Con divisamento strano Cosimo Ridotti figurò il carro della morte, tirato da bovi neri, dipinto a teschi e ossa e croci bianche, e sovr’esso lo scheletro colla falce e il polverino, e attorno sepolcri spalancati, donde al fermarsi della processione sbucavano scheletri spolpati che cantavano: — Fummo già come voi siete; Voi sarete come noi. Morti siam, come vedete; Così morti vedrem voi». La quale moralità messa in burletta e cerca a divertimento, non mi fa meraviglia minore che le oscenità ostentate spesso negli atti, sempre nelle canzonacce onde si accompagnavano que’ simulacri degli antichi baccanali.

Questi gaudj esprimevano una prosperità, che stava per finire. I primi Medici, saputa l’arte di elevarsi per mezzo della borghesia, aveano governato cittadinescamente; ma quando, dopo diciotto anni di libertà, vennero rimessi in dominio, Lorenzo II, benchè non valesse che per l’appoggio del papa, si comportò da signorotto borioso e soverchiatore, opprimeva o corrompeva sfacciatamente, e col trascurare fin quelle forme che illudono sopra le perdute libertà, mostravasi cupido d’usurpare l’autorità suprema. Non fu dunque compianto allorchè morì (1519 28 aprile), ed essendo ultimo discendente da Cosmo il Vecchio, nè rimanendo alcuno della famiglia abile al governo[264], molti esortavano il papa a far opera pia e gloriosa col restituire alla patria una libertà che i suoi più non potevano usufruttare. Di questa generosità non si sentì capace Leone, e appoggiatosi a casa d’Austria, pose un governo di suoi fazionieri, preseduti da Giulio, figlio naturale e postumo dell’ucciso Giuliano, e ch’egli avea fatto cardinale e arcivescovo di Firenze. Neppur quelli che bramavano franca la patria non voleano male a costui, che dimorava quasi continuo a Roma, essendo anima de’ consigli del papa; e che resse con prudenza e modestia, pazientissimo nelle udienze, conciliatore delle discordie, avverso ai delatori; non arrogavasi le nomine agl’impieghi nè altra principesca prerogativa, e buttava polvere negli occhi de’ liberali col farsi da questo e da quello presentare consulti sul riordinare lo Stato. Non manca mai chi le passioni dei governanti aizzi a sfogo delle sue proprie: e gli ottimati[265] metteangli timore de’ popolani e de’ devoti; e con questi sospetti, e col ripetergli che bene non potevasi aspettare se non da lui e sua casa, traevano a sè ogni potere, nè lasciavano salire alle cariche altrimenti che per loro procaccio.

Dopo il Savonarola, l’amore della libertà erasi innestato colla devozione; e gli austeri e temperanti favorivano il buono stato, mentre pei Medici parteggiavano gli scapestrati e gli ambiziosi. Ai primi giorni del pontificato di Leon X, «dodici frati, ristretti in poverissima vita, andavano per Italia predicando e prenunziando cose avvenire. Di questi, comparse in Santa Croce di Firenze frate Francesco di Montepulciano, riprendendo severamente i vizj, ed affermando che Dio voleva flagellare Italia e particolarmente Firenze e Roma, con tanto spaventevoli prediche, che si gridava dagli uditorj con dirottissimi pianti, Misericordia. Era il popolo sbigottito tutto quanto, perchè chi non lo poteva per la gran moltitudine udire, lo sentiva dagli altri con non minore spavento raccontare. Sollevarono queste così fatte predicazioni non solamente alcuni frati a predicare e prenunziare rinnovazioni e flagelli sopra la Chiesa, ma ogni dì sorgevano monache, pinzocchere, fanciulli, contadini a far lo somigliante... Le quali cose confusero tanto, tanto insospettirono l’universale, che per rallegrarlo in parte, furono fatte da Giuliano e da Lorenzo de’ Medici grandissime feste, caccie, trionfi e giostre, presenti sei cardinali, venutivi travestiti da Roma»[266].

Di rimpatto, sparlare del clero, dar ragione ai Luterani, motteggiare le immunità ecclesiastiche, sfrenarsi a dissolutezze pareano segni di spirito forte, e fin le superstizioni, perchè repugnanti alla Chiesa. Nominandosi capitan generale Paolo Castelli, per dargli il bastone si attese che gli astrologi indicassero il felice punto delle stelle, aspettandolo essi nella corte del palagio co’ loro stromenti in mano[267]. Il Cambi si lagna «che pareva il ben vivere fosse dispregio, in modo che ognuno ch’era amico del frate stava cheto, sperando nella giustizia di Dio e nella sua misericordia. La notte di pasqua di natale, i giovani fiorentini scorretti condussero un cavallo in Santa Maria al mattutino, e fecionlo correre per la chiesa, e di poi l’ammazzarono a piè delle scalee; poi andarono nei Servi, e gittarono dell’assafetida in sul fuoco, e questo fu l’incenso che dettono alla nostra Donna; e a Santa Maria Novella andarono a dileggiare i frati coll’arme, e uno mescolò carte in sur una predella d’altare; a Santo Spirito ruppero la pila dell’acqua benedetta...» E segue narrando come tutto fosse pieno di sodomiti e meretrici, le quali più non voleano tenersi ne’ luoghi appartati, e poteano tanto, che, chi volesse nulla dagli Otto di balìa, raccomandavasi ad esse: i giovani andavano in volta con armi a far burbanze, e se alcuno se ne richiamasse alla balìa, la notte era ferito; sicchè i delitti non erano nè puniti, nè denunziati. «E però (conchiude) è da credere che il Signore manderà la spada e gastigheracci giustamente; e non volendo noi la sua misericordia, ci darà la giustizia a nostra dannazione».

Fra molti misfatti che dai cronisti potremmo racimolare, ne addurremo uno di quella famiglia Buondelmonti, che trovammo spesso pietra di scandalo nelle cittadine resie, e nel cui seno mai non erano mancati litigi e micidj atroci. Di cinque fratelli che restavano, due ammazzarono un altro per conto d’un cavallo, poi rifuggiti a Pergolata sulle loro possessioni, si gittarono al rubare con altri sbanditi. La Signoria ne colse uno e gli mozzò il capo; il secondo andò da un altro fratello prete, stranandolo perchè gli desse denaro; e il prete fattoselo coricare a lato, l’uccise nella camera stessa ove era stato assassinato quel primo. Citato dal vescovo, il prete si scagionò colla ragione del bando ch’era sopra la testa dell’ucciso; ma imputato d’altre colpe di carne, con un fiasco si tagliò la gola, «e coll’ajuto del diavolo quel nuovo Caino spirò di questa vita»[268].

Ubertino Risaliti, di famiglia che avea dato gonfalonieri sin dal 1326, ragguardevole egli stesso per lettere, costumi, parentele, stando provveditore dell’arte della lana, ne abusò involando molte centinaja di fiorini e falsando i conti; del che scoperto, ebbe mozza una mano, e fu confinato alle Stinche fin all’intera restituzione[269]. Un giovane de’ Corsini chiese dal papa di potere, contro il divieto, portare in Egitto acciaj ed armadure, onde col guadagno riscattar suo fratello caduto schiavo de’ Turchi: andò, e accontatosi con un Pisano, finse aver ricavato centododicimila scudi, ma il fratello esser fuggito di schiavitù, talchè quel denaro in altre mercanzie investì, facendole assicurare: passato un mese, scrisse essere il legno andato a traverso, e il Pisano venne per riscuotere la sicurtà a Firenze; ma si scoprì che mai non aveano nulla caricato, ond’egli fu preso, mozzatagli la mano, e chiuso nelle Stinche: bandito il Corsino contumace. Un artefice abusò del proprio figliuolo, onde fu tanagliato per tutti i luoghi pubblici della città. Un capitano di Mortara, arrivato con un condottier genovese a servizio del papa, la notte quando i giovani tornavano d’aver preso il fresco sulle scalee di Santa Reparata, ne rapiva qualcuno, a sfogo di libidine: scoperto, per quanto il condottiero reclamasse, fu impiccato alle finestre del bargello[270].

Insomma il popolo fiorentino appariva diviso in due sêtte opposte: gli uni, tutta moralità e austero liberalismo, a guisa de’ moderni Puritani, attendeano a litanie, e far missioni, stabilire conventi nuovi e l’ospedale degl’incurabili in via San Gallo, e nelle pesti buttaronsi a cura degl’infermi; gli altri scorretti e licenziosi, avidi di godimenti, beffardi e calunniosi alla pietà. Alcuni di costoro, alla tavola del cardinale de’ Medici, presero a cuculiare il frate Savonarola, le sue profezie, e chi vi credeva: e Girolamo Benivieni, voltosi animosamente al cardinale, — Io sono de’ seguaci del frate, e insieme con tutti gli uomini dabbene desidero la libertà comune; ma nè io nè coloro faranno per tal conto fellonìa, nè verranno colle armi contro allo Stato giammai: ben pregheremo Dio e voi che ne la conceda, per mantenerla in pubblico giustamente e con fede, e in privato con industria e parsimonia. Ma questi vostri affezionati in vista, aborriscono la libertà e le leggi per tiranneggiare crudelmente; e tanto vi si mostreranno ossequiosi, quanto permetterete loro la violenza e le rapine: nè anco per questo empirete mai le loro voglie insaziabili; onde un dì vi si volteranno contro. Però, lasciate da parte uomini sì malvagi, e compiacete delle cose oneste questo popolo, che sempre esalterà il nome e la gloria vostra»[271].

Giulio, divenuto Clemente VII, da principio mostrò clemenza e liberalità, anche per tema di Giovanni dalle Bande nere, e finchè non ottenne che Ippolito, figlio di Giuliano terzogenito del Magnifico, d’appena quindici anni e già cardinale, fosse dichiarato abile (1525) a tutti gl’impieghi della repubblica: allora il pose governatore di Firenze, nè la Signoria poteva risolvere alcuna cosa senza consultare questo fanciullo.

Clemente intanto nelle sue velleità politiche ravviluppò Firenze, la quale, perduta ogni importanza di Stato, e costretta a dar uomini o denaro per gli intenti altrui, fino a tassare i beni ecclesiastici e vender quelli delle corporazioni di arti, rimpiangeva il Savonarola, il Soderini, l’antico buono stato, e come avviene dei malcontenti, facea suo gaudio d’ogni traversìa del papa. Quando il Borbone minacciava la patria loro co’ suoi ladroni, che già depredavano la val di Chiana e il Casentino, i giovani chiesero armi secondo l’usanza per respingere quell’esterminio; e vedendosele negate, le tolsero per forza, e munirono la mura, mentre domandavano d’assicurare l’interno contro la guarnigione forestiera; alzarono l’antico grido di Popolo e libertà, e proponeano si facessero banditi i Medici. Capitanava e aizzava gl’insorgenti Clarice figlia di Pietro II Medici, la quale alla morte di Lorenzo d’Urbino suo fratello avea preteso sottentrargli ne’ diritti, e invece vedeasi preferiti due bastardi, e nè tampoco ornato cardinale il figlio ch’essa aveva da Filippo Strozzi.

Questo ricchissimo cittadino, figlio dell’altro Filippo che fabbricò il grandioso palazzo, l’avea sposata benchè la legge vietasse le parentele co’ ribelli, e pagò la multa, forse sperando che l’altalena della fortuna rialzerebbe casa Medici, e con questa la sua, la quale avea dato sedici gonfalonieri, novantatre priori, e nel 1520 contava ottanta capifamiglia, cenventi persone abili agli uffizj. Filippo era stato uno degli ostaggi dati ai Tedeschi da papa Clemente per liberarsi dalla cattività: e poichè questo ricusò pagare il riscatto, Filippo, dal Moncada sciolto spontaneamente, ne volle sempre malissimo al pontefice, e adesso procurò rivoltargli la città. Ma Luigi Guicciardini gonfaloniere di giustizia, «stato sempre ossequioso e beneficato dai Medici, ingegnandosi di trovarsi da chi vince, mostrava in un medesimo tempo un viso fedele allo Stato e un altro disposto a compiacere ai desiderj della gioventù»[272]; a questa ripeteva — Io sono dei vostri», mentre dava mano alle forze della Lega, le quali, giovandosi degl’imbarazzi d’un governo nuovo, vennero in città a colpi di moschetto, e il moto fu represso e perdonato. Ma ripigliato animo col crescere delle calamità di papa Clemente, si congedarono i Medici (1527 17 maggio), esuli per la terza ed ultima volta, e si costituì un governo libero e il gran consiglio del popolo.