LIBRO DUODECIMO

CAPITOLO CXXVII. Prospetto generale. — Il Savonarola.

Nè idolatri del passato, nè abbagliati dal presente, e confidenti nell’avvenire, seguendo con attenzione e sincerità l’evoluzione di quel fatto complesso che si chiama incivilimento, specialmente nel nostro paese, abbiamo veduto dallo sciogliersi dell’impero romano cominciare uno sminuzzamento, che la sovranità restrinse perfino a villaggi e a semplici castelli. Carlo Magno tentò agglomerarli per mezzo della Chiesa e del sistema benefiziario, divenuto poi feudale: e la rinnovazione dell’impero d’Occidente ricollocò il rappresentante e l’eletto dei Romani sopra ai baroni conquistatori e ai re stranieri, non già con un dominio a modo degli antichi augusti, ma con un patronato.

Nella gerarchia di quella società universale che chiamavasi cristianità, il solo imperatore possedeva la delegazione imperiale, fin quando Filippo il Bello di Francia, nell’intento di contrariare la Chiesa, pretese regnare per grazia di Dio. I baroni, investiti del suolo e della sovranità territoriale, prestavano omaggio al caposignore, del resto operavano indipendenti; e tali si resero pure i vescovi e le città, fosse allo scopo di garantire le antiche consuetudini, fosse per usufruire le franchigie feudali.

Tale sistema si svolse ne’ secoli, che, anche dopo tanti studj, malissimo sono conosciuti, sì per le menzogne di quei che in essi vogliono osteggiare il presente o ribramare un passato irremeabile; sì per la frivolezza dei manovali della letteratura che, superbamente drappeggiandosi ne’ pregiudizj, sentenziano ad aneddoti ed epigrammi; sì per la reale difficoltà d’intendere, nella regolarità impersonale delle odierne società, quei tempi di piena indipendenza personale, quando di leggi tenevano luogo le consuetudini locali, la promessa, l’omaggio, in una graduazione dove ciascuno obbediva soltanto al superiore immediato, secondo convenzioni stipulate.

La libertà non era però un diritto, sibbene un privilegio, e mancava di rappresentanti e d’un tutore universale. Ogni terra aveva un signore diretto e un signore utile: ma non v’erano sudditi nel senso odierno, cioè accomunati di leggi, d’amministrazione, di giustizia; ciascun feudo, ciascuna comunità, ciascuna classe, ciascun’arte regolandosi con particolari statuti. E principi e Comuni cercarono forza col sottomettere i vicini disgregati ed emuli; donde le guerricciuole che si deplorano come fratricidj, e che erano sforzi verso una pacificazione sociale meglio sistemata. Non che respinto, l’imperatore era venerato qual rappresentante della giustizia; consideravasi libertà il dipendere da lui, anzichè da baroni; città imperiale, privilegio imperiale, equivaleva a libero[1].

Unico potere centrale, e per origine superiore a tutti era il papa, venerato quasi come i cesari antichi, sebbene non divinizzato com’essi; e che armato soltanto delle due chiavi, al governo militare opponeva gli eterni canoni del giusto e del vero. A lui aderivano gli ecclesiastici di tutta cristianità, forti nel diritto loro speciale, nei privilegi di fôro, nella connessione con Roma e tra loro: e poichè nella Chiesa trovavansi giustizia, pace, consolazioni, dottrina, essa preponderava sopra l’opinione ed anche sopra i governi, e le sue quistioni erano le sole d’interesse generale. Perocchè, come in un giorno di rivoluzione ognuno prende le armi, e al potere caduto si surroga chi ha la confidenza del popolo e la propria; così alla sfacciata autorità secolare era sottentrata l’ecclesiastica, valendosi delle forme consuete, adottando fin i pregiudizj de’ Barbari per meglio modificarli.

Se esaminiamo tale gerarchia, ecco principi che poteano abusare da tiranni, ma non dominare assoluti, giacchè non aveano eserciti stabili, ma bensì a fianco e nobili ed ecclesiastici con diritti protetti dal tempo e dall’unione. Ecco vassalli, simili a piccoli re, mentre gli altri signori drizzano ogni studio ad obbligarli a somministrar uomini anche per la guerra esterna, poi a sottoporre al loro appello la giustizia locale. Ecco semplici nobili, che o traevano lustro da cariche e dignità, qualche volta ereditarie, o possedeano feudi non sottoposti ad altra giurisdizione che del principe. I popolani erano liberi di lor persona, non tenuti cioè se non agli obblighi che avessero assunti espressamente o tacitamente; quasi dappertutto poteano acquistare terre nobili, senza per questo salire alla nobiltà.

Collo stabilirsi de’ Comuni aveano ricuperato la libertà anche i villani, quantunque rimanessero legati a qualche servigio di corpo o a comandate, come di cavalli pei corrieri, di carriaggi per la guerra, di restauri alle strade. Servi della gleba o tagliabili, affissi ai poderi e venduti con essi, rimaneano soltanto là dove ai Comuni era stato impedito lo svilupparsi, come nel ducato di Savoja; e colà stesso divenivano franchi se dimorassero un anno e un giorno in un Comune libero.