Ad ammazzare basta il coraggio d’un ribaldo; e il far un colpo senza pensare al dopo è eroismo da piazza, che troverà sempre seguaci perchè insano, lodatori perchè vulgare. Tal fu Lorenzino, il quale del suo proposito non avea fatto motto a persona; non concertato coi fuorusciti; scannato il duca, chiude a chiave la camera ove lo lascia cadavere, e senza manco far prova di sollevare il popolo, fugge, non so se più inetto o più tocco da rimorso. Per ricoprire il quale ai proprj occhi, da Venezia manda fuori una retorica diceria a dimostrare che operò da eroe; ma se qualche letterato applause al nuovo Armodio, se i fuorusciti «lo portavano con sommissime lodi di là dal cielo, non solo agguagliandolo, ma preponendolo a Bruto» (Varchi), il mondo non gli fece onore d’un atto compito per immensa cupidigia di lode; ond’egli andò fuggiasco in Francia, in Turchia, finchè alcuni sicarj in Venezia guadagnarono la taglia bandita sul capo di lui[296].
Firenze sentì il fatto (1537) come avviene d’accidente imprevisto, lieta di trovarsi tolto dal collo costui, ma incerta sul da fare. Palla Rucellaj co’ repubblicanti esortava, giacchè era caduto impensatamente il tiranno, a coglier l’occasione di rassettare il buono stato antico; i Piagnoni trassero la testa fuor de’ cappucci dicendo: — È il dito di Dio»; gli artigiani, quando vedeano cotesti nobili affrettarsi a cogliere i frutti d’un colpo, a cui non aveano nè merito nè peccato, esclamavano: — Se non sapete o potete far voi, chiamate noi che faremo»; ma nessuno sorse capace di ghermire una vittoria, ch’era sicura a chi più pronto. I fuorusciti, dopo tanto chiacchierare e promettersi pronti ed aizzare gli altri, si trovarono côlti alla sprovveduta, e si diedero fretta di raccor gente, e ajutarsi anche con soccorsi del papa. Ma il cardinale Cybo, principal ministro del duca, potè conservare l’ordine in Firenze e impedire che mutamento di stato seguisse. S’aduna l’assemblea, ed il Guicciardini adopra il suo ingegno a mostrare quanto gli oligarchi avrebbero avuto a soffrire dalla reazione popolare. Maggior effetto faceano le guardie d’Alessandro Vitelli, disposte a saccheggiare o a gridare viva: sicchè i prudenti determinarono evitare i rischi d’una rivoluzione, le vendette degli oppressi, l’ingordigia della plebe, dando un successore ad Alessandro.
Lasciava egli Giulio, figliuolo d’amore, ma troppo fanciullo, sicchè prevalsero quei che portavano Cosmo, de’ Medici popolani, figlio di Giovanni dalle Bande nere. A soli diciassett’anni, «colla tenue facoltà di sette in ottocento scudi d’entrata tutti in litigi e garbugli, essendo in poca grazia del duca Alessandro, al quale non parea giovane di riuscita, non frequentando la corte ma stando sempre in villa e dilettandosi di uccellare e pescare sotto la tutela della madre, povera e sconsolala vedova»[297], era mondo delle malvagità de’ Medici, erede d’un nome tradizionalmente caro ai Fiorentini e più agli antichi commilitoni di suo padre. In cosiffatte urgenze prevale chi fa più presto; onde i suoi amici, vistolo venir dalla villa per sapere le novità, lo acclamarono capo della repubblica fiorentina (1537 9 genn.), col grado stesso di Alessandro.
I tre cardinali Salviati, Ridolfi, Gaddi, accorsi alla patria per procacciarne la libertà, conobbero tarda l’opera, o più utile la connivenza; onde ai fuorusciti che s’erano mossi da Roma, mandarono dire che voltassero indietro, vinta anche questa volta l’inconsideratezza di quei di fuori dalla pronta sagacia de’ governanti. Il Vettori aveva già scritto allo Strozzi: — Non stiamo in su’ Bruti e Cassj, nè in sul voler ridurre la città a repubblica, perche è impossibile. Fate che questo infermo viva; vedete non li siano date medicine forti che l’ammazzeranno; e nel farlo vivere si potrebbe un dì ridurre a miglior abitudine, da poterne sperare qualche bene». Da poi a chi gli rinfacciava quest’opera scellerata di avere costituito un tiranno, scusavasi dicendo: — In questi tempi non si può trovare strada che sia men rea». Il Guicciardini, sempre intento a fabbricarsi il nido fra le ruine, parteggiava per Cosmo, che s’era impromesso ad una figlia di lui, ma insieme volendo cattivarsi i grossi cittadini, proponeva che al nuovo signore si mettesse una costituzione, stretta quanto a un doge di Venezia; però il Vettori, da soldato, derideva siffatte restrizioni; e, — Se gli date la guardia, l’arme e la fortezza in mano, a che fine metter poi ch’ei non possa trapassare un determinato segno?»
In fatti tra un mese Cosmo ebbe dimenticati gli accordi e gli amici[298]; la parentela stipulata col Guicciardini da privato rinnegò da principe, sicchè quello, riscosso dal suo tristo sogno, prorompeva: — Ammazzate pure de’ principi, che subito se ne susciteranno degli altri», e si ritirò ad Arcetri, dove il rancore dell’ambizione delusa e dell’orgoglio umiliato amareggiò gli ultimi suoi anni. Matteo Strozzi, Roberto Acciajuoli, altri che aveano intrigato per Cosmo, tardi gemeano fra la costui ingratitudine e la popolare esecrazione. Palla Rucellaj, che unico si era opposto al ragionamento del Guicciardini, ricoverò in Francia, e tenne mano a una congiura; e Cosmo credette ingannare la posterità col farlo dipingere dal Vasari in atto di prestargli omaggio.
Rimanevano dunque molte gozzaje; e quelli che aveano difeso la libertà, e quelli che si doleano di non avere una parte nella tirannia accomunavansi nell’odiar Cosmo. I fuorusciti numerosissimi, venuti al pasto dopo lo sparecchio, s’erano ristretti attorno a Filippo Strozzi, il quale aveva accolto a Venezia il fuggiasco Lorenzino, e maritate le costui due sorelle a’ suoi figli, bastando per dote la parentela del Bruto fiorentino; ma sotto manto di libertà aspirava a sottentrare al dominio[299]. Pensarono dunque assalire lo Stato, fidando nelle intelligenze interne, e, come sempre si suole, ne’ Francesi, larghi di promesse agli esuli; i cui fautori, attestatisi alla Mirandola, di là ajuterebbero certo lo Strozzi; che, soldato un grosso di mercenarj, e rinforzato dai sussidiarj più chiassosi e più inutili, gli studenti dell’Università, assalse Pistoja.
Questa città non avea mai dismesso le fiere accozzaglie tra Cancellieri ghibellini e Panciatichi guelfi, il contado vi prendea parte, e il ricco paese n’era rifinito. Neppur cessarono dopo assoggettati a Firenze, che avea tolto tutte le armi, messi bandi rigorosissimi; e destinativi tredici commissarj apposta. Questi inflissero pene gravissime, e stimarono che negli ultimi tre anni vi fossero bruciate quattrocento case in Pistoja (1537), mille seicento nel territorio, danneggiata la sola città in ventiduemila ducati d’oro. I Panciatichi, i Cancellieri, i Ricciardi, i Gualfreducci, i Vergiolesi e loro consorti furono sbanditi, poi richiamati, e le discordie rivalsero[300]: e coll’appoggio de’ Gabellieri, i fuorusciti vi si stabilirono. Ma mentre lo Strozzi, esitando fra un componimento coi Medici e l’aperta ostilità, guastava le cose, le guastava col precipizio Baccio Valori, un tempo capitano di Clemente VII contro Firenze, ora de’ fuorusciti contro i Medici, e che tutto facendo agevole, li spinse avanti in posizioni nè previste nè esplorate.
Alessandro Vitelli, che, per tenere Cosmo a devozione dell’Impero, aveva occupato la fortezza di Firenze rubando i tesori d’Alessandro ivi deposti, sorprende i fuorusciti a Montemurlo (2 agosto), si disse al solito per tradimento d’un Bracciolini, li manda in piena rotta, e piglia lo Strozzi, Baccio Valori, suo figlio, Alessandro Rondinelli, Antonfrancesco degli Albizzi ed altri repubblicanti di primarie famiglie. Giusta gli usi della guerra, costoro spettavano ai capitani stessi cui si erano resi, ma Cosmo ne mercatò con questi il riscatto, rincarendo sull’offerta dei loro parenti: volle vederli nella propria casa inginocchiarsegli davanti a chieder mercè, poi li mandò al bargello, e man mano li faceva torturare, indi mozzarne il capo a quattro ogni mattina. Un principe giovane, vincitore e che non sa perdonare, è spettacolo stomachevole ancor più che orrendo: e al quarto giorno il popolo mostrò la propria indignazione in modo, che i restanti furono confinati in fortezze, dove non tardarono a perire; tra essi il figlio di Nicolò Machiavelli.
Filippo Strozzi erasi reso al Vitelli, già suo particolare amico, il quale lo tenne in fortezza per ismungere denaro e regali da’ suoi figliuoli coll’usargli qualche cortesia. Era caldamente raccomandato da generali, da donne, dal Doria, da Bernardo Tasso, da Vittoria Colonna, da Caterina di Francia; nel colloquio di Nizza l’imperatore diede parola al papa di campargli la vita; pure alle incessanti istanze di Cosmo che già n’avea pagato la taglia al Vitelli[301], assenti fosse messo alla corda, per chiarire se avesse avuto intendimento dell’uccisione del duca Alessandro. Mentre Cosmo divulgava i processi, che rivelavano basse ambizioni mascherate di patriotismo, i profughi vollero di Filippo fare il Catone della loro causa, e sparsero voce che, stanco di due anni e mezzo di carcere, nè assicurandosi di resistere alla tortura, si segasse la gola e col sangue scrivesse: Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor. Forse l’aveano ucciso gli agenti dell’imperatore per risparmiare a questo l’obbrobrio del consegnarlo[302]: ma la fama del suicidio prevalse appresso dei più, come meglio confacente ad uomo che «nel tenore della vita e delle opinioni rappresentò gli spiriti del paganesimo, e parve nato nei tempi corrotti della romana repubblica»[303].
Pietro Strozzi suo figlio salvossi in Francia presso la delfina Caterina, che come ultimo rampollo di Lorenzo il magnifico, considerava Cosmo quale usurpatore del suo patrimonio. Seco esularono molti nostri valorosi[304], che empivano il mondo di querimonie, obbrobriavano il lor vincitore, e cercavano alle speranze un appiglio qualunque, siccome chi non ne ha alcuno di fermo. Cosmo sempre si resse a beneplacito dell’imperatore, il quale, come vide che sapea da sè vincere e infierire, prese a stimarlo; e in onta delle costituzioni e de’ proprj fatti, dichiarò dovere il principato trasmettersi nella linea di esso, per sempre escludendone quella del traditore.