni, che la Chiesa avea ad esser flagellata e rinnovata, e presto; e quello non avevo per rivelazione, ma per ragioni delle Scritture, e così dicevo; e in questo modo predicai a Brescia e in altri luoghi di Lombardia ove stetti circa quattro anni. Di poi tornai a Firenze, e cominciai il primo dì d’agosto in San Marco a leggere l’Apocalisse, che fu nel 1490, e proponevo similmente le medesime conclusioni di sopra dette. Di poi la quaresima predicai in Santa Liparata il medesimo, non dicendo però mai l’avessi per rivelazione, ma proponendo che credessino alle ragioni, affermando questo con più efficacia che io potevo.
«Di poi passato pasqua di quella quaresima, frà Salvestro tornando da San Geminiano mi disse, che dubitando delle cose ch’io dicevo e reputandomi pazzo, li apparve in vigilia visibilmente, secondo disse lui, uno dei frati nostri morto, il quale lo riprese e dissegli queste parole: — Tu non dei pensar questo di frà Geronimo, perchè tu lo conosci». E di poi ebbe molte altre apparizioni simili, secondo mi disse frà Salvestro: e però oltre al desiderio e accensione ch’io avevo di predicare simili cose, m’accesi ad affermare ancora in qualche parte più che prima, benchè in fatto fossino tutti miei trovati e per mio studio; e vedendo la cosa succeder bene, andai più avanti. Vedendomi crescere la reputazione e la grazia nel popolo di Firenze, cominciai a dire che l’avevo per rivelazione, e così cominciai a uscir forte fuora, il che fu una mia gran presunzione, e molte volte dicevo delle cose che mi riferiva fra Salvestro, pensando qualche volta fossino vere. Niente di meno non parlavo a Dio, nè Dio a me in alcun special modo, come Dio suol parlare a’ suoi santi apostoli, profeti o simili; ma andavo pure seguitando le mie prediche, con la forza e industria dello ingegno, e presuntuosamente affermavo quello ch’io non sapevo esser certo, volendo ciò che io trovavo con lo ingegno fosse vero.
«Quanto alle visioni di frà Salvestro, quali elle si fossino, non me ne curavo, ma mostravo bene di curarmene assai, perchè eran tutti trovati di mio ingegno e mie astuzie; e se pure le cose di frà Salvestro mi servivano al proposito, le averia dette e attribuitele a me per dare più reputazione alle cose nostre, come era qualche bel punto o qualche gentilezza. Ma sappiate di certo che questa cosa ch’io l’ho condotta, l’ho condotta con industria, e prima colla filosofia naturale, la quale molto mi serviva a provar le cose ed efficacemente persuaderle; e poi la esposizione della Scrittura ajutava la materia, e sempre il mio ingegno versava in queste cose grandi e universali, cioè circa al governo di Firenze e circa le cose della Chiesa; e poco mi curavo di cose particolari o piccole.
Quanto all’intento mio e fine, al quale io tendevo, dico in verità esser stato la gloria del mondo e d’avere credito e reputazione; e per venire a questo effetto ho cercato di mantenermi in credito e buon grado nella città di Firenze, parendomi che la detta città fosse buono stromento a far mantenere e accrescere questa gloria e farmi credito ancora di fuori, massime vedendo che m’era prestato fede. E per ajutare questo mio fine, predicavo cose, per le quali i Cristiani conoscessino le abominazioni che si fanno a Roma, e si congregassino a fare concilio, nel quale, quando si fosse fatto, speravo fossino deposti molti prelati e anche il papa, e avrei cercato d’esser lì, ed essendovi confidavo predicare, e fare tali cose che ne sarei stato glorioso o con essere stato fatto grande nel concilio, o con restarne con assai fama e reputazione di mondo. E per condurmi meglio al soprascritto mio intento e fine, essendo già introdotto nella città di Firenze il governo civile, il quale mi pareva esser opportuno strumento alla mia intenzione, cercavo di stabilirlo a mio proposito per tal modo, che tutti i cittadini fossino benevoli a me, o vero seguitassino il mio consiglio per amore o per forza.