Anche Venezia (1530), in cui avevano sperato come repubblica e come ombrosa di Cesare, erasi accordata con questo. Ma i Fiorentini si confortavano all’udire ora che papa Clemente stava in fin di morte, ora che il Turco minacciava di prender Vienna, ora che tutto il contado sorgeva in armi, ora che i nemici pensavano levarsi in fuga: le baje dileguavansi, rimaneva la realtà. L’imperatore, sciolto dalla paura de’ Veneti, mandava nuove truppe col Lodrone, col Belgiojoso, col Leyva; gli Spagnuoli, trattando i Fiorentini da bottegaj, non ne accettavano le sfide, nè il riscatto quando prigionieri: bande di Romagnuoli scorrazzavano le strade impedendo le vittovaglie, che ogni giorno più si stringevano; «le gatte erano venute in gran prezzo, e i topi erano cibo, e gli asini si mangiavano ne’ conviti, senza gustarsi vino; e i cittadini erano ridotti a tale disposizione d’animo, che ragionando famigliarmente cogli amici, quasi si vergognavano di mostrare di aver mangiato qualche vivanda delicata, come troppo molli ed effeminati»[285].
Onde rinfrescare le provvigioni, occorreva di aprire la strada per Prato e Pistoja, sicchè fu mandato al Ferruccio che piombasse sopra gli assediatori, mentre gli assediati farebbero una sortita con tutta la gente di guerra e la milizia cittadina; avendo determinato che quei che restavano a custodia, se vedesser rotti i combattenti, uccidessero le donne e i figliuoli, mettessero fuoco alle case, poi uscissero alla stessa fortuna degli altri. L’Orange, avuto spia di quell’ardito movimento, dovette abbandonare il campo per farsi incontro al Ferruccio nella montagna di Pistoja, e scontrollo a Gavinana (2 agosto). I Fiorentini, benchè i Cancellieri di Pistoja gli avessero traviati per farli cadere sopra San Marcello, rôcca de’ Panciatichi loro nemici e palleschi[286], combatterono eroicamente e uccisero l’Orange stesso: ma Alessandro Vitelli sopraggiunto, rifece testa, sicchè i repubblicani rimasero sconfitti, e preso il Ferruccio, il quale così inerme fu agramente insultato e trafitto dal Maramaldo. — Tu ammazzi un uomo già morto», gli disse l’eroe; e fu da cento colpi finito.
Gravissimo sconforto a Firenze, che sentivasi agli estremi. Vi erano periti ottomila cittadini e dodicimila soldati forestieri; colla fame si faceano le prove estreme, e le teneva allato la peste; i fautori de’ Medici macchinavano entro la città, e al solito i chiassoni, che non sanno far altro, andavano denunziando traditori, e domandando supplizj contro uno che trattò di vender Pisa, contro un frate che voleva inchiodare le artiglierie, contro un Soderini che teneva informato il nemico: erano sospetti, ma vi rispondeva la forca; che più? la forca a chi nominasse favorevolmente i Medici, o il Magnifico, o il Padre della patria.
Mentre si delirava nelle imputazioni fraterne, non si teneva occhio al Baglione capitano generale, abilissimo guerriero, ma già altra volta traditor di Firenze; e forse bastò la tristizia del capitano a sperdere il buon volere di tutti. Ricusò assalire il campo mentre l’esercito s’era vôlto contro il Ferruccio, anzi in petto all’ucciso Orange furono trovate lettere che il rivelavano traditore: ma quando i Fiorentini lo licenziarono dal comando (8 agosto), assalì a pugnalate chi glielo intimò, e puntò le artiglierie contro le porte di Firenze. Se questa l’avesse trattato come Venezia il Carmagnola, sarebbesi avuto un altro tema contro l’ingratitudine delle repubbliche. Non l’osarono, ed egli procedette e accettò dal pontefice patti, leggendo i quali il doge di Venezia disse: — Ha venduto il sangue di quei poveri cittadini a oncia a oncia, e s’è messo un cappello del maggior traditore del mondo».
La città, che in tre anni di libertà avea speso un milione e mezzo di fiorini d’oro, e in undici mesi d’assedio sofferto fame, peste, privazioni, stenti d’ogni guisa, fu costretta a capitolare (1530 12 agosto) con Ferrante Gonzaga sottentrato all’Orange; stipulando salve e libere le persone, dimentiche le offese, restituito il territorio; pagherebbe ottantamila ducati all’esercito imperiale; rimetterebbe all’imperatore il regolar la forma del suo governo, «inteso però sempre che sia conservata la libertà». Tosto è eletta una balìa di dodici Palleschi, fra’ quali Pier Vettori, Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Roberto Acciaioli; e spezzata la campana che per l’ultima volta avea convocato il popolo ad approvare col voto universale ciò che i suoi vincitori avevano ordinato, si cominciò con processi e torture ad abusar della vittoria. A Francesco Carducci già gonfaloniere, a Bernardo da Castiglione e ad altri quattro fervorosi patrioti è mozza la testa nel cortile del bargello, molti relegati, ad altri confiscati i beni; frà Benedetto da Fojano è mandato a Roma a morire non meno di sporcizia e di disagio, che di fame e sete. «Nè gli giovò ch’egli aveva umilmente fatto sentire al papa lui esser uomo per dovere (quando a sua santità fosse piaciuto tenerlo in vita) comporre un’opera, nella quale, mediante i luoghi della Scrittura divina, confuterebbe manifestamente tutte le eresie luterane» (Varchi).
Tedeschi, Spagnuoli, Italiani dell’esercito nemico vennero spesso alle mani tra loro (1531), finchè col pagarne i soldi si ottenne partissero, a riserva di piccolo presidio in Firenze: poi Carlo V notificò che a questa restituiva gli antichi privilegi, ma vi poneva duca Alessandro Medici (5 luglio); e la balìa proclamò questo e i suoi discendenti «fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza palle ferirono il cuore di chiunque deplorava la perdita dell’antica libertà», dice il Muratori, con una semplicità ben più espressiva che non le declamazioni, affocatesi testè attorno a quel fatto, dove il romanzo rimarrà sempre inferiore di lunga mano alla storia.
Così dalla codarda vendetta di Clemente VII restava ribadita la supremazia imperiale sopra la città più guelfa d’Italia. Il vulgo superstizioso, cioè coloro che credono che Dio manifesti la sua collera anche in terra, vide la mano di lui nell’inondazione del Tevere (2 aprile), la più fiera che Roma ricordasse, con rovina di molti edifizj e di molte vite, e un conseguente lezzo che fomentò micidiale epidemia. Clemente patì sin di fame, e pericolò della vita in quella calamità, nè per questo si emendò della sordida politica. Per la quale, non potendo perdonare a Carlo il lodo proferito in favore d’Alfonso di Ferrara, ritorceva verso Francia, e spiava occasione di vendicarsi.
I Medici trovavansi piantati in Firenze dall’armi forestiere, quando non rimaneva di lor famiglia alcun degno rampollo, ma un cumulo d’odj pei mali causati. A vero dire, Carlo V non v’avea spento il governo repubblicano; a quella famiglia restituiva i diritti che avanti il 1527; ad Alessandro competerebbero ventimila fiorini, non le totali entrate. Ma ai Palleschi non garbava un governo a tempo, sicchè bastò che i Medici li lasciassero fare, perchè si togliesse ogni rimasuglio di libertà. Girolamo Benivieni, l’antico discepolo del Savonarola, scrisse a Clemente VII con quella franchezza che tante volte si concilia colla devozione, «esortandolo a dare una forma di governo lodevole, come a cittadino conviene; insieme difendeva la memoria di frà Girolamo, e come le profezie di esso fossersi in parte avverate, le altre si avvererebbero» (Varchi). Ma Filippo Strozzi, che tutto ambizione non badava per quali vie la soddisfacesse, divenuto pallesco malgrado della moglie, sollecitava Clemente a estirpar le reliquie del governo popolare; l’Acciajuoli consigliava a spoverire i nemici e la città, e fingere congiure che irritassero l’imperatore; il Vettori gli suggeriva: — Non ponete fiducia che nei soldati mercenarj, ma più ancor di questi vale il bargello»; il Guicciardini: — Invano cerchereste con qualsifosse maniera di dolcezza o benefizj rendere popolare questo governo; nè utile è, nè ragionevole aver pietà di coloro che hanno fatto tanti mali, e che, potendo, farebbono peggio che mai; meglio tornerà il compromettere col popolo i ricchi e destri, affinchè riconoscano non aver salute che nell’appoggiarsi ai Medici. Non bisogna esaurire le entrate della città, anzi mantenerla viva per poterne cavar pro; non obliando ma dilazionando di giungere al fine proposto; agli amici prodigare oneri ed utili di modo che, chi ne partecipi, diventi odioso all’universale; non concentrar tutto nel principe, ma spargere dei feudatarj pel dominio; togliere i consigli e l’altre chiacchiere vecchie, facendo una taglia di ducento, tutti confidenti. Insomma vorrei procedesser tutte le cose con questa massima, che, a chi non è dei nostri, non fosse fatto beneficio alcuno, eccetto quelli che sono necessarj per trarre da loro più utile si potesse: gli altri non solo son gettati via, ma son nocivi»[287].
Conforme a tali suggerimenti, Clemente così s’esprimeva col Nerli in Roma: — Dirai a quei cittadini che più giudicherai a proposito, che noi siamo ormai alle ventitre ore, e che intendiamo e abbiamo deliberata di lasciare dopo di noi la casa nostra in Firenze sicura. Però pensino a un tal modo di governo, ch’eglino vi corrano i medesimi pericoli che la casa nostra, e lo disegnino di tal maniera, che alla casa nostra non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne fossimo cacciati, e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato restassero in case loro. Dell’altre cose ci contenteremo ch’elle s’acconcino in modo, che gli amici, disposti a correre la fortuna di casa nostra, tirino dei comodi dello Stato quella ragionevol parte che a ciascheduno ragionevolmente si convenga».
Il papa non ebbe che a commettere a questi vili la riforma del governo (1532 5 aprile). L’antica costituzione non abbracciava nell’eguaglianza nobili e plebei, città e campagna; ma distinguevansi i Sopportanti, cittadini che pagavano le decime de’ loro beni, e i Non-sopportanti, che viveano delle braccia. De’ sopportanti, godeano la piena cittadinanza e gli uffizj que’ soli, i cui antenati avessero partecipato ai tre uffizj maggiori della signoria, del collegio e dei buoni uomini. Di questi ammessi o statuali, dicevansi andar per la maggiore quegli iscritti nelle arti maggiori, e per la minore quei delle quattordici arti inferiori. Alcuni pagavano le gravezze di Firenze, ma abitavano pel contado, e chiamavansi cittadini selvatici[288]. Nel nuovo statuto fu abolita la distinzione delle arti maggiori e minori, proclamando eguali in diritto i cittadini, nè più distribuiti gl’impieghi per quartieri; cassati i privilegi, che sono l’ultimo rifugio d’un popolo oppresso; tutti siano abili del pari a tutti gli uffizj, e formino un medesimo corpo e un medesimo membro; il principe è capo della repubblica, in luogo del gonfaloniere di giustizia; e Alessandro in futuro si abbia a chiamare il duca della Repubblica fiorentina, come si chiama il doge di Venezia[289].