La peste, come nel resto d’Italia, così a Firenze infierì per tre mesi, consumando da cinquecento vite il giorno, e ducencinquantamila in tutto lo Stato; e fu seguìta dalla peggior fame che uom ricordasse. Frà Bartolomeo da Ficaja corse predicando penitenza, sul tenore del Savonarola; la Signoria in pubbliche processioni e con tutti i magnati scalzi andò incontro alla miracolosa Madonna dell’Impruneta, che soleasi trasportare a Firenze nelle maggiori calamità, e «in cui non avea mai la repubblica sperato senza frutto» (Ammirato). Nicolò Capponi, succeduto gonfaloniere e discepolo del frate, nel gran consiglio, troppo diradato dall’infezione, usò il linguaggio di quel maestro suo, «dai fatti della repubblica e dalle presenti tribolazioni rivolgendo l’animo e le parole alla contemplazione della maestà di Dio» (Nardi), e «nell’ultimo si gettò ginocchioni in terra, e gridando ad alta voce Misericordia, fece sì che tutto il consiglio Misericordia gridò» (Varchi): indusse ad eleggere Cristo per re perpetuo, e che solo a lui e alla sua legge volevasi obbedire; e il decreto scolpito in marmo fu posto sul palazzo della Signoria, dove ancora si vede. Fra la devozione provvedeva come meglio al governo, alle finanze, alla giustizia; e ordinò una milizia urbana di quattromila cittadini di famiglie statuali, e di fasciare con buone fortificazioni la città. L’amministrazione precedente e le ultime disgrazie aveano carico estremamente di debiti lo Stato, e ottantamila ducati l’anno assorbiva il Monte, dei ducentosettantamila d’entrata centomila spendeansi in impiegati, guardie, fortificazioni; sicchè alle altre spese bisognava supplire con nuovi balzelli o accatti, e fin con imposizioni sopra i più facoltosi[273].

Il Capponi, anima retta ma di quell’esitanza che sembra carattere de’ moderati, sentendosi soverchiare dagli Arrabbiati, sperò infrenarli mettendosi alla testa de’ magnati, e sempre lusingavasi di buoni accordi coi Medici, coi quali teneva arcana corrispondenza. In effetto i Palleschi s’erano ristretti a lui, non meno che gli antichi Piagnoni; ma Baldassarre Carducci, cognominato messer Scimitarra, e Dante da Castiglione, capi de’ popolani o de’ Libertini, schiamazzando recidevano ogni via di conciliazione[274].

Eppure la prudenza avrebbe suggerito ai Fiorentini d’aderirsi a Carlo V, il quale teneva prigione il peggior nemico della lor libertà, il papa; ma il popolo, esecrando l’insolenza spagnuola e quasi istintivamente presentendo che dagli Imperiali verrebbe la servitù d’Italia, e ricordandosi che frà Savonarola avea detto, gigli con gigli dover fiorire, prediligeva i Francesi, meno atroci nelle recenti guerre, e con un re cavalleresco. Machiavelli, Guicciardini, Capponi, Vettori scaltrivano a non confondere le luccicanti qualità del re colla politica d’un governo che sempre gli avea tirati nelle male peste onde salvar se medesimo; nè dalla gratitudine per tanti sacrifizj fattigli sarebbe rattenuto dall’abbandonarli: ma, come avviene quando la ragione parla contro l’immaginazione, non erano ascoltati, anzi ne venivano in pessima voce.

Luigi Alamanni poeta, appartenente col Martelli, col Vettori, col Brucioli, col Machiavelli a una società che adunavasi negli orti Rucellaj per ragionare di studj e di politica, côlto di notte con armi proibite, era stato multato, ond’egli per dispetto entrò in una congiura coi Buondelmonti contro la vita di Giulio allora cardinale; e scoperti e condannati gli altri, egli provvide alla propria salute col ricoverare in Francia, che trovò più cortese che la patria[275]. Tornato alla cacciata de’ Medici, sebbene avverso a questi, non cessava di ripetere a’ Fiorentini: — Andrea Doria, che brama altre repubbliche vicine a quella che a lui deve l’esistenza, vi raccomanda di imitare gli esempj di Genova e d’appoggiarvi all’imperatore; io stesso, se volete, andrò mediatore presso di questo, nelle cui mani stanno omai le sorti italiche»: ma l’antipatia nazionale e l’abbajare de’ piazzeggianti prevalsero, tanto che l’Alamanni dovette sottrarsi all’indignazione popolare. Passato col Doria in Ispagna, di là avvisò che si tramava contro Firenze, ma non riscosse che sgradimento, come chi disnuda il vero alle fazioni, che vogliono essere ingannate.

Al contrario, Baldassarre Carducci, che, per allontanarlo, era stato spedito ambasciatore alla corte di Francia, prometteva mari e monti; e il 1529, mentre si praticava la pace, scriveva di là: — Stringendo io molte volte questa maestà a ricordarsi della divozione e fede delle signorie vostre verso di lei in questa composizione, ha con tanta efficacia dimostro l’obbligo sommo che gli pare avere con quelle, affermandomi non esser mai per fare alcuna composizione senza total benefizio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua. Ed ultimamente m’ha ripetuto queste medesime ragioni ed assicurazioni il granmaestro (Montmorency), dicendomi: Ambasciadore, se voi trovate mai che questa maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi ch’io sia un traditore. Ed a Bartolomeo Cavalcanti il re disse espressamente con giuramento, non esser mai per comporre con Cesare altrimenti; e piuttosto voler perdere i figliuoli che mancare a voi confederati»[276].

Più sincera la regina erasi lasciato sfuggire che darebbe mille Firenze per riaver uno de’ suoi figliuoli. E in fatto si concordò la pace senza la minima riserva a favor di Firenze, e il deluso Carducci scriveva: — L’empia ed inumana determinazione di questa maestà e de’ suoi agenti aveano dato mille promessioni e giuramenti di non concludere cosa alcuna senza partecipazione degli oratori, degli aderenti e dei collegati; e nondimanco, senza farne alcuno di noi partecipe, questa mattina hanno pubblicato la composizione e pace con grande solennità, senza includerci altrimenti; di modo che non s’è alcuno di noi potuto contenere (gli ambasciatori veneti trovansi nello stesso caso) di non mostrare a questi signori la loro ingiustizia ed irrazionabile rimunerazione di tanta osservanza e spese ed incomodi, patiti per questa corona di Francia. Sarà una perpetua memoria alla città nostra e a tutta Italia, quanto sia da prestar fede alle leghe, promissioni e giuramenti francesi». Alle stesse lagnanze rispose il granmaestro: — Adunque voi volete impedire la ricuperazione dei nostri figliuoli? Guardate che, avendo voi un nemico, non ne abbiate due». In questi accordi dunque poneasi che i Medici, spossessati illegittimamente nel 27, doveansi rimettere; e poichè Ippolito era cardinale, restava come principe Alessandro, generato in una schiava mora da Lorenzo d’Urbino, o, come diceasi, da Clemente VII, e fidanzato colla Margherita bastarda di Carlo V.

Vilmente tradita dal re di Francia (1529), la città mandò all’imperatore, rimostrandogli che, se era entrata nella lega contro di lui, l’avea fatto quando obbediva ai Medici e al papa, e chiedeagliene perdonanza, esibendosi pronta ad ogni accordo purchè le conservasse la libertà: «ma i messi, piuttosto uccellati che uditi» (Varchi), furono rimessi a Clemente VII; ottenessero il perdono di lui e bastava. Clemente, offeso anche come papa e ne’ prelati più eminenti dagli Imperiali, avea perdonato a questi per forza; ma secondo lo stile de’ fiacchi che si rivendicano sui deboli, metteva l’onor suo nel castigare i Fiorentini del rispetto mancatogli come principe.

Acciò dunque che sola non galleggiasse fra l’universale diluvio, l’imperatore, mentre se n’andava dalla pacificata Italia per non udirne i nuovi ejulati, spediva le sue torme, lorde del sangue e delle rapine di dieci anni, a spegnere quest’ultimo anelito della fazione guelfa.

I Fiorentini, più non potendo confidare che in se stessi, benchè da tanti anni avessero dismesso le armi pei traffici e le arti, non mancarono all’estremo momento: respinti i patti della servitù, voltano il viso alla fortuna, e attirano l’attenzione del mondo con fatti che rimangono fra’ più eroici della storia. Nicolò Capponi, che un’onorevole conciliazione preferiva all’inutile resistenza[277], non solo ebbe rimproveri pubblicamente, ma processo di secrete pratiche col papa; e sebbene provasse l’intemerata sua intenzione, ed anche la posterità non gli trovi altra colpa che d’essersi lasciato illudere da Clemente, il quale colle trattative voleva addormentar la città e remorarne gli armamenti, quelli che non sanno urlare se non traditore e morte lo voleano al patibolo; salvato dai moderati, fu deposto dal ben tenuto uffizio; perchè nelle febbri popolari non vuolsi la prudenza che modera, ma la violenza che spinge.

Il surrogatogli gonfaloniere Francesco Carducci, uom nuovo negli affari, ma sviscerato della repubblica, addomestica Piagnoni e Arrabbiati, e fa i preparativi più risoluti. Solennemente si pronunziano decaduti i Medici: e poichè i popoli sogliono di Dio ricordarsi nelle gravi urgenze e nelle inaspettate fortune, si fecero processioni, si tornò a pietà come al tempo del Frate, proibiti i giuochi di zara, corretto il lusso, puniti la bestemmia e il mal costume; una quarentìa renderà la giustizia pronta e severa con appello al consiglio generale; e Jacopo Alamanni, giovane nobilissimo, condannato da quella, nel montare al patibolo congratulavasi co’ cittadini che il suo supplizio servirebbe a saldare le recenti ordinanze.