Ultimo colpo alle fortune di Francia portò la defezione di Andrea Doria. Stratto di famiglia un tempo dominante in Oneglia, giovanissimo entrò uom d’arme del papa, poi di Guidubaldo d’Urbino; servì al re di Napoli contro Carlo VIII; e come vide le cose andare a quello sfascio, prese il bordone e il sanrocchetto, e pellegrinò in Terrasanta. Da quel pio entusiasmo, nuovo suono d’arme il richiamò: fermatosi col duca d’Urbino, a questo difese Sinigaglia contro il Valentino; poi a Genova mostrò tale abilità sul mare, ch’ebbe il comando di quattro galee, colle quali, allorchè la sua patria cadde agli Imperiali, passò a servizio di Francia, e vi divenne famoso, e giovò alle imprese più arrisicate. Irato agl’Imperiali che aveano saccheggiato la sua patria, più non volea riceverne riscatti, e quanti cogliesse teneva a remare sulle sue galee. Ma presto fu messo in punto contro i Francesi, perchè da’ cortigiani ricevette superbe sgarbatezze: re Francesco nominò altri alla carica d’ammiraglio nel Levante, e pensava trasferire il commercio di Genova a Savona, inoltre pretendeva per sè i prigionieri dal Doria fatti a Napoli, sperandone grossa taglia. S’avvide di questi rancori il marchese Del Vasto, caduto prigioniero del Doria a Napoli, e vi soffiò sì destramente, che il persuase a sottrar la patria da’ Francesi; non l’hanno anch’essi saccheggiata? non ne conculcano i privilegi e minacciano l’esistenza? facile è l’accorgersi come Genova sia destinata ai turpi mercati fra Spagna e Francia, che la serba per venderla a miglior vantaggio.
Il Doria venne nel proposito di trarla dalle ugne dei due contendenti, e sagrificando il trepido rispetto dell’onor suo, mandò in Francia a chiedere soddisfazione dei torti recati a Genova e a sè. Non la ricevendo, anzi avendo motivo di credere che il re avesse dato commissione d’arrestarlo, spedì all’imperatore, e — Che patti mi fate, ed io vi do il mio braccio e l’Italia»[258]. L’imperatore non sottigliò sulle condizioni, e il Doria sventolò una bandiera imperiale (1528 12 7bre) che dianzi aveva conquistata; e sapendo che la peste avea ridotto scarsa la guernigione e poco attenta, entrò impensatamente in Genova con soli cinquecento fanti, e la chiamò a libertà. Colpo risolutivo alla somma delle cose di Francia, giacchè (dice Brantôme) chi non è signore di Genova e del mare non può ben dominare l’Italia.
Fra il perire di tanti Stati antichi consola il vedere i Genovesi rivolere la libertà; e da tanti eserciti e da peste e fame non buttati in quello scoraggiamento che più non cerca rimedj, pensare a coglier l’occasione, per riordinare la propria indipendenza: e subito (21 8bre) sfasciano il Castelletto, empiono di sassi il porto di Savona destinato emulo. Il Doria diede l’ultimo tuffo all’Italia consegnandola a Carlo V, poi facendosi amico e sostegno di Filippo II; eppure fra i posteri gli dà certissima gloria l’aver restituito la libertà alla sua patria, e rifiutatone la sovranità, che gli offeriva Carlo V disamante delle repubbliche. Levato fin alle stelle dai Genovesi, da molti però veniva imputato come traditore; e il poeta Luigi Alamanni ragionandone con esso, gli disse così sorridendo: — Certo, Andrea, che generosa è stata l’impresa vostra; ma molto più generosa e più chiara ancora sarebbe se non vi fosse non so che ombra d’intorno, che non la lascia interamente risplendere». Andrea a quelle parole messe un sospiro, e stette cheto, poi con buon viso rivoltosi, disse: — È gran fortuna d’un uomo, a cui riesca d’operare un bel fatto ancorchè con mezzi non interamente belli. So che non pure da te, ma da molti può darmisi carico, che essendo sempre stato della parte di Francia, e venuto in alto grado co’ favori del re Francesco, io l’abbia ne’ suoi maggiori bisogni lasciato, ed accostatomi ad un suo nemico. Ma se il mondo sapesse quant’è grande l’amore che io ho avuto alla patria mia, mi scuserebbe se, non potendo salvarla e farla grande altrimenti, io avessi tenuto un mezzo, che mi avesse in qualche parte potuto incolpare. Non vo’ già raccontare che il re Francesco mi riteneva i servizj, e non m’attendeva la promessa di restituire Savona alla patria, perchè non possono queste occasioni aver forza di far rimutare uno dall’antica fede. Ma ben puote aver forza la certezza ch’io aveva, che il re non mai avrebbe voluto liberar Genova dalla sua signoria, nè che ella mancasse d’un suo governatore nè della fortezza. Le quali cose avendo io ottenuto felicemente col ritirarmi dalla sua fede, posso ancora, a chi bene andrà stimando, dimostrare il mio fatto chiaro senza alcun’ombra che gl’interrompa la luce» (Segni).
Clemente VII, non per anco disingannato dall’intrigare, tornò sulle ambizioni, riprese Imola e Rimini, cercò spossessare Alfonso d’Este e anche ucciderlo, il che costò la vita ai congiurati scoperti. Vedendo in dechino sempre maggiore le fortune francesi, si risolse alfine per l’imperatore, e praticò una riconciliazione che tutti sentivano necessaria. Nella pace di Barcellona (1529 20 giugno) ne ottenne condizioni, che le meglio non avrebbe potuto aspettarsi dopo una vittoria: l’imperatore gli farebbe restituire da’ Veneziani Ravenna e Cervia; Modena, Reggio e Rubiera dal duca di Ferrara; rimetterebbe i Medici in Firenze, lo Sforza a Milano, se si provasse innocente delle trame del Morone; sottoporrebbe gli eretici di Germania; ad Alessandro bastardo de’ Medici sposerebbe Margherita bastarda sua; il papa in compenso darebbegli la corona imperiale, e l’investitura del regno di Napoli mediante il solo omaggio della chinea.
D’altra parte Margherita zia di Carlo, a Cambrai dov’essa avea cominciata la ruina d’Italia, ora la compiva (5 agosto), con Luigia di Savoja madre di Francesco assettando tra questo e l’imperatore. Il quale, restituiti a peso d’oro i principi ostaggi, non dimenticò veruno di coloro che seco aveano parteggiato. Francesco non ne ricordò nessuno, non Firenze o Venezia, non i duchi di Milano o di Ferrara, non gli Orsini di Roma o i Fregosi di Genova, non i Napoletani suoi parteggianti che lasciava esposti all’esiglio o alle galere; scese perfino a stipulare non darebbe asilo a veruno che avesse portato le armi contro l’imperatore.
Va dunque, re cavalleresco, ed esclama, — Nulla è perduto fuorchè l’onore». Sulla capitana di Andrea Doria, cui a Barcellona avea prodigato onorificenze, Carlo V venne in Italia; e questa, vagheggiando le speranze d’un riposo, qual ch’esso fosse, ornò con tutte le arti il passaggio di colui (9bre), che ne portava in petto le sorti. In Bologna Carlo e il papa cinque mesi vissero sotto al medesimo tetto trattando. Quegli voleva risolutamente il Milanese, come appoggio del suo dominio in Italia. Ma perchè Venezia manifestamente, gli altri principi alla coperta sosteneano il duca Francesco Sforza, a questo il consentì Carlo (23 xbre), sottraendone però Pavia che investì al Leyva vita durante; Como e il castello di Milano tenendo in pegno de’ novecentomila ducati che doveano pagarsegli, metà subito, il resto fra nove anni. Venezia restituì al papa Ravenna e Cervia, all’imperatore i paesi che aveva occupati sulla costa napoletana, con trecentomila ducati di sopraggiunta; e reciprocamente provvidero ai fuorusciti e ricoverati.
Ad Alfonso d’Este Carlo V aggiudicò Modena e Reggio (1530 20 marzo), e il papa gl’investì Ferrara per centomila ducati: poi morto Alberto Pio conte di Carpi, egli occupò anche il feudo di questo. A Federico di Mantova fu dato il titolo di duca (25 marzo). Carlo III di Savoja, cognato di Carlo V e zio di Francesco I, avea potuto conservarsi neutro, e veniva a partito vinto. Libere rimasero Genova, Lucca, Siena; Firenze in minaccia.
Al congresso di Bologna apparvero, fra altri, gl’inglesi Nicolò Carew e Ricardo Sampson, i quali ad Enrico VIII scrivevano: — Mai s’è visto nella cristianità desolazione pari a quella di queste regioni. Le buone città distrutte e desolate; in molti luoghi non si trova carne di niuna sorta. Tra Vercelli e Pavia, per cinquanta miglia del paese più ubertoso di vigne e di grano che il mondo abbia, tutto è deserto; nè uomo, nè donna incontrammo a lavorar le campagne, nè anima viva, eccettuate in un luogo tre donne povere che racimolavano quei pochi grappoli che c’erano rimasti. Vigevano, già buona terra con una rôcca, oggi è rovina e deserto. Pavia fa pietà; nelle strade i bambini piangevano domandando del pane, e morivano di fame. Ci dissero, e il pontefice lo confermò, che la popolazione di que’ paesi e di parecchi altri d’Italia fu consunta da guerra, da fame, da pestilenza, e che vi vorrà molti anni prima che l’Italia si riduca in buona condizione. Siffatto sperpero è opera dei Francesi non meno che degl’Imperiali, e ci dicono che il signor di Lautrec devastò dovunque passò»[259].
Carlo V volle risparmiarsi, se non il rimorso, la vergogna di veder Milano nè Roma, assassinate a quel modo dalle sue truppe: onde in Bologna medesima (22 febbr. e 24 marzo) ebbe la corona di ferro e quella d’oro. Essa non esprimeva più il patto fra il rappresentante del popolo e il capo dei conquistatori, divenuto imperatore dei conquistati, e che, inginocchiatosi uomo e con titolo mondano, sorgeva unto di Cristo e con apostolato divino. Era patrono del papa colui che pur anzi l’avea avuto suo prigioniero. e n’avea lasciato devastare la città? era salvaguardia della fede quegli che coll’Interim avea riconosciuta e lasciata crescere l’eresia che staccava mezzo mondo da Roma? Quella cerimonia preservatrice, sociale, destinata a imprimere profondamente nei popoli il rispetto all’autorità, traeva dall’elemento religioso la riverenza che ispirava al popolo: ma ora prevaleva l’elemento regio, che nel popolo portava esitanza e opposizione; il diritto, mantenuto dai papi, soccombeva al fatto, proclamato dai cesari; tutta l’attenzione era rivolta alle feste, con cui si onorava in Carlo l’ultimo imperatore germanico che i pontefici coronassero. Il disegno, la poesia, la teatrica gareggiarono in quella solennità, splendidissima in un secolo di tante splendidezze[260]. Stanchi, sbigottiti, i nostri adulavano Carlo, e ripetevano non esser mai potuti immaginarsi tanto affabile e cortese l’autore di sì orribili disastri.
Fra queste allegrie consumavasi l’italico avvilimento, cominciato per le discordie, finito per la concordia dei potenti. Più non sussisteva equilibrio fra i piccoli Stati, depressi o fatti ligi all’Impero. Il papa, sgomentato dai progressi della Riforma, abbracciò le ginocchia di quella maestà, sul cui collo i suoi predecessori aveano altre volte messo il piede; e se l’opporsi all’Impero aveva un tempo formato la gloria e la grandezza sua, il papa allora indossò la casacca ghibellina, e così suggellò la pietra, che sull’Italia creduta cadavere posava la conquista mediante il degradamento, insegnato da Machiavelli, eseguito mediante un’amministrazione assurda, una calcolata oppressione del pensiero, del genio, dell’industria.