[234]. Se crediamo al Varchi (Storie fiorentine, lib. II), essa aveva avuto sentore della trama del marito, e gli scrisse acciocchè non contaminasse col tradimento una vita così onorevole; mentosto che di venir regina, a lei importare di esser moglie d’un cavaliere leale; chè all’immortalità non conducono titoli e regni, bensì la fede e le altre virtù.
Il Pescara, scoraggiato dalla vicina morte, nel testamento scriveva: — Item vi lascio Hieronimo Morone qual è in prigione; et voglio che si supplichi la cesarea maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di sua maestà habbia ad essere per condannatione del suddetto. In questo sua maestà me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei esser caricato».
Sul fatto del Morone e del Pescara diffonde qualche luce la relazione dell’ambasciator veneto Gaspare Contarini: — Il consiglio di Cesare è diviso in due parti: il capo d’una è il cancelliere (Gattinara);... consiglia costui Cesare per la via di farsi monarca universale, e attendere all’impresa degl’infedeli, la quale è propria d’un imperatore cristiano, ed abbassare la corona di Francia... al che è necessario che si tenga Italia amica... All’incontro, il vicerè (monsignor di Beaurain), e don Ugo di Moncada, il consiglio dei quali favorisce quanto più può il marchese di Pescara, consigliano Cesare all’accordo con Francia e alla ruina d’Italia, della quale dicono si farà padrone accordandosi col re cristianissimo. Ma la cesarea maestà, al partire nostro di corte, pareva accostarsi al consiglio del cancelliere, e che quello prevalesse. Dopo giunto in Italia, e veduto questo tumulto dello Stato di Milano, io ho presa grandissima ammirazione, giudicando che questa commissione così particolare (di destituire il duca) il marchese non l’abbia avuta da Cesare, dal quale solo avesse, per alcun sospetto contro il duca, qualche commissione generale; ma che lui, spinto dalla sua mala volontà contro il duca e contro Italia, ajutato poi dall’arciduca d’Austria, il quale aspira sommamente al ducato di Milano, sia proceduto tanto avanti, quanto vediamo». Relazioni degli ambasciatori veneti, serie prima, vol. II. p. 59.
[235]. Lettere di Principi a Principi, II. 95. È del 16 dicembre 1525.
[236]. Mercurino di Gattinara, nato il 1465 nel castello d’Arborio presso Vercelli da illustre famiglia, presto ebbe rinomanza come giureconsulto, fu professore all’Università di Dole e consigliere di Filiberto il Bello duca di Savoja. Margherita d’Austria, vedova di questo nel 1506, affidò al Gattinara la difesa de’ suoi diritti presso il duca regnante. Con patente del 12 febbrajo 1508, l’imperatore Massimiliano lo destinò presidente del parlamento di Borgogna, posto che prese solo dopo finite le negoziazioni per la lega di Cambrai, a cui ebbe gran parte, e nella quale ottenne fosse compreso Carlo duca di Savoja. Nel marzo seguente andò ambasciadore dell’imperatore e di Margherita d’Austria presso Luigi XII, acciocchè restasse fedele alla lega di Cambrai. Avuti da questo gran donativi, si pose presidente in Borgogna. Tornò ambasciador dell’imperatore a Luigi XII con Andrea di Borgo, altro diplomatico lombardo, assai adoprato in que’ tempi, massime negli affari milanesi. Quando Massimiliano, disanimato dall’assedio di Padova, ritiravasi pel Tirolo, Mercurino scrisse a Margherita d’Austria perchè gli rendesse il coraggio. Fu poi ora in Ispagna, or ne’ Paesi Bassi con essa Margherita, da cui fu fatto capo del consiglio privato. Disgustato delle triche di corte, fe’ voto di visitar Terrasanta; ma dispensatone dal papa, si raccolse a vita santa nella Certosa di Bruxelles. Ne lo richiamò l’imperatore per ispedirlo ambasciadore al duca di Savoja: poi assistette alle più rilevanti negoziazioni di Carlo V. Divenuto vedovo, si fece ecclesiastico, ed ebbe la porpora nel 1529: l’anno dopo morì a Innspruk. Lasciò varie opere ed è altamente lodato dai contemporanei.
Del 30 luglio 1521 è una lettera di lui, ove all’imperatore dissuade la guerra, mostrandogli dieci ragioni da ciò e confutando sette che si adducono per la guerra. Sire, en ceste matière si perplexe, par les raisons alleguées d’ung cousté et de l’aultre, à les bien considerer, peut sembler que les sept raisons alleguées pour l’acceptation de la tresve sont les sept pechez mortelz que l’hon vous envoye pour tempter, et vous divertir du droict chemin, et les dix raisons alleguées au contraire signiffient les dix commendementz de Dieu, lesquelz devez observer.
[237]. Lettere di Principi a Principi, II. 95, al 10 luglio 1526.
[238]. Lettera da Roma, 10 giugno 1526. Fra altre cose dice: — Apparecchieremo diecimila fanti, altrettanti i Veneziani; diecimila Svizzeri aspettiamo che ci conduca il vescovo di Lodi, il quale prima li avea praticati ed ora è là a questo effetto, e noi con Veneziani li diamo danari; e se questi non vengono, ne faremo in ogni modo calar diecimila. La fortezza di Milano massime è allo estremo, ancor quella di Cremona patisce assai; spero saremo a tempo a soccorrerle. Il popolo di Milano è ancor in arme; come si avvicini lo ajuto da qualche banda, promettono far meraviglie. Spagnuoli fortificano molto Lodi; credemo vorranno ridursi là in Pavia: il tutto sta che li siamo adosso avanti le ricolte, perchè, se si riducessero nelle terre fornite, ci fariano spendere un mondo. Lanzichenecchi non hanno danari, credemo che non avendo i Cesarei modo da pagarli, se ne anderanno: li Spagnuoli pur serviranno senza. Voi ci farete grandissimo servizio a non darli denari, però tenete forte, e ovviate quanto potete che non se li diano. Sono stato di malavoglia che, per la vostra del primo del passato, mi scrivete che Cesare manda in Italia dugentomila ducati avuti da voi, di che non avemo altro aviso, se non che cercavano cambi di settantamila o incirca per Italia. Noi vedremo se possibile è levarli Genua, affinchè quando voi fussi pur sì da poco, non abbia Cesare il modo di rimetterli. Vorrei facessimo ora ancor l’impresa del Regno, o pur vedremo ut se initia dant in Lombardia... Di fare il vostro infante duca di Milano, ancor voi vedete che sono sogni e barrerie. Le lettere vostre non vede persona, salvo il papa; vi scriverò, e voi scrivete; ed anco senza scrivere sapete ciò che si può fare in disfavor di Cesare, massime in non darli denari, nè alcun altro sussidio, tutto torna in favor nostro ecc.».
[239]. «Si levò un gridar per la città, dicendo all’arma, all’arma. A questo gridar se mosse gran gente all’arma, chi con schioppi, chi con una lanza, chi con una cosa, chi con un’altra; e fu fora per le contrade gente assai, e fu dato campana a martello al Broletto, poi alle altre gese. E presero per forza la Corte e... morse gran gente de Corte. E presero el campanil del domo, e fu sonato al domo campana a martello, e sonavano insieme con le altre campane per Milano; donde che Milano all’arma e lanzinechi non sapevano in che mondo fossero; e se serrorno verso il ponte Vetro, e le contrade si serrorno con carri, vasselli, carrette, terra al meglio che possenno. De quelli del borgo delli Ortolani ne andò una gran squadra in Castello (donde gli Sforzeschi fecero varie sortite), e parte ne tornò, e in questo andar e tornar furno morti paregi lanzinechi. Per tutta notte se tenne all’arma... e ogni contrada faceva il suo bastione fortissimo per difendersi..., e per tutto Milano se faceva ripari con terreni e travi... e campana a martello. Al quale strepito, i villani per le terre traevano a sturmi, e furno svalisati e morti assai lanzinechi a piedi ed a cavallo. Ognuno era alli bastioni, aspettando qualche buona provision da qualche capo, e de molti che pareva che volessero metter paura a tutto il mondo: e al bisogno come l’era al presente, non comparse mai alcuno a far animo al popolo, qual veramente faceva più che non poteva. Ma alla mattina el signor Francesco Vesconte ensiem con altri andavano per la città a far deponere le armi alli Milanesi, dicendo, — Lasciate fare a noi, che conzeremo le cose che la città non averà a lamentarse». Così la cronaca del pizzicaruolo Burigozzo, al 25 aprile 1526.
[240]. «De nove de Milano, il grano vale lire cinquanta il mogio, il vino sedece lire; legna nè altro non ci è; tute persone in Milano mangiano pane di miglio, salvo li capitanei». Documenti di storia italiana del Molini, 163