Fermar quant’io vorrei,
Su nel cielo non è spirto beato
Con ch’io cangiassi il mio felice stato.
[196]. Omitte has nugas, non enim decent gravem virum tales ineptiæ.
Quæ pietas, Beroalde, fuit tua, credere verum est
Carmina nunc cœli te canere ad cytharam.
[198]. Accesserat et Bibienæ cardinalis ingenium, cum ad arduas res tractandas peraore, tum maxime ad movendos jocos accommodatum. Poeticæ enim et etruscæ linguæ studiosus, comœdias multo sale multisque facetiis refertas componebat, ingenuos juvenes ad histrionicam hortabatur, et scenas in Vaticano spatiosis in conclavibus instituebat. Propterea, quum forte Calandram a mollibus argutisque leporibus perjucundam... per nobiles comœdos agere statuisset, precibus impetravit ut ipse pontifex e conspicuo loco despectaret. Erat enim Bibiena mirus artifex hominibus ætate vel professione gravibus ad insaniam impellendis, quo genere hominum pontifex adeo oblectabatur, ut laudando, ac mira eis persuadendo donandoque, plures ex stolidis stultissimos et maxime ridiculos efficere consuevisset. Giovio.
[199]. Lett. di Principi a Principi, I. 16.
[200]. Gemistio Giorgio, che poi trasformò il suo nome in Pletone, nato a Costantinopoli verso il 1355 e morto il 1452, stabilito a Misitra, dov’ebbe scolaro il Bessarione, cercò distorre dall’unir la Chiesa greca colla latina, e lo fece anche nel concilio di Firenze a cui intervenne. Quivi trovò il platonismo già rinato, e contribuì a diffonderlo, misto a fantasie pagane tolte dai Neoplatonici. Diè fuori un Sunto dei dogmi di Zoroastro e Pitagora, esposizione fatta con arte perchè non desse ombra agli eterodossi quel suo opporre la teologia gentile alla ecclesiastica. La contraddizione del famoso patriarca Gennadio nol lasciò proseguire nel suo apostolato, e restò inedito il suo Trattato delle leggi, del quale molta parte fu stampata nel 1858 da M. Alexandre dell’Istituto a Parigi. È una vera apologia del politeismo, combinandone i dogmi per adattarli a un sistema filosofico regolare; vi si trovano l’esposizione dei dogmi, l’organamento della nuova società pagana, le leggi sue, il culto, le feste, gl’inni e le preci per ciascun Dio. Insomma appare degno maestro di quel Pomponio Leto, che davanti ai papi professava di voler distruggere l’opera di Gesù Cristo.