Sciolto da’ nemici, Cosmo seppe sbrigarsi anche degli amici. Francesco Vettori, perito lo Strozzi, cui era strettissimo, più non uscì di casa: il Vitelli, che avea fatto denaro col saccheggiare anche a danno di Cosmo, fu da questo congedato, ma l’imperatore lo compensò con un feudo nel Napoletano: il cardinale Cybo, che era stato principale autore del succedere di Cosmo, poi l’aveva sorretto di opportuni consigli, ebbe accusa d’averlo calunniato a Carlo V, sicchè si ritirò a Massa. Una magistratura militare domò le ostinate parzialità de’ Pistojesi. Arezzo, che si era messa in repubblica durante l’assedio di Firenze, dai vincitori ch’essa avea dispendiosamente favoriti, fu presto ritornata a obbedienza de’ Medici, che vi posero fortezze: ai renitenti il bando e il supplizio.
CAPITOLO CXXXVII. Terza guerra fra Carlo V e Francesco I. Casa di Savoja. Spedizione in Africa.
Anche sull’antica e gloriosa repubblica di Firenze è dunque suggellata la lapide principesca. I Liberali, che fremettero contro il papato del medioevo perchè scomunicava gl’imperatori liberticidi, applaudiscanlo ora che, azzoppato, s’appoggia da una parte sul re di Francia, dall’altra sugli Austriaci.
Clemente VII, il pontefice più funesto all’Italia, in ogni parte di questa perseguitò i Fiorentini fuorusciti, sollecitò una fortezza a Firenze, e introdusse a Siena un governo favorevole a’ suoi divisamenti. Ancona era vissuta sotto i papi con forme repubblicane, e con patti che in fondo si riduceano a non mostrarsi loro nemica; e a Clemente negò il denaro ch’e’ domandava. Egli dunque struggeasi di sottometterla; ma non osando tentarlo colla forza aperta nel timore ch’essa chiamasse i nemici, col pretesto d’un imminente sbarco dei Turchi (1532) ottenne di alzarvi fortificazioni, dalle quali calando sulla città, le tolse l’indipendenza. Il tesoriere aveva in quel frangente nascosto il denaro pubblico; e il cardinale Accolti, che avea suggerito quell’inganno e pattuito per la sua famiglia il perpetuo governo della città, lo fece decollare, e i tesori portò in casa propria: indi forche e torture ed esigli domarono gli Anconitani, e negli impieghi furono surrogati da Fiorentini. Di ciò passarono impuniti gli Accolti fin che visse Clemente; ma Paolo III fece carcerare Benedetto; e nol rilasciò che per lo sborso di cinquantamila scudi d’oro.
Gli altri paesi della Chiesa non rimanevano quieti. Napoleone Orsini, col nome d’abate di Farfa infamato di mille delitti, a capo di masnade assalì i toltigli castelli, e corse il paese come nemico, facendo prigioni, ponendo taglie, esigendo riscatti. Girolamo e Francesco suoi fratelli a fatica camparono lasciandogli il ricco arredo. Sua matrigna Felicia, figlia di Giulio II, impetrò che il papa spedisse armati contro di lui, che vinto si ritirò a Farfa, poi in Francia, sinchè il re gli ottenne perdono e di tornare in Roma. Quivi saputo che sua sorella andava sposa a un principe napoletano, egli appostò il corteo per rapirla; ma Girolamo fratello la convogliò con trenta uomini, e scontrato l’abate, lo uccise.
Gian Francesco Pico era tornato signore della Mirandola; ma Galeotto suo nipote, signore di Concordia, assalse la città, penetrò nella camera di Gian Francesco, davanti a un crocifisso lo trucidò col figlio Alberto e cogli altri della casa, e unì il paese alla sua signoria. A Malatesta Baglione non era stata mantenuta veruna delle promesse fattegli perchè tradisse; onde coi denari e coll’infamia si ritirò nella sua Perugia, ove morì trentanovenne. Rodolfo suo figlio che n’era sbandito, s’impossessa della città a viva forza, brucia il palazzo del prolegato, e lui con due auditori mette alla tortura perchè rivelino i denari, poi nudi li fa decapitare, e si costituisce signore. — La bella pace portata all’Italia dai forestieri!
Nè riposava il Milanese, stremo da tanti guasti, e in pendente per la preveduta vicina morte del duca. Le prepotenze del Medeghino (pag. 350), che minacciava gran parte dello Stato, obbligarono il duca a una guerra di dieci mesi che costò tesori, e ad impor gravezze che esacerbarono lo scontento. Cremona, che aveva sofferto orribili guasti dall’esercito della Lega, si sollevò contro le tasse ducali, e chiedendo pane, sotto un tale Luchetto saccheggiò, uccise alcuni signori; il castellano uscì colle armi, e Luchetto si ricoverò nel Torrazzo; donde cavato a larghe promesse e assicurazioni, fu ucciso. Truppe accorse da Milano moltissimi imprigionarono; «non furono però condannati a morte se non uomini e una donna; e molti furono banditi» (Campi).
Re Francesco I, che al proprio vantaggio avea indegnamente sagrificato l’Italia, uscito del pelago non seppe rassegnarsi all’averla perduta; e per contrariare Carlo V, dava mano ad Enrico VIII d’Inghilterra e ai Protestanti tedeschi, i quali traducendo la religiosa in libertà politica, eransi levati in armi (1533) formando la lega Smalcaldica; e per distaccare Clemente VII dall’imperatore, chiese sposa al suo secondogenito Enrico Caterina figlia di Lorenzo II Medici. Tali regie nozze versavano tanto lustro sulla sua famiglia, che il papa venne a trattarne in persona a Marsiglia (8bre), mutandosi in paraninfo, per quanto ne scapitasse la pontifizia dignità; le assegnò in dote centomila scudi d’oro, e quanti beni possedeva in Francia la madre della sposa, fruttanti diecimila zecchini l’anno.
Il re, sapendo che Francesco Sforza duca di Milano tante ragioni aveva di chiamarsi scontento dell’imperatore e del Leyva, gli spedì Alberto Meraviglia come ambasciatore, ma segreto, e coll’incarico di sollecitarlo a una lega. Il duca gli diede orecchio; ma sempre tremebondo de’ suoi padroni, appena si temè scoperto, col pretesto di un omicidio lo fece arrestare e decapitare. Il re a strepitare del violato diritto delle genti; e Carlo V, soddisfatto di tale dimostrazione, diè sposa allo Sforza sua nipote Cristierna di Danimarca. Ma poco appresso il timido duca e crudele moriva incompianto (1535 1 9bre) di quarantacinque anni, e con lui s’estingueva la famiglia Sforza, che in ottantasette anni avea dato sei duchi a Milano, un’imperatrice alla Germania (Bianca Maria), una regina a Napoli (Ippolita), una alla Polonia (Bona)[305].
Il ducato conserverà l’indipendenza, o cadrà servo? e di chi? Per risolverne si raddoppia l’affaccendamento de’ gabinetti: l’imperatore l’occupa come feudo ricaduto all’impero e come lasciatogli in testamento dal defunto, riceve il giuramento, e conferma tutti ne’ prischi impieghi. Ma il Cristianissimo si fa innanzi asserendo nel trattato di Cambrai avervi rinunziato soltanto a pro dello Sforza.