[223]. De servo arbitrio. Invano gli si nega un insegnamento così repugnante all’intimo senso morale e alla sana ragione. Nelle sue opere dell’edizione di Wittemberg, 1572, tom. VII. fogl. 18, si legge: — Un’opera buona, compita il meglio possibile, è un peccato quotidiano davanti la misericordia di Dio e un peccato mortale davanti la sua stretta giustizia». Nella Cattività di Babilonia: — Ve’ quanto un cristiano è ricco! Non può perdere la sua salute neppure volendolo. Commetta peccati gravi quanto vuole, finchè non è scredente nessun peccato può dannarlo. Finchè la fede sussiste, gli altri peccati son cancellati in un istante dalla fede». E nella Libertà cristiana: — Di qui si vede come il cristianesimo è libero in tutto e sovra tutto: giacchè per esser giustificato non ha mestieri di veruna specie di opere, e la fede gli dà tutto a sovrabbondanza. Se alcuno fosse tanto stolto da credere ch’e’ può giustificarsi e salvarsi mediante le opere buone, perderebbe subito la fede con tutti i beni che l’accompagnano». Quando nel 1541 a Ratisbona Melantone cercò conciliarsi coi Cattolici, dicendo che per la fede che giustifica dovea intendersi una fede operante per la carità, Lutero dichiarò ch’era un misero ripiego, una toppa nuova s’un abito vecchio, che lo straccia di più.
[224]. In kalende agosto. In kalende octobrio ve n’ha un’altra che non porta data, e che forse è quella del Varagine. Dell’edizione della Bibbia vulgare fatta a Venezia dal Jenson ebbe or ora in dono un magnifico esemplare la Marchiana.
* Il Fontanini dimostrò non esistere la versione della Bibbia del Varagine, vissuto a metà del secolo XIII. Bensì si conosce una traduzione dell’Apocalissi con sposizione continua, fatta in rozzo veneziano da frà Federico de Renoldo, che visse nel 1300: e fu stampata dal Paganini a Venezia il 1515 col titolo: Apocalypsis J. C. hoc est revelatione fatta a sancto Giohanni Evangelista con nova expositione in lingua volgare composta per el Reverendo Theologo et angelico Spirito Frate Federico Veneto Ordinis Prædicatorum; cum chiara dilucidatione a tutti soi passi. È notevole che, davanti all’edizione del Malermi del 1477, Girolamo Squarzafico stampò: Venerabilis D. Nicolaus de Malermi sacra Biblia ex latino italiæ reddidit, eos imitatus, qui vulgares antea versiones, si sunt hoc nomine, et non potius confecerunt. Vogliam qui notare come Aldo Manuzio, nella lettera premessa al Salterio greco del 1495, promettea pubblicare l’intera Bibbia in latino, greco, ebraico, e aver già preparato i caratteri ebraici, de’ quali infatti trovasi un saggio alla biblioteca della Sorbona. Vedi Foscarini, Della lett. veneziana, l. IV.
[225]. L’ascetico autore dell’Imitazione di Cristo non vieta di leggere la Scrittura, ma vuole «vi si cerchi la verità, non la dicitura; leggasi collo spirito con cui fu fatta»; lib. I. c. 3.
[226]. Questo fece il Thesaurus linguæ sanctæ (1529); ed è mirabile che, in tempi di sì scarsi mezzi, s’ardisse un’opera, che neppur oggi si troverebbe chi osasse rifarla. Il primo Cristiano che professasse ebraico in Italia, pare Felice da Prato, israelita convertito, che nel 1515 pubblicò la traduzione latina dei Salmi, e da Leon X fu invitato a Roma nel 1518. In quel tempo lo insegnava anche Agatia Guidacerio di Catania, chiamato poi da Francesco I nel collegio delle tre lingue, dove gli succedette Paolo Paradisi di Canossa. A Fano si stampò nel 1514 una raccolta di preghiere in arabo, stampate nella stamperia fondata da Giulio II (Schnurrer, Bibl. arabica, pag. 231-34). Pagnini cominciò a Venezia l’edizione originale del Corano (ivi, pag. 402). Nel 1513 erasi pubblicato a Roma il Salterio in etiope (Le Long, ediz. Masch., vol. I. part. II. p. 146); poi nel 48 il Nuovo Testamento per cura di Mariano Vittorio di Rieti, che quattro anni più tardi diede la prima grammatica abissina (Colomesii, Ital. oratores ad nomen). Teseo Ambrosio dei conti d’Albonese insegnò a Bologna le lingue caldaica, siriaca, armena, delle quali e di dieci altre diede un’introduzione (Pavia 1539) coi caratteri di quaranta alfabeti. E tanti sono i lavori di esegesi sacra a quel tempo, che il M’Cree ammira la Provvidenza, la quale faceva dai Cattolici stessi affilar l’armi che doveano trafiggerli!
[227]. Non è fuor di tempo ricordare uno dei Discorsi di Tavola di Lutero: — Dice il proverbio che la roba dei preti va in crusca; e di fatto quei che ghermirono i beni delle chiese finirono per restare più poveri». Burcardo Hund, consigliere di Stato dell’elettor di Sassonia, soleva dire: — Noi nobili abbiamo aggiunto i beni de’ conventi ai nostri, e quelli mangiarono questi in modo che nè gli uni ci restarono, nè gli altri. E voglio raccontarvi una favoletta: L’aquila rapì un pezzetto di carne arrostita dall’altar di Giove, e lo portò agli aquilotti nel suo nido, e riprese il volo per cercare qualc’altra preda. Ma il carbone ardente era rimaso attaccato alla carne, cadde nel nido, v’appiccò il fuoco; e non potendo gli aquilotti ancora volare, bruciarono col nido. Così avviene a coloro che pigliano per sè i beni della Chiesa, i quali furon dati per onorar Dio o per sostenere la predicazione e il culto divino; devono perdere il loro nido e i pulcini, e soffrire nei corpi e nell’anima». Tischreden, pag. 292; Jena 1603.
[228]. Il cardinale Wolsey inglese, ministro di Enrico VIII, aveva sempre spasimato per la tiara; morto Adriano VI, faceasi raccomandare caldamente dal suo re; e negli State’s papers ultimamente apparve la lettera di lui agli ambasciadori inglesi a Roma, dove, a tacer altro, dopo mostrato conoscere le probabilità favorevoli al cardinale Medici, soggiunge:
— Potrà darsi troviate che il cardinale ha tanti avversarj nel sacro collegio da non nutrire ragionevole speranza di riuscire. In tal caso potrete con più franchezza indagare com’e’ sia disposto a mio riguardo. E gli direte che, se egli non riuscisse, il re farebbe ogni possibile per me; lo che in certo modo sarebbe la medesima cosa, giacchè egli ed io nutriamo un desiderio solo, e siamo concordi nello zelo per il bene e la quiete della cristianità, per l’aumento e la sicurezza d’Italia, pel benefizio e vantaggio della causa dell’imperatore e del re. Se divenissi papa io, sarebbe in certo modo papa lui, tanto io gli ho amore, stima e fiducia; egli sarebbe sicuro di ottenere tutto secondo l’animo e desiderio suo, e di conseguire tutti gli onori possibili per sè, per gli amici e pe’ congiunti suoi. Con tali parole assicuratevi che, non potendo per sè, egli coi suoi aderenti s’adoperi per me. Se vedete dunque scemare le probabilità pel detto cardinale, procederete franco nel mio interesse, presentando le lettere del re al sacro collegio, e ai singoli cardinali che giudicherete ben disposti. Presso i medesimi, in segreto, farete valere quanto sarà in voi le mie povere qualità: tali sono la grande esperienza degli affari del mondo, e l’intero favore dell’imperatore e del re; le mie molte relazioni con altri principi, e la cognizione profonda delle cose loro; l’incessante zelo pel bene loro e per la sicurezza d’Italia e la quiete della cristianità; il non mancarmi, la Dio mercè, sostanze da usar liberalità verso gli amici; la vacanza che dalla mia elezione risulterebbe di varj alti uffizj, di cui disporrei in favore de’ cardinali che l’avessero meritato con vera e ferma amicizia verso di me; la grata dimestichezza che essi troverebbero in me; il mio carattere non austero nè disposto a rigore: il non avere nè fazione nè famiglia, cui dimostrarmi parziale nelle promozioni o collazioni di benefizj ecclesiastici. Quel che però più monta si è che, per mio mezzo, non solo all’Italia si renderebbe perpetua sicurezza, ma si ristabilerebbe tra’ principi cristiani la concordia tanto necessaria; di modo che si potrebbe fare contro gl’infedeli la maggior spedizione che da lunghi anni siasi tentata. Essendochè in tal caso l’altezza del re ha promesso di venire, volente Deo, a Roma; dove non dubiterei di trarre parecchi principi cristiani, deciso come sono ad esporre la mia propria persona qualora Iddio mi largisse tanta grazia; potendo la mia presenza conciliare molte cose che produssero male intelligenze fra i principi. Tutto ciò per altro non va messo in primo luogo, nè sarebbe il migliore spediente per guadagnarsi i cardinali. Userete dunque della vostra prudenza rimovendone i dubbj d’una traslocazione della santa Sede, nè di ritardo al venire, dicendo che, seguìta ed annunziatami l’elezione, non mancherei colla grazia di Dio di essere a Roma nello spazio di tre mesi, onde passare ivi e in quelle parti il rimanente de’ miei giorni. Con tali assicurazioni, e colle promesse di larghi premj per parte del re, i quali sua altezza rimette alla vostra discrezione, non v’è dubbio che otterrete il voto di molti, se si abbia riguardo all’onore della Sede apostolica, alla sicurezza d’Italia, alla pace della cristianità, alla sua difesa contro gl’Infedeli, all’esaltamento della fede, alla guerra contro i nemici di Cristo, all’incremento e benessere del collegio dei cardinali, mediante il vantaggio e la promozione loro, ed insieme un trattarli cortese, franco e liberale; insomma al benefizio di santa Chiesa».
[229]. Relazione del 1526.