CAPITOLO CXXXVI. Assedio di Firenze. Affannoso assodarsi della dominazione medicea.
Nella pace non era stata compresa Firenze, vittima predestinata. Della prosperità di essa e d’una civiltà, gran tratto superiore alle altre nazioni, dove altro ne mancasse, dan cenno le feste con cui celebrò l’assunzione di Leon X al pontificato. Appena avutone l’annunzio, «si cominciò a sonare in palazzo, e di poi tutte le chiese; e il popolo corse in piazza e a casa i Medici, benchè non vi lasciavano entrare se non cittadini amici loro, per paura di non andare a sacco, come si costuma a Roma; e per non essere a quell’ora aperte le botteghe (ch’era di quaresima), cominciarono a ardere gli assiti, che non rimase nessuno in Firenze. Di poi la mattina le botteghe arsono scope, corbelli, botti e ciò che veniva loro alle mani; e per la città fastella di scope a ogni casa, e lumiere per tutti i campanili e in sulla cupola; e a casa del papa e di Giuliano de’ Medici gittarono dalle finestre mantelli, cappucci, berretti per magnificenza. Di poi il sabato gittarono fiorini d’oro e battesimi e grossoni e crazie[261] per parecchie centinaja di fiorini; e alla chiesa di San Lorenzo pane e vino a ogn’uomo; il simile la casa di Giovanni Tornabuoni e Jacopo Salvioli; e molte altre case di cittadini parenti e amici in buon numero davano pane e vino a ogni uomo. E in un tratto ognuno faceva fare l’arma del papa; tutti i magistrati fecer fare tondi di tela, dipintavi quell’arme; di modo che di arme del Comune non si faceva più conto alcuno. Di poi si mise in palazzo e nell’udienza e su tutte le porte di chiese, e nemmen si faceva festa di santi che non fosse sopra a crocifissi l’arme; di modo che pareva una mezza idolatria, più esaltandosi quella che la croce di Dio» (Cambi).
D’entusiasmi, cambiati poco appresso in esecrazioni, non ci occorre andar fin là per cercare esempj: quel che c’importa è che in esse feste gareggiarono i primarj artisti; eretti archi dal Granacci e dal Rosso, finte facciate e prospettive da Antonio di Sangallo, e da Jacopo Sansovino una a Santa Maria in Fiore; chiaroscuri da Andrea del Sarto, grottesche dal Feltrino, statue dal Rustici, dal Bandinelli, dal Sansovino stesso; poi il Ghirlandajo, il Pontormo, il Franciabigio, l’Ubertini ornarono a chi meglio l’appartamento del pontefice; mentre Michelangelo e Rafaello con altri maestri deliberavano della facciata di San Lorenzo e d’altre opere da Leone meditate[262].
Quel lusso intelligente sfoggiavasi anche in men solenni occasioni, nelle molte brigate sollazzevoli, e nelle sagre delle confraternite. Di queste ben settantacinque noverava il Varchi, e vogliono special ricordo i Laudesi, consorzj secolari, istituiti già nel XIII secolo, e ordinati con certe leggi e colla consuetudine di alternare, nelle chiese e davanti a tabernacoli, l’innodia latina ecclesiastica con canzoni melodiose nella lingua del popolo. «Si adunavano ogni sabbato dopo nona in una chiesa, e quivi a più voci cantavano cinque o sei laudi o ballate composte dal Giambullari, dal Pulci, da Lorenzo de’ Medici, dalla madre di lui Lucrezia Tornabuoni, da ser Francesco d’Albizzo, da Feo Belcari, da Castellano Castellani e da altri» (Sansovino). In occasione d’interdetto della città, supplivano al silenzio de’ riti sacerdotali; crebbero al tempo di Savonarola; talora musica ed arti congiungevano in devote rappresentazioni.
Delle compagnie godereccie menzioneremo due di signori e gentiluomini, denominate del Diamante e del Broncone dall’insegna che aveano assunto, preseduta quella da Giuliano e questa da Lorenzo Medici. La prima preparò un trionfo alla romana, con tre carri, rappresentanti la puerizia, la virilità, la vecchiaja, disegno di Rafaello delle Viole, del Carota intagliatore, di Andrea di Cosmo, Andrea del Sarto, Pietro da Vinci, Bernardino di Giordano, Jacopo da Pontormo, e con iscrizioni e canti analoghi. Di rimpatto lo storico Nardi dispose gli apparati della compagnia del Broncone, in sei trionfi: il primo rappresentava la saturnia età dell’oro con simboli di pastorali felicità e cavalli coperti di pelli di lioni e di tigri coll’unghie d’oro, e d’oro le corde, e per staffe teste di montoni, e freni di verzure; seguiva Numa Pompilio con insegne religiose, e sacerdoti con turiboli e altri arredi da sacrifizj; il terzo trionfo figurava il consolato di Manlio Torquato, con senatori togati e fasci e scuri; veniva poi Giulio Cesare trionfante di Cleopatra, con pitture di quei fatti, e armi e torce; il quinto era di Augusto, circondato dai poeti che abbellirono la sua corte; sopra il sesto carro seguiva Trajano coi giureconsulti in toghe dottorali e scrivani e notaj; poi il trionfo dell’Età, con figure di Baccio Bandinelli e pitture del Pontormo; il tutto accompagnato da allusioni, ricche sempre, talvolta anche ingegnose, fra cui un uomo corcato sopra un globo e tutto armato fuorchè alla schiena, donde gli usciva un fanciullo dorato per esprimere che un secol d’oro veniva dopo quello di ferro.
Il carnevale uscivano «ventiquattro o trenta pariglie di cavalli ricchissimamente abbigliati co’ loro signori travestiti secondo il soggetto dell’invenzione, sei o otto staffieri per uno, vestiti d’una livrea medesima, con le torce in mano, che talvolta passavano il numero di quattrocento; e il carro poi o trionfo pieno d’ornamenti e di spoglie e bizzarrissime fantasie»[263]. Le varie scuole d’artisti solevano dare spettacoli pubblici, mandando attorno carri di trionfo in gara di nuove invenzioni e di splendidi decoramenti, sopra soggetti or della storia or allegorici: una volta erano i trionfi di Paolo Emilio, un’altra quelli di Camillo, diretti da Francesco Granacci; Baccio Baldini ci descrive la genealogia degli Dei, atteggiata in ventun carri; il Vasari ci mostra occupati i pittori in siffatte invenzioni.
In casa di Gianfrancesco Rustici convenivano Andrea del Sarto, Aristotele da San Gallo, Roberto Lippi e altri nove, formando una compagnia detta del Pajuolo, ove ciascuno dovea portare qualche vivanda artifiziosa, e potean menare quattro amici. Una sera, per allusione al nome loro, si allestì la tavola entro un immenso pajuolo, il cui manico serviva da lumiera. Postisi a sedere, ecco sorgere di mezzo un albero, i cui molti rami portavano il servito, poi discendeva per risalire con altri, e tutto ciò fra suoni e vini. Il Rustici offrì un pasticcio in forma di pajuolo, entro cui Ulisse tuffava il padre per ringiovanirlo, e padre e figlio eran due capponi. Andrea del Sarto un tempio, fondato sopra gelatina a varj colori, salsicciotti per colonne, capitelli di cacio parmigiano, cornicioni di paste dolci; nel coro era il leggìo con un libro di lasagne, avente le note e le lettere di grani di pepe, e in giro tordi in atto di salmodiare. Così gli altri sbizzarrirono in invenzioni.
La compagnia della Cazzuola, di ventiquattro, fece le più strane capresterie, massime una volta che fu proposto di vestirsi ognuno al modo che gli piacesse, e quel che si scontrasse nella foggia d’un altro pagasse una penitenza. Una volta comparvero tutti da muratori e manovali, colla cazzuola e il martello; e cominciarono un edifizio portando vassoj pieni di lasagne e ricotte, per rena cacio e spezie, per ghiaja confetti, per quadrucci e pianelle pani e stiacciate. Spezzato un imbasamento, si trovò composto di torte, fegatelli e altre leccornìe; poi una colonna di lesso, fasciata di trippe e col capitello di capponi arrosto e cimase di lingua; indi un architrave con fregio e cornicione di manicaretti. E così godeansi finchè venne una finta pioggia con tuoni che li fece abbandonar l’edifizio.
Un’altra volta era Cerere, che in traccia della rapita Proserpina, pregava i compagnoni della Cazzuola d’accompagnarla all’inferno. Moveano dunque, e per una bocca di serpente che chiudevasi sopra ogni coppia che entrasse, si condussero in una camera buja, ove la mensa era apparecchiata di nero, finchè Pluto, che gl’invitò alle nozze, ordinò cessassero le pene, e subito si videro illuminati i quadri figuranti le varie bolge; e tutte le vivande pareano animali sozzi e schifezze, ossa di morti, corna, serviti da diavoli con pale; finchè sparve quello squallore, e venne un ricchissimo apparato per recitare una commedia.
Altri finsero uno spedale, dove ricoveravano coloro che si erano rovinati in feste e cene, vestendo da paltonieri; e dicean le cose più ladre del terzo e del quarto, finchè compariva sant’Andrea, loro patrono, che cavandoli dallo spedale, li menava in una stanza magnificamente arredata, e comandava che d’allora innanzi non facessero che una festa l’anno. E così osservarono, in quell’occasione disponendo una cena e una rappresentazione; ora Tantalo dava mangiare a tutti; ora sant’Andrea mostrava le glorie de’ cieli; ora Marte sanguinante di stragi o preso alla rete.