A soccorso di Firenze trassero i residui delle Bande nere, con diciotto capitani reputati; si fece una «descrizione generale per tutta la città di una milizia civile»[278], giurata di non adoprar le armi se non per onore di Dio, per lo ben comune e per difesa della libertà; le rinnovate bande dell’ordinanza si trovarono salire a diecimila uomini, fior del contado, armati e disciplinati meglio che non s’aspettasse da gente divezza; in piazza San Giovanni, cantata messa, giurano che nessuno abbandonerà mai l’altro, ma ad ogni estremo la libertà difenderanno. In fatto, «sebbene erano fra di loro di molte gozzaje e di cattivissimi umori, essendo di tanti pareri e in tante parti divisi, nondimeno si astenevano, non che di manomettersi l’un l’altro coi fatti, d’ingiuriarsi colle parole, dicendo, — Questo non è tempo di far pazzie; leviamoci costoro d’addosso, e poi chiariremo le partite» (Varchi).
Michelangelo Buonarroti, come già Archimede, dirigeva le fortificazioni, e bastionava la città col Sangallo, col Peruzzi, col Serlio, col d’Alberti; Donato Giannotti serviva da segretario di Stato; da cancelliere Francesco Aldobrandino, padre di Clemente VIII, che ora stendeva sapientissimi consulti, ora argute satire; Bartolomeo Cavalcanti, Luigi Alamanni, Pier Vettori combatteano a vicenda ed arringavano (1529); Andrea del Sarto dipingeva ad infamia i traditori; il Nardi, il Segni, il Busini, l’Adriani, il Nerli cooperavano ad imprese che poi doveano tramandare alla posterità; prestiti forzosi, gli argenti delle chiese e de’ privati, le gemme de’ reliquarj, le facoltà dei corpi religiosi e d’arte, vendute o poste a pegno, procurarono il denaro, con cui si presero al soldo Malatesta Baglione, Stefano Colonna, Napoleone Orsini ed altri venturieri; nove commissarj con amplissimo potere aveano il maneggio della guerra.
Egregi provvedimenti, ma tardi, quando era spalancato il varco, che sarebbesi potuto ben chiudere ai giorni di Carlo VIII colle campane minacciate da Pier Capponi, e colla ispirazione del Savonarola. Ora contro alla libertà stavano i Medici, fatti onnipotenti da che univano oro, spada, croce; stavano i principi tutti, risoluti a spegnere le antiche libertà; stavano l’odio delle provincie mal governate, il dispetto dei grandi conculcati dal popolo, immensa turba di servili comprati dai Medici, i quali con arte secolare aveano guasto anche le forme buone, e col voto de’ loro creati portavano agl’impieghi le persone meno meritevoli, affinchè screditassero quel modo di governo.
Il duca di Ferrara, non che mandasse, come avea stipulato, a capitanarli il giovinetto suo figlio[279], si rappattumò col papa, e lo fornì d’artiglierie. All’abate di Farfa spedirono tremila zecchini perchè facesse mille fanti, ma il portatore fu côlto presso Bracciano per ordine di Clemente VII, e spogliato. Che fa l’abate? apposta il cardinale Santacroce, che dal papa era mandato a Genova incontro all’imperatore, e menatolo prigioniero, nol rilasciò finchè il papa non gli ebbe restituiti i tremila zecchini. Allora egli tenne alcun tempo la campagna pei Fiorentini, ma poi compro o sgomentato dalle prime disgrazie, tornò al suo Bracciano e a riconciliarsi col papa. Malatesta Baglione, preso a capitano generale per compiacere al re di Francia (1529), staccasi da Cortona ed Arezzo che aveva assunte a difendere, e mena i suoi a Firenze traverso il Valdarno, non provveduto di vittovaglie, perciò violentandolo alla peggio; le truppe mercenarie, di scarsa fede, pareano più timorose del vincere che della sconfitta; nessun ajuto dall’Italia, spossata dai conflitti, o sbalordita dalla vittoria. Clemente VII, oltre le proprie truppe comandate da Baccio Valori, dirizzava sopra la sua patria quegli stessi imperiali e luterani della cui ferità avea fatto così deplorabile sperimento, e ai quali or dava autorità di esiger dai Romani le somme che per terrore avessero promesse durante il sacco: e quegl’ingordi, affacciatisi (24 8bre) dal colle dell’Apparita al ridentissimo prospetto che presentano la città e i colli popolati di vigneti e di ottocento palazzine[280], urlarono con selvaggia bramosia: — Prepara, o Firenze, i tuoi broccati d’oro, che noi veniamo a misurarli colle picche». Erano guidati da Filiberto principe d’Orange, che partecipe delle cospirazioni del Borbone, con esso era disertato dalla Francia a Carlo V, e a quello succeduto nel comando degl’Imperiali e nel guasto d’Italia: e benchè detestasse senza rispetto la cupidità del papa e l’ingiustizia di quella impresa, nondimeno aveva chiarito non poter mancare di continuarla senza la restituzione dei Medici» (Guicciardini). Sua madre gli scriveva dissuadendolo da quella come ingiusta, o gliene arriverebbe male: e indovinò.
Una città dopo l’altra cede a costoro; molti Palleschi disertano dalla patria, tra’ quali Francesco Guicciardini, che forse increscevasi di non ottenere bastante considerazione in governo popolare, come altri di gran famiglia, e sperava di assodare un’aristocrazia coi Medici, mal prevedendo che questi si eleverebbero deprimendo i nobili; e recò ai nemici il soccorso del proprio ingegno politico, più utile dacchè fu morto Girolamo Morone (15 xbre), il quale prestava ai nemici d’Italia quell’accorgimento che contro di loro aveva aguzzato.
— Il papa non s’ostinerà a’ nostri danni, o l’Europa non rimarrà indifferente a vederci perire», dicevano i Fiorentini; e Clemente: — Non reggeranno a vedersi guastare i loro orticini». D’altra parte, che valor ripromettersi, che costanza da mercanti, esercitati solo in arti sordide, non in quella nobilissima dell’ammazzare?[281] Ma il patriotismo gl’infervora di modo che giurano uccider mogli e figli, metter fuoco alla città anzichè cedere. Demolite chiese e conventi colle loro bellissime pitture, distrutte le ville, deliziosa ghirlanda di Firenze, vedeansi recar di là fasci d’aranci, di rosaj, d’ulivi recisi, per crescere le fortificazioni della patria. — Perchè esporre cotesto innocente?» fu chiesto ad un vecchio che trascinava un fanciullo a combatter sulla mura; — Perchè scampi o muoja con me a salvezza della patria»[282].
Pareva il Savonarola rivivesse in frà Benedetto da Fojano, frà Zaccaria da Fivizzano, frà Bartolomeo da Faenza, che promettevano vittoria e schiere d’angeli a protezione. La balìa scriveva a Baldassarre Carducci: — Noi qui stiamo di bonissima voglia, confidando, oltre all’ajuto di Dio, nelle buone provvisioni che abbiamo fatte sì di ripari e di gente, come d’ogni altra cosa; nè pare altro ci possa far male, salvo che la lunghezza del tempo, la quale ancora tollereremo mentre che avremo vita; poichè siamo disposti a mettervi tutte le nostre facoltà prima che venire sotto il giogo della tirannide. Ai nostri cittadini, ancorchè fossimo consumati per tante altre incomodità, non è grave alcun peso per mantenere questa libertà, la dolcezza della quale tanto più si gusta, quanto maggiore è la guerra che le è fatta. E nonchè altro, niuno è che spontaneamente non concorra a fare i ripari della città con le proprie mani... Trovandosi oggi la terra ottimamente fortificata, non temono forza alcuna; ed essendo disposti a non perdonare al resto delle nostre facoltà, dureremo insin tanto che si apra qualche spiracolo alla nostra liberazione. Abbiamo assai da ringraziare Iddio che, avendo dentro tanta gente forestiera, non è mai seguita cosa alcuna di quelle che hanno sopportato le altre città che sono state assediate: anzi si è generato tanto amore e benevolenza tra’ soldati e li nostri giovani, che pajono tutti fratelli; e si vede nei forestieri tanta prontezza alla nostra difensione, che pare che non meno combattino per li proprj loro interessi che per li nostri: il che nasce perchè sono benissimo pagati, ed amorevolmente da ciascuno intrattenuti; onde seguita, aggiunto i mali pagamenti de’ nemici, che moltissimi tutto giorno si partono da loro, e vengono agli stipendj nostri. Talchè tutta questa nostra fanteria è ridotta a tanta perfezione sì di numero come di bontà, che se uscisse in campagna farebbe tremare tutta quanta Italia»[283].
Nelle prime avvisaglie col principe d’Orange si segnalò Francesco di Nicolò Ferruccio, uomo austero che sarebbe vissuto alla campagna o al fondaco oscuramente per sottrarsi alla dipendenza, se l’occasione non l’avesse fatto patrioto fervoroso e tipo dell’eroe popolano. Messosi capo di bande, seppe mantenere l’abbondanza e, che più era difficile, la disciplina; e credendo che i partiti medj guastino e non salvino, neppur si ratteneva dalle crudeltà. A Pisa adoprò tutta la severità d’un conquistatore; se non gli dessero armi e vittovaglie minacciava impiccare i facoltosi, e infliggere a tutti la morte del conte Ugolino; e per prevenire qualche sollevazione mandò via tutti i cittadini capaci delle armi. A Volterra «dopo la vittoria fece impiccare quattordici Spagnuoli che avea presi prigioni;... messe di poi le mani in sulle robe dei cittadini e sull’argenteria sacra, e comandato pena la vita che nessun cittadino uscisse dalla città, alloggiò i soldati nelle case loro con modi aspri e insolenti;... usò molto rigore nel trovar denari, facendo impiccare per tal conto due cittadini alla finestra del palazzo dov’egli abitava» (Segni); un trombetto speditogli dal capitano Fabrizio Maramaldo calabrese, fece appiccare alla mura, dalla quale intanto i soldati sbeffeggiavano con un miagolare che somigliava al nome di quel capitano; e difese quella città contro diecimila assalitori.
— L’ardimento è necessario ne’ casi estremi (diceva egli); al modo che già tenne il Borbone, assaliamo Roma; strasciniamovi gente colla speranza del saccheggio; corrompiamo i Tedeschi e pigliamoci prigioniero il papa»: altri parlavano di ricorrere ai Turchi, o almen faceano sperare ne’ loro ajuti[284]. E certo se Firenze commetteva la dittatura al Ferruccio o al Carducci o ad altro nazionale, avrebbe guidate le cose meglio che non esponendosi alle pretensioni de’ condottieri, sdegnosi di obbedire ad altri che a principi: ma, ahimè! il patriotismo agguagliato alla religione, le nobili virtù guelfe rideste nella gioventù, il valore inaspettatissimo in gente mercadante, non doveano riuscire che a rendere decorosa la caduta sotto la cospirazione delle armi, dei tradimenti, della fortuna.
I Fiorentini non aveano cessato ancora di sperare dai Francesi, nè questi d’illuderli. Francesco I assicuravali non esser la pace che uno stratagemma per recuperare i suoi figliuoli; eppure ai Fiorentini mercadanti in Francia proibì di spedir denari alla patria pericolante: ordinò a Malatesta Baglione e a Stefano Colonna si togliessero dal servire que’ ribelli, eppure secretamente gli avvisava non obbedissero: richiamò da Firenze il suo inviato pubblico, eppure ve ne conservò uno secreto, che tenesse ben edificati i cittadini, e promettesse che, appena pagato il riscatto, li soccorrerebbe a viso aperto. Così maneggiava la politica il cavalleresco.