[167]. I passi contrarj a Roma furono taciuti nella prima edizione postuma fatta dal Torrentino a Firenze il 1561; e solo comparvero nell’edizione del 1775 colla falsa data di Friburgo, perfettamente conforme al manoscritto dell’autore. Il passo più notevole e lungo è nel lib. IV e V secondo la disposizione del Rosini, sopra il rimutamento dei papi dalle cure spirituali alle mondane, dall’universalità alle famiglie proprie.

Turpe macchia inflisse alla memoria di lui la pubblicazione delle opere inedite, fattasi a Firenze il 1858.

Degli storici riparliamo nel Cap. CXLI.

[168]. — Io dubito che a molti sia per recar noja così pieno e accumulato inviluppo di cose; avendo io a obbedire a spazio di tempo così ristretto quanto è quello di due mesi, e insiememente a materia tanto varia e molteplice quanto è questa, che in un medesimo tempo tutta Italia in diverse parti bolliva di guerra, che altro modo o via posso tener io, per cui speri poter con maggior luce queste cose trattare?» Lib. XXV.

[169]. Nel libro VI si gloria d’avere udito dal duca Cosmo che la famosa campana di Pisa pesava ventisettemila libbre, e si udiva da tredici miglia discosto. — Ammirato giuniore, diligentissimo cercatore d’archivj, vi fece copiosissime aggiunte, le quali viepiù imbarazzarono il racconto.

[170]. L’Ammirato (lib. XXIII) dice del Machiavelli che «si vede esser poco diligente in tutta quella sua opera; i cui errori se noi volessimo andar riprovando, o non osserveremmo il decoro dell’istoria, o senza dubbio ci acquisteremmo biasimo di maligno. Scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce, e fa tutto quel che gli torna in fantasia senza freno e ritegno di legge alcuna. E quel che più par nojoso è che in molti luoghi pare ch’egli voglia far ciò piuttosto artatamente che perchè ci prenda errore, o che non sappia quelle cose essere andate altrimenti: forse perchè così facendo, lo scrivere più bello e men secco ne divenisse, che non avrebbe fatto se a’ tempi e a’ fatti avesse ubbidito, come se le cose allo stile, e non lo stile alle cose s’avesse ad accomodare».

«Il Machiavelli, invece di darci le storie fiorentine, come porta il titolo del suo libro, altro non ci diede che la storia delle ambizioni fiorentine. Lo stato economico e morale di quel popolo è così obbliato, che tu non ravvisi differenza fra il secolo de’ Medici e quello de’ Buondelmonti e Amidei». Romagnosi, Dell’indole e dei fattori dell’incivilimento, part. II. § 3.

[171]. Ragguaglio sulla vita e le opere di Marin Sanuto detto Juniore, veneto patrizio ecc., per Rawdon Brown. Venezia 1838. Giaciono nella biblioteca di Vienna; ma la Marciana n’ebbe una copia, e la loro importanza è provata dal vederli continuamente fra le mani degli studiosi.

[172]. Del Navagero sono importanti le relazioni che mandava, stando ambasciadore a Carlo V nel 1524; e un compendio ne diede Emanuele Cicogna in San Martino di Murano. Egli udì da esso imperadore rinfacciar all’ambasciadore di Francia che Francesco gli avesse proposto di calare in Italia, e, svelto il dominio pontifizio, spartirsela.

[173]. Il decreto del Consiglio dei Dieci al 26 settembre 1530, dopo le generalità sull’importanza della storia e lodi al Bembo, «le cui opere latine si leggono per tutta Italia e cristianità con somma ammirazione ed estimazione», gli affida la custodia della biblioteca Nicena, e la continuazione delle deche sabelliche. «E perchè gli sarà necessario, per legger le lettere e i libri nella cancellarla nostra, dove avrà ad informarsi di detta istoria, venir a star in questa nostra città, però per segno di gratificazione verso la sua persona, e non per premio alcuno, sia preso che gli siano dati ogni anno ducati sessanta per pagar l’affitto d’una casa». La Storia veneziana del Bembo in italiano fu stampata con moltissime correzioni, non solo per le cose, ma per lo stile, le parole e il periodo. Non se ne conosce il colpevole, ma certo la cosa fu discussa, e monsignor Della Casa scrivevane al Gualteruzzi, erede dei manoscritti del Bembo, che «sebbene vi fossero alcune parole e modi antichi, o fors’anco tutta la frase fosse un poco affettata, secondo il giudizio di alcuno, o ancora secondo il giudizio comune», nessun però avrebbe voluto mettere il proprio giudizio avanti a quel di esso Bembo, il quale, «essendogli stato detto questo che si dice ora dell’affettazione delle sue scritture vulgari in prosa, non avea però mai voluto mutare quello stile, reputandolo degno e grave e non antico e affettato».